Appoggiati ai lampioni: cosa rende i dati statistici così sovrumani?

Da che mi ricordo ho sempre avuto con i numeri un rapporto confidenziale, non tanto per chi sa quali alchimie genetiche, quanto per l’avversione che da bambino avevo per la lingua italiana. Diciamola tutta: non ero un grande scrittore, ma sapevo far di conto, e a questa convinzione mi sono sempre aggrappato.

Oggi faccio un lavoro che ha a che fare con i numeri, sono stato coerente, ma forse ancor più fortunato: lavoro all’Iref, l’istituto di ricerche delle Acli.
Nel mio ambiente di lavoro, il mondo si divide in due: il qualitativo e il quantitativo. Il tratto che distingue i due mondi è la scelta dei mezzi con cui si descrivono gli “oggetti” di ricerca: nel regno della qualità si usano strumenti che privilegiano la parola e l’osservazione; mentre nel regno della quantità lo strumento principe è il questionario a risposte predefinite, indispensabile per produrre statistiche.
Non è fondamentale conoscere nei particolari cosa si fa e quali creature popolano questi mondi, vi basti sapere che per via di questa separazione i numeri hanno perso la loro origine terrena e sono lentamente entrati in una dimensione mitologica, senza spazio né tempo.
Va ricordato fin da ora che i numeri, al pari delle parole, sono una nostra costruzione, dei segni che per convenzione abbiamo scelto per orientarci nel mondo e per semplificarci la vita; non è certo un caso che il sistema decimale è figlio dello strumento di conto che abbiamo imparato ad usare fin da piccoli, le nostre dita. I numeri, o per stare nel pezzo, i dati statistici, non piovono inaspettati sulle nostre teste, scesi dall’Olimpo del calcolo, per ricordarci i limiti della nostra condizione umana; al contrario, essi sono il prodotto di scelte del tutto umane e per questo soggette a critiche e a revisioni.
Ma allora: cosa rende i dati statistici così sovrumani?
La risposta che mi sono dato  –  non l’unica, né esente da critiche, essendo come voi un abitante della Terra –  è nel modo in cui sono comunicati i dati a tutti noi. Nei mezzi d’informazione, quando si trattano argomenti in cui compaiono dati statistici, il metodo con cui sono stati raccolti e analizzati spesso viene omesso, o al più relegato in nota, mentre si dà maggiore enfasi al dato in sé. Per i giornalisti come per qualsiasi altro professionista della comunicazione la notizia non sta certo nel metodo statistico, ma nel suo risultato: la percentuale, il dato statistico, il numero.
Enfatizzare il fine a scapito del mezzo è ciò che attribuisce al dato quella parvenza di sacralità che lo fa somigliare più ad un animale mitologico che ad un qualsiasi altro manufatto frutto dell’ingegno umano come, ad esempio, un lampione.
Ho tirato in ballo il lampione perché mentre scrivevo mi è venuta in mente una celebre citazioni di Mark Twain: «La gente di solito usa le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione».
Il rischio è usare i dati come meglio ci fa comodo, e loro (i dati) si prestano bene all’uso: hanno quell’apparenza di scientificità che ci fa dimenticare che sono nostre creature. Per far luce sulle cose che ci circondano dobbiamo interrogarci sul come i dati sono costruiti: ripercorrere la strada che dal questionario conduce alle pagine di un giornale. Dovremmo allenare di più lo sguardo per vedere oltre il mito e scoprire dopotutto che ciò che conta davvero è non rinunciare a contare, altrimenti si corre il rischio di smaltire la sbornia (dei numeri) appoggiati ad un lampione.

Appoggiati ai lampioni: cosa rende i dati statistici così sovrumani?
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR