Adozione internazionale in cerca di futuro

La realtà delle adozioni internazionali è abbastanza articolata: allo stato attuale presenta delle luci e delle ombre che è utile sondare per poter cogliere e affrontare i principali nodi problematici.

Dal 2000 ad oggi sono state realizzate più di 42.000 adozioni di minori stranieri, che distribuiti per le coppie di genitori adottivi fanno registrare un tasso simile a quello di fecondità italiano. Va, inoltre, rilevato che il 21% dei bambini adottati presenta bisogni particolari e/o speciali, vale a dire diverse forme di disabilità più o meno gravi, più o meno reversibili.

A fronte di questi aspetti purtroppo si registrano segnali negativi e preoccupanti, più evidenti negli ultimi anni: soprattutto è vistoso il calo di circa mille unità (coppie) che hanno adottato nel 2013 rispetto al 2010 – con un decremento più sensibile nelle regioni dove tradizionalmente si registravano i valori più elevati di adozioni internazionali -, e l’aumento delle coppie che adottano un solo minore.

Le adozioni internazionali hanno fatto segnare il loro massimo nel 2004 con 43.800 minori adottati, questo valore è andato progressivamente diminuendo fino ai 18.097 minori adottati nel 2012, in sostanza il numero di adozioni internazionali è più che dimezzato in poco meno di dieci anni. Questo fenomeno è comune a tutti i principali Paesi di accoglienza e riguarda anche l’Italia, seppure in misura minore rispetto ad altri Paesi: infatti l’Italia fa segnare, rispetto ai suoi massimi, una contrazione di circa il 30%, mentre gli altri principali Paesi di accoglienza registrano contrazioni ben più consistenti.

Le difficoltà delle famiglie adottive sono numerose. Probabilmente i tempi non sempre brevi, costi troppo alti, difformità di comportamento degli enti, scarsa trasparenza del sistema, poca assistenza nel post-adozione sono elementi che non hanno fatto altro che scoraggiare e allontanare le famiglie dal mondo dell’adozione.

Oltretutto si tratta di un’esperienza di per sé già molto impegnativa. Durante il tempo necessario per adottare un bambino non italiano le famiglie affrontano numerose difficoltà. In questo momento, infatti, la coppia si trova di fronte a scelte difficili e “itinerari” burocratici complicati. In questi periodi le coppie sono spesso assalite dalle ansie, dalle paure, generate dalle numerose domande che non possono trovare una risposta immediata, dalle aspettative che si creano durante l’attesa. Durante queste fasi delicate, che vanno dal riconoscimento dell’idoneità all’accoglienza in casa, passando per l’abbinamento (si ricorda a tal proposito che circa i tre quarti delle coppie ottengono un decreto di adottabilità generico), il sostegno alle famiglie risulta di fondamentale importanza.

Allo stato attuale sembra esserci una crescente sfiducia delle famiglie verso questa forma di accoglienza che si somma a un generale disinteresse da parte della politica.

In questo quadro la domanda che dobbiamo porci è la seguente: come aiutare le famiglie a “fare famiglia”, anche quando si tratta di adozioni? Come si fa, infatti, a pensare di “fare famiglia” (specie adottiva) quando non ne esistono le condizioni, quando il lavoro manca o è troppo discontinuo, quando i servizi sono carenti e/o costosi, quando non si riesce a vivere del proprio stipendio/salario?

