Bene comune “biodegradabile”?

Chi ha avuto la pazienza di seguirmi sin qui si sarà accorto di quanto sia facile denunciare i tradimenti, le omissioni e le insufficienze della politica e di quanto, al contrario, sia difficile capovolgere il discorso in positivo. Questa difficoltà (a parte i limiti di chi scrive) è in una certa misura fisiologica: la politica assolve bene alla sua vocazione soprattutto quando riesce a rimuovere gli ostacoli che impediscono la “buona vita umana della moltitudine” (J. Maritain). Al contrario, quando pretende di imporre per decreto un ideale univoco di vita morale, siamo a un passo dal totalitarismo dello “Stato etico”. Tuttavia, un eccesso di legittima difesa nei confronti dello Stato etico oggi ci sta spingendo verso uno Stato etico al rovescio, che pretende di erigere il nichilismo o il relativismo a dottrina etica ufficiale. Espellere ogni rimando al bene comune, neutralizzando lo spazio pubblico, è un altro modo di fare etica. Per questo, non si può rinunciare a cercare la “misura giusta” di una convivenza politicamente governata, tenendo a distanza i due estremi – non equivalenti – di un liberismo agnostico e di un totalitarismo asfissiante, accettando di lasciare un margine pluralistico di oscillazione fra concezioni diverse. Da un lato, si potrebbe ricordare la differenza fra “libertà positiva” e “libertà negativa”, cara alla tradizione liberale e messa a punto da Isaiah Berlin: mentre la conquista di una “libertà negativa”, intesa come assenza di vincoli o costrizioni esterne (libertà-da), appartiene secondo Berlin alla vocazione propria della politica in quanto rappresenta un presidio antitotalitario a garanzia delle libertà individuali, la libertà positiva al contrario non può essere sottratta all’individuo né trasformata in un valore collettivo. La società non è una entità meta-personale, una specie di mostruosa “persona gigante”, che ridurrebbe le persone reali a semplici parti di essa. Da un altro lato, una linea di pensiero particolarmente coltivata dalla tradizione cristiana invita a non rinunciare – sul piano antropologico, prima che politico – a un’idea di libertà positiva: solo tenendo insieme la libertà e il bene gli esseri umani possono essere veramente felici. Su questa base, anche la vita di relazione deve perseguire come obiettivo fondamentale un’armonica composizione fra persona e bene comune, cercando di avvicinarsi quanto più possibile a un’interpretazione non vuota e almeno minimamente “sostantiva” di queste nozioni.
Non possiamo mai rinunciare del tutto a chiederci, in altri termini, che cosa rende abitabile un mondo “comune”, dentro il quale si può tessere insieme la rete della convivenza.L’etimologia latina del commune allude a un munus che è dono e compito. Una medesima semantica dà vita a un altro termine, strettamente imparentato con il precedente: communicatio. Una splendida intuizione di Tommaso d’Aquino, in un commento ad Aristotele, ci aiuta a cogliere il nesso: secondo Tommaso, la natura ha dato agli umani la possibilità di comunicare, cioè articolare e condividere in modo dialogico la ricerca intorno a ciò che è utile o dannoso, giusto o ingiusto; è precisamente la comunicazione intorno a queste cose che edifica la cellula familiare e quella politica. L’uomo, insomma, è naturalmente un “animale domestico e civile” («Sed communicatio in istis facit domum et civitatem. Igitur homo est naturaliter animal domesticum et civile»). Per un verso, la vita di relazione è una dotazione naturale dell’umano, che tuttavia, per altro verso, dev’essere coltivata attraverso un esercizio di edificazione condivisa della casa comune.
