A Treviso “non di solo pane” vivono i senza fissa dimora

Potrebbe essere il nostro vicino di casa. Potremmo essere noi. L’immaginario sui senza fissa dimora, su quelli che vivono (e muoiono) per strada, non tiene più: la “crisi”, ormai divenuta recessione, lo sta ridisegnando ovunque in Italia.

Anche nelle piccole, eleganti e ricche città di provincia del nord, come Treviso, che – secondo i dati del ministero dell’Economia e della Finanza (Mef) – è tra i primi 50 comuni italiani per reddito medio.
È qui che grazie ai fondi del 5×1000, le Acli hanno promosso con la Comunità di Sant’Egidio e Confcooperative un progetto-pilota – “Non di solo pane” – che prevede 10 percorsi di re-inserimento, anche lavorativo, per persone senza fissa dimora o in grave stato di marginalità.

Raccogliendo l’esperienza sul campo di chi da tempo si occupa del problema, le Acli hanno valutato diversi casi, segnalati dai volontari della Comunità di S. Egidio, per aiutare alcune persone a riattivare le proprie capacità e le proprie risorse per tornare a una vita quotidiana dignitosa. Borse lavoro, in collaborazione con Confcooperative, ma anche proposte di inserimento sociale: formazione, orientamento al lavoro, risoluzione di un’emergenza abitativa, assistenza per i figli e assistenza legale.

“Ci siamo trovati di fronte a casi particolari – spiega Laura Vacilotto, vicepresidente delle Acli di Treviso – persone che sembrano aver esaurito qualsiasi soluzione: affidarsi agli amici di Sant’Egidio è il passo che fanno quando non gli resta più null’altro da tentare”. “Ho potuto toccare con mano – parla Anna Simioni, tutor del progetto e da tempo impegnata nel campo del disagio – il fatto che da più di un anno l’emergenza è cresciuta e che non riguarda più la stessa tipologia di persone: i senza fissa dimora ‘per scelta’, gli stranieri arrivati clandestinamente o le persone con un passato di dipendenze. In almeno 3 dei 10 casi che seguiamo, ho incontrato persone cadute in disgrazia per motivi economici: perdita del lavoro, perdita della casa, collegata o meno a una separazione o a un divorzio. Persone che potrebbero essere il nostro vicino di casa”.

La povertà in Italia e in Europa è una pericolosa prospettiva per sempre più persone e famiglie: gli ultimi dati di Caritas Europa ci dicono che 1 europeo su 4 è a rischio. Per quanto riguarda i senza fissa dimora secondo l’Istat – Ricerca nazionale sulle persone senza dimora (2014) – in Italia ce ne sono circa 50 mila.

“Treviso è una città con un background sociale su questo tema – dice Anna Simioni – E negli ultimi anni c’è stata una sorprendente attenzione. È stato aperto un altro dormitorio per l’emergenza freddo e la Caritas ne ha aperto uno nuovo solo femminile: è evidente che la richiesta è molto cresciuta. Il nostro progetto porta però potenzialmente una cosa che mancava: coordinare le azioni dei vari soggetti per andare oltre la risposta immediata e di emergenza. Però non pretendiamo di sostituirci nella relazione personale, per esempio, ai volontari di S. Egidio. Passare da un primo incontro a un inserimento lavorativo, quando è possibile, è un percorso lungo”.

Come detto l’inserimento lavorativo non è l’unico esito possibile dei progetti, anche perché ciascuna persona porta la sua storia e non sempre ci sono le condizioni per attivare un contratto di lavoro. Senza contare che non è semplice trovare aziende disponibili ad accogliere una persona che sta dentro un percorso del genere. “Cercare e sostenere queste imprese è una parte importante del progetto”, sottolinea Laura Vacilotto. E quando il lavoro non è il percorso possibile? “Ho in mente una persona – racconta la Vacilotto – con una malattia molto grave: quello che stiamo facendo è cercare di valutare il suo diritto ad aver riconosciuta l’invalidità. O un altro caso, in cui c’è emergenza abitativa, ma non le condizioni per essere accolti in un dormitorio o un ricovero già presente. E qui stiamo cercando all’interno della nostra rete sociale una persona che accetti di coabitare con un’altra in difficoltà a titolo gratuito”.

Insomma, in questi casi le Acli stanno funzionando un po’ da antenna sul territorio, consultando o attivando se necessario anche i servizi sociali e altri soggetti utili per accompagnare le persone incontrate: un compito di “smistamento” che era previsto dal progetto. “Bisogna però tenere conto – spiega Anna Simioni – che a volte il piano B è possibile, come ad esempio far riconoscere a una persona lo status di “categoria protetta”; oppure, per uno straniero, se non è un rifugiato, si può pensare a un rientro assistito in patria. Ma per qualcuno che fino a 5 anni fa comunque lavorava, però in nero, e aveva una casa e poi si trova per strada per via della crisi economica o di una malattia o di un divorzio è difficile trovare un piano B. Non ha i requisiti”.

Parliamo anche di persone con molte risorse personali: anni di lavoro alle spalle, capacità di tenere relazioni umane, una famiglia presente o alle spalle. “La mia opinione personale – continua Anna – è che questa ‘nuova’ marginalità sia molto legata all’indifferenza, a partire dal vicino di casa. E poi in questo periodo non è facile e quindi ciascuno tenta di resistere, però giudicando il problema dell’altro che non è stato in grado di cavarsela”. I circoli Acli potrebbero accreditarsi, non solo a Treviso, come presidi contro questa indifferenza? “Perché no – concorda Anna Simioni – Già solo avere un’opportunità di colloquio è per le persone che seguiamo un messaggio del tipo ‘noi ti vediamo’, non sei invisibile. E fa tanto”.

A Treviso “non di solo pane” vivono i senza fissa dimora
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Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR