Africa. La sua bellezza e la sua anima

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Daniel Sillas, artista e scrittore eritreo, al seminario “Corno d’Africa. In fuga da guerre senza nome e senza fine”, che si è svolto ieri, 24 giugno, presso la sede nazionale delle Acli, e aperto dalle relazioni di Gian Paolo Calchi Novati e padre Mussie Zerai

E se l’Africa non fosse come raccontano?

Io sono africano, provengo dall’Eritrea dove ho vissuto tutti gli anni drammatici del Colonnello Mengistu Hailemariam. Sono stati anni molto dolorosi per la mia famiglia e per l’intero paese. Ho lasciato la mia città Asmara un anno prima dell’Indipendenza ma sono sempre tornato a casa. Ci ritorno appena metto da parte dei soldini, quando sono fortunato mi ci vogliono 3 anni. Dall’ultima volta però ne sono già passati 4 che per mia madre sono quaranta.
Quando si parla dell’Africa ho come l’impressione, e credo di non essere il solo, che l’Occidente non faccia altro che demolire e denigrare tutto il bello dell’Africa. Ucciderne l’Anima.

Mi chiedo: e se l’Africa non fosse tutto quell’Inferno che ci mostrano in tv e fosse invece una specie di Eden dove c’è tutto e non manca niente? Allora la vedo ricca di frutta e fiori, ricca di cibo ed acqua. I suo paesaggi, i suoi animali e i suoi tramonti sono i più belli del pianeta, la sua terra è ricca di giacimenti d’oro, di diamanti, petrolio e gas. Possiede grandi risorse naturali che possono risolvere qualsiasi suo problema, compreso il virus letale appena scappato alle case farmaceutiche. Voi mi direte che è un’utopia degna di un infante, di un pazzo. Ma quest’Africa c’è vi dico e per toccarlo con mani bisogna svegliarsi quantomeno dal letargo.
I mainstream media occidentali dicono che l’Africa non è più casa per i giovani africani, infatti in tv li vediamo mentre fuggono da lì in massa sopra a camion o ai gommoni. I titoli dicono: Scappano dalla guerra, dalla fame, dalla mancanza di diritti umani.

E le guerre scoppiano all’improvviso in qualche paese africano, scoppiano bombe un po’ ovunque, disordini, morti e fuga di civili. Le guerre accelerano queste disperate migrazioni che dall’Africa salgono verso il Nord Europa ricco di welfare e come se fosse una strategia geo-politica scatena orde di immigrati mentre l’Europa discute confusamente di trattati di Dublino, Scengen e quote di rifugiati da spartirsi equamente, status da rifugiato per soli eritrei.

Il tragico fenomeno dell’immigrazione di giovani africani verso l’Europa è un problema che riguarda tutti i paesi africani, chi più chi meno. Molti eritrei nel mondo sono scappati durante la Federazione dell’Imperatore e poi con il Dergue di Menghistu Hailemariam. Oggi ci ritroviamo in una situazione diversa in cui la generazione nata in un paese libero attratto dalla ricchezza del Nord Europa accogliente, fugge con mezzi di fortuna rischiando di morire. È una corsa all’oro.

E stavolta i meanstream media dicono: “Scappano per colpa della dittatura più feroce al mondo”.
Tra un Presidente africano e un americano, non so voi, ma io voglio credere all’africano. Soprattutto quando si parla di problemi africani dobbiamo tutti, ad iniziare da me, imparare ad ascoltare la flebile Voce dell’Africa, quella che arriva dal più profondo del suo ventre. A questo punto, prima di gridare anche noi “è colpa del dittatore” sentirei quello che un Presidente africano ha da dire per “discolparsi”.

Nel nostro caso il Presidente Eritreo da molto tempo ha infatti accusato l’uomo più potente della terra di lavorare contro il futuro di questo Paese, che poi sono i suoi giovani, e con l’impiego delle sue potenti agenzie di trafficare con la vita di questi giovani facendogli attraversare il deserto ed il mare.

