Carcere e diritti: il Patronato c’è

Tutela e diritti sono le due parole chiave per comprendere il lavoro dei patronati: il loro compito non è solo quello di compilare le pratiche per facilitare l’Inps ma quello di far conoscere ai cittadini, soprattutto quelli più deboli come anziani, disabili e detenuti, i loro diritti e aiutarli a scegliere la prestazione sociale più adatta alle loro esigenze.

Grazie alla legge 193/2008 i patronati possono svolgere la loro attività anche nelle carceri per garantire agli ospiti delle case circondariali l’accesso alla pensione, l’assegno familiare, l’invalidità civile o la disoccupazione o le altre prestazioni previste dalla normativa italiana.

Dal 2009, da quando il Patronato Acli è entrato in carcere, ha intercettato 4.520 persone e ha istruito 10.219 pratiche nelle 75 province coinvolte su tutto il territorio nazionale. Il tempo dedicato alle pratiche invece non è quantificabile: spesso gli operatori delle Acli lavorano, o meglio donano del tempo, più di quanto prevede la convenzione con la casa circondariale.

“Mi è capitato di accompagnare una persona uscita da Rebibbia a fare un libretto postale – ricorda l’operatrice del Patronato Acli di Roma Fabrizia Mancini – altre volte il carcere mi chiede di andare di sabato e sono ore che dedico volontariamente allo svolgimento delle pratiche. E poi c’è il tempo che lavoro le pratiche in ufficio: nella mia cassetta della posta a Rebibbia ogni settimana trovo pacchi di 20-30 richieste che non riesco a risolvere nella mattinata che sto lì e me le porto in ufficio”

Per quanto riguarda gli orari di entrata e i permessi ogni carcere è un mondo a sè. Al Montorio di Verona l’operatore delle Acli entra nell’area trattamentale una volta a settimana, a Rebibbia le Acli hanno il permesso di entrare il lunedì mattina ma spesso l’operatrice è convocata anche fuori dal suo orario di lavoro. “A Lecce – spiega Loredana Tundo, direttrice del Patronato Acli – abbiamo il permesso di entrare tutte le volte che vogliamo in qualsiasi orario, e ognuno di noi entra in un reparto a contatto preciso, Io vado in infermeria”.

A Roma, nella casa circondariale di Rebibbia – una città nella città con i suoi 1600 detenuti ai quali si sommano la polizia penitenziaria e agli amministrativi – il Patronato Acli è presente dal 2007. “Prima di allora – racconta l’operatrice del Patronato Acli Fabrizia Mancini – c’era un volontario che spesso ci chiedeva informazioni, ma non si facevano pratiche di disoccupazione. I detenuti non sapevano che potevano richiedere il sussidio e perdevano dei diritti. Ne hanno persi parecchi negli anni passati”.

“Un diritto lo faccio valere se so che ce l’ho ed è disponibile – sottolinea Mattia Mariottini, direttore del Patronato Acli di Roma – altrimenti non lo faccio valere. Il compito del Patronato è proprio quello di informare sulle possibilità che un cittadino ha. Non possiamo dunque essere considerati un service dell’Inps o dello Stato o addirittura un pezzo della burocrazia, ma siamo attori del welfare locale”.

Anche a Lecce, prima dell’arrivo del Patronato Acli, alcune prestazioni non erano proprio richieste. “Siamo arrivati a febbraio 2013, prima di noi i detenuti richiedevano solo la disoccupazione, non sapevano che potevano avere diritto all’invalidità oppure erano pratiche complesse e ci rinunciavano”, spiega Loredana Tundo, direttrice del Patronato Acli di Lecce, che insieme a due colleghi entra nei reparti della casa circondariale salentina almeno una volta a settimana.

“Ho avuto il caso di un ragazzo che ha ucciso la madre con una bombola del gas – ricorda ancora la Tundo – si capiva che non era a posto con la testa, era sempre stato malato e poi la sua malattia è esplosa, ma non ha mai percepito un’indennità di frequenza quando era piccolo o un’invalidità civile quando è diventato grande perché i servizi sociali non si sono mai occupati di lui. Fargli sapere e ottenere che ha un diritto è stato importante”.

Senza il patronato, la situazione dei detenuti sarebbe molto più difficile: se a un comune cittadino servono diversi mesi per ottenere l’assegno di invalidità, il riconoscimento dell’handicap o l’infortunio sul lavoro, un detenuto può metterci anni a ottenere un suo diritto. La burocrazia penitenziaria è infatti molto farraginosa e i tempi del carcere sono molto più lenti rispetto alla vita normale. Ogni richiesta – come quella di avere una copia dei documenti di identità del detenuto – va sottoposta alle gerarchie carcerarie, a volte serve la firma dei parenti che non sono reperibili o a volte sono stranieri. E il tempo passa.

