Addio compagno di viaggio

Domenico Rosati, già presidente delle Acli nazionali, condivide con tutti gli aclisti una sua riflessione su padre Pio Parisi.È stato per anni il “nostro” padre Pio. Si presentò a un corso di formazione delle Acli che si teneva a Campo di Giove, in Abruzzo, una mattina dell’estate 1974: «Sono Pio Parisi, gesuita. Sto in vacanza qui vicino. Posso assistere a qualche lezione?» Tra i dirigenti dell’associazione pochi sapevano che era stato cappellano della Sapienza in anni difficili e che era fratello di altri quattro “compagni” di Sant’Ignazio. Perciò lo accogliemmo con riserva. Erano tempi duri nel rapporto tra le Acli e i preti. Nel 1971 la Cei aveva ritirato gli assistenti ecclesiastici per non dare un avallo alle scelte politiche del movimento che, sulla scia del Concilio, aveva rotto il collateralismo con la Dc e riconosciuto il pluralismo dei cattolici nel voto, suscitando nell’establishment quel panico che non fu irrilevante nell’ostracismo al Mpl di Livio Labor travolto nelle elezioni del 1972.

Chi scrive era allora impegnato sul versante ecclesiale in un’azione di riduzione del danno che però non significasse abbandono dell’elaborazione storica dell’organizzazione, in campo sociale e politico. Ma la gerarchia incalzava. Il Papa in persona, su impulso del “sostituto” mons. Benelli, ci aveva deplorato per un’“ipotesi socialista” formulata in sede di studio e la Cei aveva posto il dilemma: volete essere “opera di chiesa” o vi ritenete del tutto autonomi? In via breve, ai presidenti si presentarono liste di proscrizione di dirigenti eletti in congresso; ed era pure accaduto che al cardinale Baggio fosse vietato di celebrare messa al congresso nazionale che si svolgeva nella sua diocesi di Cagliari.
Che voleva Pio Parisi? Presto la sua sincerità ci fece comprendere che la sua non era né una funzione di inquisitore né di sorvegliante occulto. Sentiva il bisogno di capire e, se avessimo voluto, di darci una mano. Non come assistente, che era vietato e non avrebbe accettato, ma come compagno di viaggio.
Così imparammo a rispettarci e ad essere amici. Noi continuammo la lunga marcia di una riflessione culturale che non rinnegava né la storia né la vocazione autonoma del movimento. E lui cominciò a frequentarci sempre più intensamente proponendoci, con estrema semplicità, solo il Vangelo di Cristo. Credeva nella Parola e la trasmetteva con fede. Il magistero, anche quello sociale al quale eravamo precettisticamente richiamati dall’alto, era importante ma non decisivo rispetto a una coscienza politica debitamente alimentata.
Successivamente, dopo un collaudo in cui avevamo unito la reciproca fiducia, la Cei gli conferì una credenziale non formalizzata. Ho sempre ritenuto che con Pio si attuava, tacitamente, uno scambio vantaggioso: noi, le Acli, non avremmo avuto un prete assillante sulle scelte pratiche (anche se esigente sull’essenziale) mentre la Cei avrebbe potuto mantenere una piena libertà di atteggiamento verso di noi senza la mediazione di un suo messo ufficiale. A mio avviso, nelle condizioni date, era quello il contesto di… ambiguità virtuosa, da accettare per non veder soffocato il “laico esperimento” in cui mi stavo cimentando.
«Pio, Pio parlaci di Dio» gli chiedevamo; e lui lo faceva in prima persona e anche con l’aiuto dell’intera Compagnia di Gesù: teologi, moralisti, esperti che venivano con regolarità a discorrere con noi. Ricorderò sempre le meditazioni sul Vangelo di Marco svolte dal padre Carlo Maria Martini fino alla vigilia del suo trasferimento episcopale a Milano.
Sarà bello leggere, se ne ha lasciate, le carte di Pio su quella fase delle Acli e della Chiesa. Per me, finché ho avuto responsabilità, è stato un riferimento prezioso, anche quando tra noi emergevano differenze, specie per via della sua predilezione dei piccoli gruppi, che del resto ha mantenuto fino alla fine anche in altre esperienze.
Sono comunque certo che non avrebbe gradito l’attribuzione postuma del merito di aver… convertito le Acli. Non ce n’era bisogno, avrebbe detto. Posso invece affermare che il suo passaggio ha lasciato una traccia profonda nella vita dell’organizzazione e nella coscienza di tutti quelli che hanno avuto il dono di conoscerlo e di lavorare con lui.(dal sito http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/127402/addio_compagno_di_viaggio, del 16 giugno 2011)

Addio compagno di viaggio
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