“Ho aiutato donne e bambini a fuggire dal loro aguzzino e finanziato la collaborazione dei paesi partner” dice l’americano. E io mi sono chiesto, chissà perché le Ambasciate occidentali, senza troppe spiegazioni, ad un certo punto hanno smesso di concedere visti, sia quelli turistici che quelli familiari o per i ricongiungimenti. Parlo per esperienza personale: ho difficoltà a far venire in Italia mia madre di oltre settant’anni a meno che non decida di caricarla su un barcone. I visti non si concedono nemmeno a coloro che ne hanno diritto per cui molti sono stati costretti a sborsare dieci volte tanto e ad usare mezzi di fortuna, dopo essersi salvati da deserto e mare. In questi anni la diaspora eritrea è stata ricattata dai beduini e dai trafficanti che minacciando di morte i suoi cari hanno succhiato e depredato i suoi risparmi. Chissà quanti ospedali e scuole si sarebbero costruiti nel Paese con tutti quei soldi degli eritrei.

Poi mi dico come mai un Dittatore dovrebbe interessarsi dei cantieri del suo Paese come la costruzione di dighe per l’acqua? Perché dovrebbe preoccuparsi di dissetare il popolo quando lui può ordinare il miglior Don Perignon?

Per poter fare progresso il primo diritto umano è quello, secondo me, del diritto alla pace con i vicini e col mondo intero. Il diritto alla pace per vivere e costruire il proprio Paese libero e sovrano. Alla base di quella trentennale guerra c’è proprio questa manchevolezza perché è storicamente inspiegabile il silenzio delle Nazioni Unite durante l’annessione da parte dell’Imperatore Haile Sellassiè dell’Eritrea all’Etiopia con il bene placito degli Stati Uniti, un errore che è costato la vita a migliaia di eritrei morti per l’Indipendenza. Poco prima di fuggire, Mengistu dopo aver perso la città di Massawa ha bombardato con i suoi jet sovietici il mercato affollato di gente che cercava del cibo. Un orrore. Oggi, a distanza di vent’anni da quel passato, le Nazioni Unite vogliono far credere che sono veramente preoccupate per la sorte dei giovani eritrei nati in un paese libero quando da sempre hanno calpestato e messo a rischio la sopravvivenza dei loro padri?

Le Nazioni Unite dicono che per tutelare questa generazione di eritrei hanno formato una Commissione d’inchiesta dell’ONU per accusare l’Eritrea di crimini contro l’umanità e a ridosso dei suoi confini hanno allestito campi profughi.
Intanto l’Africa è sempre più piena di campi per rifugiati. E se fossero invece queste le grandi prigioni a cielo aperto? E se fossero usati per accelerare quel fenomeno migratorio fungendo come pit stop per poi ripartire? Molti dei rifugiati che non ce l’hanno fatta sono scappati anche dai campi rifugiati dell’UNHCR. Tutti quelli che sono morti durante il lungo viaggio hanno sostato in quei campi rifugiati oltre confine dove erano stati rinchiusi per un periodo di tempo.

L’Africa è oramai disseminata da migliaia di ettari di terreno coltivabile con campi recintati, tendopoli ed edifici ovunque. A chi appartenevano quelle terre prima? Mi chiedo se tutto questo non sia land grabbing.
Più passa il tempo e più me ne convinco: alle Nazioni Unite fa proprio comodo che ci siano le guerre. E aiutare a far scoppiare altre guerre significa più campi rifugiati, significano altri uffici, altro personale, altri finanziamenti e la raccolta di soldi. E più aumenteranno le guerre più africani si potranno rinchiudere in nuovi campi profughi con i caschi blu a fare la guardia. Del resto il neo colonialismo si attua proprio riducendo l’Africa ad una grande prigione per gli africani.

Grazie per l’attenzione
Daniel Sillas

Africa. La sua bellezza e la sua anima
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
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