“A Rebibbia per esempio, la commissione medica dell’Inps per la verifica dell’invalidità civile passa una volta l’anno – ricorda Fabrizia Mancini – ci vuole tempo per mettere insieme tutta la documentazione e tutte le firme necessarie e a un certo punto della pratica può capitare che l’assistito torni in libertà o venga spostato in un altro carcere. Per fortuna le Acli sono presenti in molte case circondariali e possono seguire la pratica senza che si interrompa, ma servono sempre le autorizzazioni per richiedere i documenti. Un cittadino normale invece nel giro di tre mesi riceve la visita della commissione medica e ha una risposta”.

Anche l’apertura di un libretto postale sul quale versare i soldi dell’Inps, un’operazione che fuori da carcere richiede al massimo due ore alla posta, per un detenuto può diventare una questione di mesi.

La presenza del patronato, allora, in una situazione così estrema con tempi molto dilatati e burocrazia decuplicata rispetto alla vita normale diventa essenziale.

Alcune prestazioni poi possono essere richieste solo tramite canale telematico, canale di per sé precluso alla popolazione carceraria perché dietro alle sbarre non ci sono né computer né internet.

“Nel carcere di Montorio – racconta Marco Geminiani, direttore del Patronato Acli di Verona – entro con carta e penna, poi quando esco inserisco le pratiche nel computer e invio le pratiche all’Inps. Da aprile di quest’anno la direzione carceraria ci ha messo a disposizione una stanza fuori dall’area trattamentale. Lì teniamo le pratiche. Prima le portavamo sempre in giro fino all’ufficio delle Acli dove le lavoravamo al pc”.

L’85% delle pratiche attivate dal Patronato Acli si concentrano in tre prodotti: 41,4% indennità di disoccupazione, 32,9% richiesta verifica e rettifica sulle posizioni assicurative 10,3% assegno o pensione di invalidità civile. Entrate che i detenuti usano per comprare sapone, carta igienica e altri beni di prima necessità all’interno del carcere o che mandano ai familiari.

“Ho assistito un ragazzo di Brindisi che in due anni al carcere non aveva mai incontrato la famiglia – ricorda Loredana Tundo – perché non potevano permettersi il viaggio in treno fino a Lecce. Quando gli abbiamo fatto ottenere l’invalidità civile perché ne aveva diritto era gioioso: finalmente poteva mandare cento euro a casa e far venire la famiglia”.

A complicare la vita dei detenuti – e degli operatori del Patronato – ci si mettono anche alcune riforme di spending review. Tra queste la legge Fornero con l’Aspi e la miniAspi: con il cambio dei requisiti molte domande vengono respinte.

“In passato – riconta Fabrizia Mancini – bastavano 78 giorni lavorativi per chiedere la disoccupazione. Ora invece serve anche un minimale di ore lavorate e i detenuti hanno perso un diritto perché non sempre riescono a raggiungere quel minimale. Molti infatti lavorano nelle cooperative collegate al carcere che hanno avuto dei tagli. Il risultato è che i detenuti lavorano per meno ore”.

Al di là della burocrazia però lavorare con il carcere non è facile: da un lato gli operatori devono sospendere il giudizio e ricordarsi che hanno davanti delle persone con dei diritti, dall’altro non possono lasciarsi impietosire e rispondere a richieste che competono ad altre figure, come gli educatori e le associazioni di volontariato. I ruoli devono essere molto chiari.

“Non viene spontaneo lavorare per il riconoscimento dei diritti dei detenuti – spiega Marco Geminiani di Verona – prevale l’idea di una persona che non possiede tali diritti ma solo l’obbligo dell’espiazione della colpa anche se poi molte persone sono in attesa di giudizio di primo grado. Bisogna sospendere il giudizio e pensare che è un grande servizio di solidarietà”.

“A volte può esserci una lotta con la coscienza – aggiunge Loredana Tundo – quando so che sto aiutando una persona che ha compiuto delitti tremendi. Poi prevale l’idea che davanti a me c’è una persona che ha un diritto, come la pensione, ed è nostro dovere farglielo avere, non sta a noi giudicare”.

“E se all’Inps mi rispondono ‘E che vogliono pure la pensione questi?’ – ricorda Fabrizia Geminiani che in carcere entra senza pietismi – io insisto. Perché se è un diritto, lo è per me per te per tutti”.
 

Carcere e diritti: il Patronato c’è
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Fonte UNHCR
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