Al servizio delle famiglie. Tutte

Aziza, Natalia e Salifou, vengono da Paesi diversi e lontani fra loro, ma vivono tutti a Treviso. Ad accomunarli è l’esperienza del ricongiungimento familiare, percorso in cui sono stati sostenuti ed aiutati dagli operatori del Patronato Acli di Treviso. Alle famiglie ricongiunte e a tutte quelle che vogliono compiere questo percorso di “ricostruzione” di un nucleo familiare qui in Italia, è stato dedicato un ciclo di incontri realizzato nell’ambito del Progetto Famiglia del Patronato Acli nazionale. «Abbiamo pensato alle famiglie che hanno scelto di vivere qui, alle persone che abbiamo seguito e anche a quelle che a vario titolo sono interessate alla pratica del ricongiungimento familiare offrendo loro un’opportunità di incontro e confronto» spiega Silvia Danaro, operatrice del Patronato trevigiano. È stata lei a seguire le pratiche che hanno permesso a Natalia di farsi raggiungere dal marito e dal figlio, a Salifou di raggiungere suo padre e quelle che, si spera, porteranno presto in Italia la madre di Aziza dopo l’arrivo di suo marito e della figlioletta.
«Le persone vengono da noi – racconta la Danaro – per l’istanza di ricongiungimento, verifichiamo che ci siano i requisiti legati all’idoneità dell’alloggio e al reddito, i più difficili da soddisfare, e se non ci sono problemi presentiamo la pratica». È a questo punto che comincia la parte più difficile del lavoro degli operatori, un punto di riferimento per le persone nel tempo dell’attesa. «È un periodo bruttissimo»: ad assicurarlo è Natalia, trentacinquenne moldava, in Italia dal 2005; a casa aveva lasciato marito e figlio ai quali, grazie all’aiuto del Patronato, ha potuto ricongiungersi qualche anno dopo. «Dal momento della domanda a quello in cui abbiamo ottenuto il nulla osta è passato un anno. Sono stati mesi lunghissimi. Ogni giorno aspettavo il postino fuori per strada, stavo impazzendo. Quando la pratica in prefettura si è sbloccata sono stata felicissima. Adesso non ci penso più, ma in quei mesi sono stata davvero male, andavo sempre al Patronato a chiedere informazioni, cercavo conforto, sostegno e non mi hanno mai chiuso la porta in faccia».
E come Natalia sono centinaia le persone che dopo lo svolgimento delle prassi burocratiche hanno bisogno di un aiuto: «“E se le cose non vanno bene?”, “Fai presto. Ho paura di quello che può succedere con mio marito da solo così lontano”, “I miei fratelli vogliono venire, da noi non c’è nulla”, “Mia madre è sola e molto triste, temo si stia ammalando”»: sono le parole che al Patronato arrivano ogni giorno e che nascondono «mille storie». Quella di Aziza è una di quelle da ricordare: è partita dal Marocco, a 27 anni, moglie da pochi mesi in dolce attesa da qualche settimana. «I miei zii – racconta la donna – vivevano in Italia, mia madre ed io eravamo sole e lei ha sempre chiesto, inutilmente, ai suoi fratelli di accogliermi. Subito dopo le nozze, con mio marito abbiamo deciso che sarei venuta e che lui mi avrebbe raggiunto. Sono arrivata in Italia che ero incinta di 4 mesi. Dopo il parto ho portato la bimba in Marocco e sono tornata. Ho trovato un lavoro e ho avviato le pratiche per far venire mio marito. È qui da 2 anni e mezzo. Il ricongiungimento – continua – è stato come rinascere: non avevo goduto del mio matrimonio, della mia vita nuova; venire in Italia era stata una sfida. Adesso fatichiamo, io lavoro tutto il giorno come badante e mio marito resta con la bambina, abbiamo cominciato un’altra volta le pratiche per il ricongiungimento: quando mia madre sarà in Italia, mio marito cercherà un lavoro, la nonna starà con la bambina e io sarò felice. E tutto il merito è di chi mi ha aiutato nelle pratiche e mi ha spiegato mille volte tutto quello che dovevo fare».
La gratitudine è comprensibile se si pensa che presentare una pratica di ricongiungimento è un processo piuttosto complesso: «Vedo le persone anche 5 o 6 volte per assicurarmi che la pratica vada a buon fine – spiega Silvia Danaro del Patronato – per questo spesso imparo a conoscere le persone che ho davanti e le loro mille storie. Andiamo dai casi di ricongiungimento di familiari malati, al richiamo di figli affidati in tenera età a vicini o a parenti, di madri rimaste sole. La distanza appesantisce tutto: il 70 o 80 per cento sono casi particolari che mi colpiscono molto». Come Salifou, arrivato in Italia dal Bourkina Faso a 17 anni, richiamato dal padre che, però, poco dopo l’arrivo del ragazzo, perde il lavoro, subisce lo sfratto e, sfiancato, decide di tornare a casa. Suo figlio no, lui decide di restare a qualunque costo: «Mio padre – racconta il ragazzo in un italiano impeccabile – mi diceva di non venire in Italia perché c’era la crisi e il lavoro non si trova facilmente come prima. Ma in Burkina Faso c’erano problemi anche per mangiare, non c’era nulla. Volevo la mia – come si dice in italiano chance? – la mia possibilità. Lui ha avuto la sua, è stato un uomo e io voglio la mia, anche se è dura, anche se non so bene dove vivrò, anche se per vivere devo accettare l’aiuto della mia insegnante di italiano e di alcuni suoi amici. Ho smesso di chiamare a casa: anche i miei tre fratelli vogliono venire ed ogni volta mi chiedono di avviare le pratiche di ricongiungimento, ma non ho un alloggio fisso né un lavoro, non saprei come accoglierli e la pena davanti alle loro richieste è troppo grande. Non ho tempo per piangermi addosso, devo trovare una soluzione anche se le cose non vanno come speravo. Posso solo dire che lì non c’era nulla e qui anche se è dura ho trovato persone pronte ad aiutarmi e ho dei sogni da realizzare: un lavoro, una casa, una moglie e dei bambini. Far venire anche i miei fratelli in Italia sarebbe bellissimo, ora non saprei come fare, ma spero nel futuro”.

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Fonte UNHCR
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