Alla fine della giornata: Benessere, Equità e Sostenibilità

Da tempo si discute dell’insufficienza del Pil come misuratore del benessere di un Paese. Dalla storia stessa della nascita di questo indicatore comprendiamo che, per cambiare gli strumenti con cui facciamo il bilancio della nostra giornata, c’è bisogno di segni tangibili di un’inversione di rotta.

Ho riascoltato l’intervento di Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, al 44° Incontro di studi delle Acli (settembre 2011): l’ho trovato molto interessante.
In diciassette minuti ha cercato di dare risposta ad una domanda che in forma retorica lo stesso relatore rivolgeva a se stesso: «Quando la società si rende conto che il suo modello di sviluppo non funziona più, si rivolge agli esperti e dice: “aiutateci a capire: alla fine della giornata, noi stiamo progredendo o stiamo regredendo?”(…)».
La risposta che si dà Giovannini credo si possa parafrasare in questi termini: per costruire indicatori che ci permettano di fare un bilancio della giornata, dobbiamo metterci d’accordo sul termine “progresso”.
Fino a qualche tempo fa la risposta dell’esperto era chiara e netta: il progresso coincideva con la ricchezza economica di una nazione e il Pil era il suo indicatore. Per cui, se il Prodotto interno lordo (Pil), da un anno all’altro, mostrava un segno positivo allora stavamo progredendo, altrimenti stavano regredendo.
“Lucciole per lanterne”: perché superare il Pil
Tuttavia da qualche anno la granitica sicurezza contabile di economisti e statistici sul Pil come misura principe di progresso è andata via via erodendosi al punto che oggi lo stesso presidente dell’Istat, rivolgendosi alla comunità dei “professionisti della misura”, pone un inquietante dubbio: «La riflessione da fare è se non stiamo prendendo lucciole per lanterne, guardando ad indicatori sbagliati e quindi facendoci un’idea di noi che non è quella giusta».
Dubbi questi che da pochi anni tentano di fugare commissioni tecniche (ad esempio, la commissione Stiglitz del 2008) e tavoli interistituzionali (vi segnalo il sito www.misuredelbenessere.it) con l’obiettivo di individuare misure di progresso in grado di coniugare benessere, equità e sostenibilità.
Quello che sembra ormai chiaro è che l’idea di progresso/regresso che abbiamo imparato a conoscere attraverso la salita/discesa del Pil è inadeguata, poiché non tiene conto delle dimensioni che rendono una vita degna di essere vissuta (istruzione, salute, lavoro, rapporti sociali, etc).
Al termine del suo intervento, Giovannini cita uno dei primi discorsi (1933) di Franklin Delano Roosevelt da presidente degli Stati Untiti:
“Il nostro popolo riconosce che il benessere umano non si raggiunge unicamente attraverso il materialismo ed il lusso, ma cresce grazie all’integrità, all’altruismo, al senso di responsabilità e dalla giustizia. La gente di questo paese è stata erroneamente incoraggiata a credere che si potesse aumentare indefinitamente la produzione e che un mago avrebbe trovato un modo per trasformare la produzione in consumi e in profitti per i produttori. La felicità non viene unicamente dal possesso dei soldi, ma dal piacere che viene dal raggiungimento di uno scopo, dall’emozione che deriva dallo sforzo creativo. La gioia e la tensione morale non devono più essere dimenticate a favore di una folle ricerca di profitti evanescenti”.
C’è da dire che nello stesso periodo in cui Roosevelt pronunciò quel discorso nasceva quello che oggi noi mettiamo in discussione: il mito del Pil.Allora, ripercorrere la storia del Pil è istruttivo, per almeno due ragioni: perché ci fa comprendere che i dubbi di Giovannini (“prendere lucciole per lanterne”) erano già presenti fin dagli albori del Pil, e non si sono mai sopiti; e poi perché ci insegna che lo sforzo di rivedere gli indicatori di benessere è una condizione necessaria, ma non sufficiente.
Roosevelt, dal 4 marzo 1933, data in cui diventò il 32° presidente degli Stati Uniti, al 16 giugno dello stesso anno, emanò quindici provvedimenti che risollevarono il paese dalla crisi in cui era sprofondato. Questi provvedimenti erano figli di un nuovo corso (New Deal), inaugurato da Roosevelt, che sovvertì i vecchi equilibri tra Stato e mercato che contribuirono ad alimentare la crisi economica del 1929: lo Stato, che fino a quel momento aveva un ruolo assai limitato nell’economia, nel nuovo corso entrò direttamente nella stanza dei bottoni del sistema produttivo e finanziario statunitense prendendone il controllo.
1934, la nascita del Pil
La pianificazione degli interventi pubblici divenne un elemento centrale del nuovo corso di Roosevelt. Ma la pianificazione comportava la creazione di strumenti in grado di valutare quante e quali risorse erano necessarie per produrre un determinato bene e quanto la produzione e commercializzazione di quel bene si sarebbe tradotto in ricchezza per la nazione.
Il cambiamento del paradigma economico comportò, anche in quel caso, il coinvolgimento di economisti e statistici mossi dalla necessità di individuare un metodo e delle misure in grado di valutare, dati alla mano, i benefici economici del nuovo corso.
L’economista Simon Kuznets, da molti considerato il “padre” del Pil, nel 1934 espose al Congresso americano i risultati del suo studio in cui, attraverso l’andamento di un indice che stimava il reddito nazionale (per l’appunto, il Pil), mise in luce gli effetti devastanti della crisi sull’economia americana nel periodo compreso tra il 1929 e il 1932. In quell’occasione Kuznets disse: «Il benessere di una nazione… non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale».
Fatto sta che, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, il Pil inizia ad essere ciò che Kuznets scongiurava, ovvero la misura di riferimento del nostro benessere.
Il motivo delle resistenze di Kuznets si ritrovano in forma perfetta in uno degli ultimi discorsi di  Robert Kennedy che tenne il 18 marzo 1968 all’Università del Kansas (tre mesi dopo sarebbe stato assassinato, il 5 giugno 1968):
Il nostro Prodotto interno lordo è oggi oltre gli 8 miliardi di dollari annui, ma questo Prodotto interno lordo – se giudichiamo gli Usa da questo – questo Prodotto interno lordo mette in conto l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze necessarie per ripulire le nostre strade dalle carneficine. Mette in conto le serrature speciali per le nostre porte e le carceri per le persone che le infrangono. Mette in conto la distruzione dei boschi sempreverdi e la perdita delle nostre meraviglie naturali nel caotico sprawl. Mette in conto il napalm e le testate nucleari e i carri armati che la polizia usa per combattere le rivolte nelle nostre città. Mette in conto i fucili Whitman’s e i coltelli Speck’s, e i programmi della televisione che glorificano la violenza per vendere giocattoli ai nostri bambini.Ma il Prodotto interno lordo non mette in conto la salute dei nostri bambini, la qualità della loro educazione o la gioia dei loro giochi. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità delle nostre famiglie, l’intelligenza dei nostri dibattiti e l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né la nostra intelligenza né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né il nostro sapere, né la nostra compassione né la nostra dedizione al nostro paese.In sintesi, misura tutto, fuorché quello rende la vita degna d’essere vissuta“.
Ma il Pil, anche dopo questo discorso, continuò ad essere la cifra del nostro progresso, pur non godendo di buona reputazione sia tra gli esperti che tra i politici progressisti.I motivi di questa tenacia presenza vanno ricercati fuori dai confini della metodologia statistica, negli equilibri di potere economico-finanziari e geopolitici nati dopo la seconda guerra mondiale.
Tuttavia, qui mi preme sottolineare soprattutto l’aspetto pedagogico della storia del Pil.Essa insegna che, per cambiare gli strumenti con cui facciamo il bilancio della nostra giornata, c’è bisogno di concretezza: di segni tangibili di un’inversione di rotta nei rapporti tra Stato, mercato e società. Il Pil nacque nei cento giorni in cui Roosevelt diede vita al New Deal, e nel primo dei cento giorni di riforme pronunciò questa frase: «Il nostro primo grande compito è di dare lavoro al popolo».

Alla fine della giornata: Benessere, Equità e Sostenibilità
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Fonte UNHCR
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