Affrontare il lavoro scomposto

Nel mondo del lavoro viviamo un periodo unico. Siamo di fronte ad una migrazione di senso e quindi di modelli. Quelli del passato sono al capolinea.Questo mi porto via da “Il lavoro scomposto”, 44° Incontro nazionale di Studi delle Acli che abbiamo celebrato a Castel Gandolfo tra l’1 ed il 4 settembre 2011.Non siamo sguarniti di fronte alle erosioni e alle trasformazioni che si susseguono nel mondo economico e che si rovesciano a cascata sulla società.I nodi al pettine, illustrati dai vari relatori, sono diversi e complessi. Intanto diamogli un nome:

la fatica di trovare senso nell’esperienza lavorativa che ci ha segnalato Ivo Lizzola;
l’estesa vulnerabilità sociale, radicata nei processi di individualizzazione che privatizzano i rapporti di lavoro, come ci ha descritto da Daniele Marini;
la globalizzazione finanziaria che ha circoscritto l’azione politica ed ha disarmato l’economia rendendola succube della logica liberista ed imprigionandola in un pensiero unico ha ricordato Lorenzo Caselli;
l’allontanamento tra i tempi di lavoro e i tempi di vita che portano alla de-sinconizzazione del quotidiano pagata dalle famiglie e soprattutto dalle donne con il loro doppio ruolo, ancora poco sostenuto dai loro partner, e che portano alla frammentazione dei corsi di vita che non riescono ad essere più non solo progettati, ma nemmeno immaginati, a causa dell’imprevedibilità a breve e a medio termine del proprio lavoro, come ha illustrato Michele Colasanto;

Certamente l’elenco potrebbe essere più lungo.Sono sufficienti quei 4 nodi a dire quanto è difficile parlare di rappresentanza del lavoro e della produzione. 

Viviamo un momento di crisi. E le carte si rimescolano tutte. Lo ha sintetizzato chiaramente il Ministro Giulio Tremonti, marcando le differenze mondiali.Prima c’era il G7, un sistema unitario di sette Paesi che rappresentava 400 milioni di persone e che gestiva l’80% della ricchezza, parlava una sola lingua (l’inglese), aveva una moneta di riferimento (il dollaro), riconosceva una forma di governo (la democrazia).Ora c’è il G20, un sistema complesso di Paesi che rappresenta oltre 4 miliardi di persone e che non riesce a gestire neanche la propria ricchezza, parla molte lingue, ha tante monete di riferimento, non riconosce un’unica forma di governo.Quando si parla di crisi, si deve pensare ad un cambiamento radicale, trasformante.Per affrontarla abbiamo bisogno di rimanerci dentro, conoscerla e non di fuggire cercando soluzioni del passato. Solo gli stolti pensano che il vino nuovo possa entrare in otri vecchi.Un filo rosso che ci ha accompagnato dalla Laborem exercens alla Caritas in Veritate ci ha aiutato a seguire le linee del cambiamento e quali i cardini essenziali a cui non si può rinunciare.Alcune luci sono presenti. In questo viaggio ne colgo cinque:
entrare in una logica di restituzione, superando i limiti del pensiero unico, ha indicato Roberto Mancini, suggerendo di recuperare il senso del lavoro a partire dalla logica del servizio agli altri e non della competizione per tornare a parlare con il noi e non con l’io, a partire dalla richiesta di una giustizia integrale che permetta a tutte le persone di vivere dignitosamente permettendo alla democrazia di contagiare l’economia;
intercettare le novità e ripartire da esse, come ha ricordato Mauro Magatti, intercettando i segnali di generatività di una società matura quella che non va in cerca di esperienze forti ma di un fine importante, scoprendo le nuove forme di legame che vanno verso il pluralismo, ma che accettino la diversità come presupposto del dialogo;
dare vigore al modello dell’economia civile, che come ha specificato Stefano Zamagni, parte dal cittadino cercando di includerlo nelle sue caratteristiche, garantendo proprio quei corsi della vita, quelle dimensioni individuali che non chiedono a tutti le stesse prestazioni ma ad ognuno ciò che può dare;
cambiare gli strumenti di osservazione: così Enrico Giovannini ha sottolineato il lavoro per andare oltre l’indicatore del Pil evidenziando come ci sia il bisogno di concentrarsi su un benessere equo e sostenibile che tenga insieme salute, educazione, lavoro e tempo libero, rapporti interpersonali, ruolo svolto nella società, ricchezza personale.
partire dalla ricchezza della Costituzione italiana: che responsabilizza il cittadino ad intitolare i suoi diritti sulle sue capacità (art. 1), che chiede alla produzione di operare per il bene comune (art. 41), che sottolinea le qualità del lavoro indirizzandole al progresso materiale e spirituale e punta alla scoperta della vocazione personale auspicando la possibilità di scelta (art. 4). La Cosituzione rimane un muro maestro, come ci ha illustrato Tania Groppi.
Proprio dalla costituzionalista senese proviene una richiesta impegno, dalla ricerca all’azione: “Le norme costituzionali – per quanto belle e significative – necessitano di essere sostenute dai soggetti sociali. Occorrono forze capaci di esserne portatrici”.

Affrontare il lavoro scomposto
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR