Battesimo del Signore

Domenica 7 Gennaio 2018 – Anno B

Parola del giorno: Is 55,1-11; Is 12,2-6; 1 Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

DAL VANGELO SECONDO MARCO (Mc 1, 7-11)

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

COMMENTO AL VANGELO

a cura di don Gianpaolo Romano, accompagnatore spirituale ACLI Como

Così come nei primi passi del tempo di Avvento, anche oggi, nella festa del battesimo di Gesù, che conclude il tempo liturgico del Natale, ci ritroviamo sulle sponde del fiume Giordano, in compagnia di Giovanni.

L’episodio del battesimo è ricordato da tutti e quattro i Vangeli e uno degli aspetti richiamati dall’episodio è il compiersi delle profezie antiche. Il Giordano è legato all’ingresso di Israele in Canaan, con Giosuè (il cui nome in ebraico è evocativamente simile a quello di Gesù); ma è anche lo scenario del “passaggio di consegne” tra il profeta Elia ed Eliseo, che ne prende il testimone. Gesù è dunque il compimento di ogni attesa profetica e ci fa entrare nella pienezza del Regno di Dio. Non solo. La valle del Giordano è anche il luogo più profondo del pianeta Terra, raggiungendo i 400 m circa sotto il livello del mare; già da solo, questo fatto è quasi un simbolo del modo con cui Gesù si inserisce in profondità nella nostra umanità, realtà poi pienamente segnalata dall’immersione nelle acque del fiume, vissuta proprio nel battesimo amministrato da Giovanni. Il primo atto pubblico di Gesù, il suo manifestarsi al mondo, il suo essere indicato e individuato come il Messia e il Figlio di Dio, coincidono dunque con un atto umanamente modesto e dimesso, di norma segno della necessità di conversione. Gesù si mette in fila insieme a un gruppo di peccatori, in modo nascosto e anonimo, e riceve come loro il battesimo da Giovanni.

Qui sta il miracolo. Qui sta la meraviglia. Questa festa, ponte tra il Natale e il tempo liturgico ordinario, ci ricorda che Gesù ci salva così: mescolandosi a noi peccatori, condividendo la nostra umanità, donandoci la sua vita. “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” non è solo una formula che sancisce il compiersi delle attese messianiche; dice che le attese si sono compiute proprio così, non in altro modo. Dio è proprio quello che si è messo in fila con gli altri, è quello che si è immerso nelle acque del Giordano, è quello che si mette insieme agli ultimi, ai derelitti, ai farabutti, ai peccatori. Dio è così. Non sta lontano ad aspettare il nostro cammino verso di Lui, ma, al contrario, viene a noi a donarci la Sua salvezza.

La festa del battesimo di Gesù è tradizionalmente anche un richiamo al nostro battesimo, non più quello amministrato da Giovanni, per la conversione dal peccato, ma quello in Spirito Santo, portato da Gesù. Risuona l’invito di Isaia: “O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite”, completato dal monito, più attuale di quanto si possa credere: “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?”. L’amore gratuito di Dio è il dono offerto nel battesimo. E le direttrici su cui si muove l’educazione nella fede di cui ci parla il rituale del sacramento sono quelle richiamate da san Giovanni: l’amore a Dio e l’amore al fratello. E così si compie il quadro. Gesù si immerge (“immersione” è proprio il significato etimologico della parola “battesimo”) nella nostra umanità perché tutti noi possiamo immergerci, con il nostro battesimo, nell’amore gratuito di Dio, imparando a farlo diventare la cifra della nostra vita rinnovata.

Nella versione di Marco, che meditiamo in questo anno liturgico, Gesù, appena uscito dalle acque del Giordano, “vide squarciarsi i cieli”: la parola greca usata indica uno strappo che non si risana, uno squarcio che non si richiude. La prima lettura della prima domenica di avvento in questo anno liturgico ha fatto risuonare una celebre invocazione di Isaia: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”. Ora, nelle ultime parole del Vangelo dell’ultima domenica del tempo di Natale, possiamo dire che quell’invocazione ha trovato compimento. Dio ha aperto, squarciato i cieli una volta per sempre. Per darci un orizzonte di speranza. Per donarci la sua grazia e il suo amore. Per farci salire accanto a Lui. Per non chiuderli mai più.

Battesimo del Signore
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Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
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