La politica non può e non deve offrire un’alternativa pubblica alla responsabilità personale, che resta libera e inderogabile, ma la persona umana è naturaliter animal domesticum et civile si vedrebbe mortificata in una sua vocazione fondamentale qualora non si riconoscesse più come membro di un mondo comune. Hegel ha riconosciuto questa patologia, identificandola con un termine destinato a diventare famoso: alienazione. Se la mia vita si realizza in un mondo nel quale non mi riconosco, allora non la sento più come veramente mia; in tal caso la vita sociale mi allontana da me stesso, la “parte pubblica” della mia vita non è più veramente mia.
Questo pericolo sembra giunto oggi al suo esito estremo: i valori che presiedono alla fioritura di un mondo comune li avvertiamo come inesorabilmente “biodegradabili”. Come i sacchetti di plastica di nuova generazione: macerano insieme ai loro contenuti. O come un tappeto, nobile e glorioso, abbellito dai ricami preziosi e diversi, sopra il quale camminiamo tutti: nessuno ne cura più la manutenzione, mentre i singoli e i gruppi cercano di accaparrarsene spazi sempre più ampi. Ogni tribù politica è intenta a decorare in superficie la propria parte, per renderla più appetibile e invitante, senza preoccuparsi della trama e dell’ordito sottostante. Fra una tribù e l’altra il tessuto appare sempre più liso e cedevole, ma nessuno se ne dà cura. Come non vedere in quest’atteggiamento miope l’anticamera di un suicidio politico collettivo?
Il discorso sul bene comune ci porta dunque a interrogarci intorno alle condizioni che rendono possibile la convivenza di una vera comunità politica. Ci porta a chiederci: che cosa abbiamo in comune tra noi? Il bene comune riguarda essenzialmente la qualità delle relazioni tra le persone, dunque quell’enigmatico panorama invisibile grazie al quale si può continuare a dire “io” senza dimenticarsi del “noi”. Non nasce proprio da qui la pericolosa deriva atomistica che sta rendendo biodegradabile anche la forma stessa della civitas? Il problema nasce da lontano, d’accordo: dalla celebrazione tutta italiana del “particulare” fino allo scontro tra guelfi e ghibellini (con tutta la serie interminabile di varianti interne). Oggi, tuttavia, si ha l’impressione di una regressione allarmante, di un solco che si aggrava, per di più con la complicità di un populismo pseudopolitico che lo cavalca allegramente: il solco tra nord e sud, tra italiani e “stranieri”, tra laici e cattolici, tra politica e “antipolitica”…
Per questo, oggi, abbiamo bisogno di collanti civili in quantità industriali. Non qualche pillola, ma vere e proprie flebo da immettere nelle vene profonde del paese. Inutile illudersi: la società politica ha certamente bisogno di condizioni “esterne” che garantiscano la vita civile, a cominciare dalla natura della partecipazione democratica, che implica una costante manutenzione dello stato sociale e una cornice di presidi irrinunciabili per un’autentica communicatio (la scuola, il calendario, la piazza, l’informazione, la giustizia…). Ma prima ancora di tutto questo, c’è bisogno di ritrovare e preservare i pilastri fondamentali e non “biodegradabili” della convivenza. Tra questi vorrei indicare soprattutto la vita e la pace, dai quali dipende la possibilità di una autentica promozione della comunità umana. Vita e pace sono beni in sé e, insieme, condizioni –  non esclusive ma inclusive – che aiutano ad edificare il profilo “comune” del bene; per questo non possono essere lottizzati politicamente né ridotti a vessilli simbolici di “parte”: la vita a destra, la pace a sinistra.
C’è un rapporto organico tra il valore della vita a livello personale e interpersonale, che dev’essere assolutamente preservato da ogni accaparramento ideologico. Fare pace con la vita e far vivere la pace sono due facce della medesima medaglia, inscindibili ed essenziali per l’edificazione di una casa comune, che dev’essere costantemente messa al riparo – proprio perché comune – dalle interferenze selettive e strumentali del bipolarismo politico, in modo da impedire a una corretta dialettica democratica di soccombere al gioco destabilizzante delle delegittimazioni reciproche.
(fonte: Dialogando)

Bene comune “biodegradabile”?
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