La crisi di questi anni ha colpito duramente le famiglie europee e italiane in particolare. Se nel 2014 gli occupati tra i 20 e i 64 anni in Europa erano in media il 68,4%, in Italia sono poco al di sotto del 60% (59,8%). Come noto, in Italia la disoccupazione totale è salita al 12,2%, raggiungendo il livello più alto dal 1977, anno in cui sono state avviate le serie storiche dell’Istat, e superando la media dell’Europa a 28 (10,8%). Ancora più drammatica la situazione per quel che concerne la disoccupazione giovanile: il fenomeno è, purtroppo, in crescita in tutta Europa, dove il dato medio è di poco superiore al 23%, in Italia si attesta al 40%. Non stupisce, dunque, che il 65% delle famiglie valuta il proprio reddito inferiore a quanto è necessario per vivere e che il 28% degli italiani è a rischio di povertà, mentre sono ben il 12,6% le famiglie che vertono in condizione di povertà relativa e il 5,7% in povertà assoluta (ultimi dati disponibili – Istat). Negli ultimi anni inoltre è stato registrato dall’Istat un calo della spesa pro capite dedicata alle famiglie e ai minori: nel 2010 la spesa comunale era pari a 121 euro, l’anno successivo (ultimo dato disponibile) la cifra scende a 117 euro. Un incremento positivo invece c’è stato sul lato della diffusione dei servizi per l’infanzia: i comuni che offrono questo tipo di servizi sono passati dal 48,6% del 2007 al 56,2% del 2012. Purtroppo ancora il Sud costituisce il fanalino di coda: soltanto un comune su tre ha attivato i servizi per l’infanzia (32,8%, Istat 2012).

Nel complesso i servizi non sono ancora adeguati a sostenere la quotidianità problematica delle famiglie italiane. Occorre, dunque, sostenere la famiglia anche attraverso un sistema di welfare che sia effettivamente promotore di sviluppo umano, un welfare moderno e di comunità che rafforzi i legami interni ed esterni al nucleo familiare. In questo senso l’esperienza dell’altro può tradursi in reciproco sostegno e appartenenza, che dà vita ad un destino comune e si apre al senso di comunità, poiché attraverso il legame (affettivo) si genera un’entità nuova e più grande, un noi più vasto e generativo. In base a tale logica riteniamo opportuno valorizzare le esperienze di adozione e la grande generosità che viene dalle famiglie che offrono la loro disponibilità all’affido: anche queste sono particolari forme di generatività, che superano l’imperante individualismo tipico dei nostri tempi per restituire le persone alla dimensione della comunità, della solidarietà e dell’accoglienza.

La nostra associazione considera essenziale puntare sul sostegno alla famiglia, anche nella sua funzione adottiva (adeguate politiche pubbliche che ne accompagnino tutto il percorso di vita), alla sua capacità di auto-promozione, alla sensibilizzazione e all’azione pedagogica verso il tema dell’accoglienza, al fare rete per rintracciare maggiori risorse per superare i problemi.

Le Acli, come rappresentanti dell’associazionismo cattolico, intendono fare la propria parte. Infatti, per il periodo 2014-2016 hanno rinnovato l’accordo di collaborazione con l’Aibi per lavorare insieme negli oltre 60 “Punti Acli Famiglia” presenti sul territorio nazionale con l’intento di essere sempre più vicini alle famiglie che intendono intraprendere il percorso dell’adozione e dell’affido.

Così sempre più coppie interessate all’adozione e all’affido potranno conoscere la bellezza dell’accoglienza recandosi presso la sede o il Punto informativo a loro più vicino per conoscere l’associazione, avere informazioni sugli iter e confrontarsi con una famiglia che ha già un vissuto di accoglienza.

Occorre sviluppare rapporti di collaborazione diretta e quotidiana, finalizzata proprio ad accompagnare e sostenere la cellula fondamentale della nostra società, per superare le molteplici crisi che affronta la famiglia. Se quest’ultima viene abbandonata a se stessa, un intero sistema Paese si blocca e ne risente anche il settore dell’adozione internazionale. Un confronto aperto e proficuo tra i diversi attori del sistema-adozioni: enti autorizzati, istituzioni, associazioni familiari, referenti di organizzazioni estere con le loro peculiari esperienze, è un buon punto di partenza per mettere in comune idee e competenze per il rilancio del settore.

Adozione internazionale in cerca di futuro
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR