Caritas in veritate: persona, lavoro, sviluppo

Su questa ultima enciclica di Benedetto XVI sono già intervenuto più volte e in occasioni diverse e qualificate. Più la rileggo e rifletto su di essa – sui 6 capitoli in cui è articolata – e più mi rendo conto che sono dinanzi ad un testo innovativo che può essere considerato “un prontuario sociale cristiano per il XXI secolo” (Bartolomeo Sorge in Aggiornamenti sociali), una vera bussola sui temi dell’economia, del lavoro e della questione sociale che si è trasformata, in virtù della rivoluzione tecnologica, in questione antropologica.

Nel mio intervento vorrei soffermarmi in particolare sui tre aspetti che mi sono stati richiesti: persona, lavoro, sviluppo. Queste distinte realtà, tuttavia, non devono essere viste in modo separato ma unitariamente, proprio perché ormai la questione sociale e la questione antropologica sono diventate un tutt’uno, avendo sempre al centro la vita umana e la sua dignità.Possiamo anche spingerci ad affermare che nella presente enciclica il Papa formula una nuova definizione di dottrina sociale della Chiesa: «Essa è “Caritas in veritate i n re sociali”: annuncio della verità dell’amore di Cristo  nella società». In tal modo si vuole sottolineare che la dottrina sociale della Chiesa nasce non dall’esterno, dalla «questione sociale», ma dall’interno della risposta di verità e di amore che il cristianesimo offre alle attese della società umana. Certo, «la Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati. Ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo della sua dignità, della sua vocazione» (n.9).Dobbiamo imparare ad assumere una visione d’insieme, un approccio sistemico e interdisciplinare quando analizziamo i problemi se non si vogliono trascurare dimensioni  importanti della realtà.Secondo la Caritas in veritate: «le valutazioni morali e la ricerca scientifica devono crescere insieme […] e la carità deve animarle in un tutto armonico interdisciplinare, fatto di unità e di distinzione. La dottrina sociale della Chiesa, che ha “un’importante dimensione interdisciplinare”, può svolgere, in questa prospettiva, una funzione di straordinaria efficacia» (n.31). Infatti, molti problemi posti dalla “questione antropologica” sono collegati tra loro; i diritti individuali non si possono svincolare da una visione complessiva di diritti e doveri, altrimenti la rivendicazione dei diritti diviene l’occasione per mantenere i privilegi di pochi: «i diritti presuppongono doveri senza i quali si trasformano in arbitrio» (n.43).
1. Sulla personaLa nozione di persona è prioritaria nella dottrina sociale della Chiesa. Essa viene prima di ogni altra poiché tutto si riconduce alla centralità della persona. Anche il concetto di lavoro e di lavoratore viene dopo la persona, così come quello di cittadinanza e di cittadino. Sono cose apparentemente ovvie ma noi stessi nelle Acli abbiamo dovuto riscoprirle e metterle in ordine: prima la persona, poi il cittadino, poi il lavoratore. Senza fare un pericoloso corto-circuito.
Questa nuova consapevolezza è un modo concreto per liberarci dal tempo delle ideologie e dallo scontro tra socialismo e liberalismo.
C’è un punto che avvicina molto la concezione della persona con quella del lavoratore ed è la dimensione della “socialità”, ossia come la persona è un soggetto relazionale, così il lavoratore è unito da un rapporto sociale e solidale con altri lavoratori.
Insisto molto su queste osservazioni perché l’enciclica stessa ci dice che per compiere una svolta culturale abbiamo bisogno di una “nuovo pensiero”.
Al n. 53 si leggono queste parole impegnative: “Oggi l’Umanità appare molto più interattiva di ieri: – (basti pensare, aggiungo io, alla globalizzazione, alla mobilità umana, alla società in rete) – Questa maggiore vicinanza si deve trasformare – continua il Papa – in vera comunione . (…) Serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia. L’interazione tra i popoli del pianeta ci  sollecita a questo slancio affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà”.
Abbiamo dunque bisogno di un pensiero che parte dalla persona ma vada oltre l’individualismo e si apre ad una antropologia della relazione  e della solidarietà.
Benedetto XVI in questa sua enciclica sociale ha il coraggio di parlare chiaro e di chiamare le cose per nome: ciò che manca alla politica e all’economia è il principio della “fraternità”. L’intero capitolo terzo è intitolato “Fraternità, sviluppo economico e società civile”.
La fraternità viene tradotta laicamente nella cultura del dono.
Forse il concetto-chiave centrale dell’enciclica – il più nuovo – è quello di dono. “La carità nella verità pone l’uomo davanti alla stupefacente esperienza del dono. La gratuità è presente nella sua vita in molteplici forme, spesso non riconosciute a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza. L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime e attua la dimensione di trascendenza” (n. 34).
Ciò obbliga ad approfondire la categoria della «relazione» e ci porta a scoprire che “la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio. […] Ciò vale anche per i popoli” (n. 53).
Ma la concezione relazionale del dono è stata accantonata dalla modernità, tant’è che l’economia moderna ha assunto come suo statuto costitutivo l’individualismo metodologico che non può certamente contemplare il dono nel suo orizzonte di senso, essendo il dono la quintessenza di un rapporto sociale. La modernità, non potendo giustificare il dono nell’ottica egemone dell’interesse individuale, lo ha così relegato alla sfera dell’affettività, ossia, in una dimensione privata, non più sociale, e quindi meno visibile. Il dono si è trasformato così in un atto discrezionale di buon cuore (filantropia) che non costruisce però relazione sociale, scadendo in questo modo in un conservatorismo compassionevole.
A rafforzare la cultura del dono è proprio il principio di sussidarietà nella sua concezione “relazionale”. Il termine sussidiarietà ricorre per tredici volte nell’intero documento e la trattazione più importante di tale concetto si trova nel Cap. V, dedicato alla “Collaborazione della famiglia umana”, che inizia così: “Una delle più profonde povertà che l’uomo può sperimentare è la solitudine … La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali“.
Come si vede la persona è essenzialmente relazione e reciprocità.

2. Sul lavoroRiscoprire il senso del lavoro vuol dire contribuire a dare soluzioni adeguate alle varie drammatiche problematiche che attraversano oggi il mondo del lavoro. Il nuovo umanesimo del lavoro si costruisce attraverso l’impegno della persona e la cooperazione con gli altri.Nella Caritas in Veritate, il concetto di dignità del lavoro viene richiamato in diversi punti. Al n. 63, il Papa sottolinea come la parola «decente» applicata al lavoro stia ad indicare «un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa».Al n. 32 si sottolinea come “la dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza e che si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti”. E sempre al n. 63, Benedetto XVI sviluppa il tema della dignità del lavoro connettendolo di nuovo alla questione della giustizia con un riferimento esplicito al tema della povertà, affermando che: “I poveri in molti casi sono il risultato della violazione della dignità del lavoro umano, sia perché ne vengono limitate le possibilità (disoccupazione, sotto-occupazione), sia perché vengono svalutati i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia“.Per riconoscere ed attribuire dignità ad ogni persona che lavora è necessario salvaguardare da un lato i diritti  già acquisiti e riconosciuti e dall’altro ampliare e promuovere una serie di diritti e tutele di cui molti lavoratori oggi sono privi.Ecco, ad esempio, come Stefano Zamagni – che certo  non è estraneo alla presente enciclica – si esprime intorno al dibattito attuale sul posto fisso.«Quello che oggi dobbiamo garantire è il lavoro fisso, non il posto fisso. Questo vuol dire che in ogni fase della vita la persona deve avere garantito l’accesso al lavoro. Fino a ieri, in ambito lavorativo, esistevano gli occupati e i disoccupati. Oggi l’emergenza viene da una terza categoria: i precari. Ma la precarietà è la risposta errata all’esigenza di flessibilità che le nuove tecnologie e la globalizzazione hanno reso indispensabile. In un’epoca, come quella attuale, in cui c’è una forte discrasia tra il ciclo lavorativo di una persona, mediamente intorno ai 40 anni, ed il ciclo tecnologico, cioè l’intervallo tra il momento in cui inizia un’attività e in cui questa attività diventa obsoleta, che oggi in media è di 12-13 anni, il concetto di posto fisso non ha senso. La precarietà genera insicurezza, e l’insicurezza riduce lo spazio di libertà della persona. E un cristiano può fare a meno di tutto, ma non della libertà».
3. Sullo sviluppoVenendo ora al concetto di “sviluppo” non dobbiamo mettere da parte le acquisizioni che abbiamo già fatto parlando di persona e di lavoro, soprattutto se vogliamo raggiungere l’obiettivo di  ripensare ex novo l’economia. Lo sviluppo  – che nell’enciclica ricorre per 250 volte – non si riduce alla semplice crescita economica. Uno sviluppo, per essere autentico, deve essere integrale, vale a dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Noi non accettiamo di separare l’economia dall’uomo perché – come già affermato in precedenza – questione sociale e questione antropologica sono intimamente intrecciate. “Il vero sviluppo non consiste primariamente nel fare. Chiave dello sviluppo è un’intelligenza in grado di pensare la tecnica e di cogliere il senso pienamente umano del fare dell’uomo, nell’orizzonte di senso della persona presa nella globalità del suo essere” (n. 70).Per capire che cosa sia lo sviluppo umano è pertanto necessario ripartire dalla domanda sull’uomo e sul significato del suo stare nel mondo. La risposta di Benedetto XVI è la seguente: “Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione” (n. 16). È questo il presupposto sul quale il Papa costruisce la Caritas in veritate.Proprio perché lo sviluppo è risposta dell’uomo alla sua vocazione trascendente – spiega il Papa- è necessario che il progresso sia conforme alla dignità dell’uomo: “La vocazione è un appello che richiede una risposta libera e responsabile. Lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli: nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana” (n. 17). Non c’è sviluppo integrale senza il riconoscimento della dignità della persona umana, della sua libertà e responsabilità: “Solo se libero, lo sviluppo può essere integralmente umano; solo in un regime di libertà responsabile esso può crescere in maniera adeguata“.Ciò che Benedetto XVI viene ora a precisare è che, “il sottosviluppo ha una causa ancora più importante della carenza di pensiero: è “la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli” (n.19).Il principio di “fraternità”, l’essere fratelli, esprime infatti un legame costitutivo che “precede” la nostra libera decisione di agire in modo solidale. “La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna” (n.19).L’enciclica di Benedetto XVI vuole che la logica del dono entri a pieno titolo “nel” mercato e esprime un secco “no” al mito dell’efficienza che discrimina le persone  in inclusi e esclusi, premiando i più forti.Nel suo insieme l’enciclica viene a dire che il mercato da solo non basta. L’economia ha bisogno non solo di regole ma anche di socialità e dunque di etica sociale. Il Terzo settore (e la sua cultura di gratuità) contiene in sé gli anticorpi per scongiurare le degenerazioni del mercato. Per questo è tempo di assumere iniziative concrete per porre fine alla separazione tra la sfera economica e la sfera sociale, re-incorporando l’economia nel sociale. È in questo modo che l’economia diventa “civile”.Questo invito alla “civilizzazione dell’economia” porta a superare la dialettica mercato-Stato, creando nuove forme di democrazia, partecipazione, redistribuzione e solidarietà nell’attività economica. È una prospettiva che non solo scardina la tradizionale visione dell’economia liberale, ma allarga anche le responsabilità della società civile.Combattere le disuguaglianze sociali e le nuove povertà è compito di tutti, al di là delle religioni e delle ideologie. Infatti, l’aumento delle disuguaglianze e delle povertà, dice Benedetto XVI, “non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del « capitale sociale », ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile” .(n.32).Il bene comune della polis globale esige anche la collaborazione tra cittadini credenti e non credenti, autoctoni e migranti, per questo è necessario che tutti contribuiscano a stabilire le regole dell’etica pubblica. Anche i cattolici sono tenuti a svolgere il loro ruolo in questo contesto plurale facendo valere la loro identità e i loro valori. Osserva Benedetto XVI che la dottrina sociale della Chiesa “è nata per rivendicare questo ‘statuto di cittadinanza della religione cristiana” (n.56). Se un punto di novità va messo in luce, questo è rappresentato proprio dai forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale (n.15).Così afferma il Papa al n.57: “Per i credenti, il mondo non è frutto del caso né della necessità, ma di un progetto di Dio. Nasce di qui il dovere che i credenti hanno di unire i loro sforzi con tutti gli uomini e le donne di buona volontà di altre religioni o non credenti, affinché questo nostro mondo corrisponda effettivamente al progetto divino: vivere come una famiglia, sotto lo sguardo del Creatore“. “Il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che rendere più efficace l’opera della carità nel sociale e costituisce la cornice più appropriata per incentivare la collaborazione fraterna tra credenti e non credenti nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace dell’umanità».
(Bergamo, 28 ottobre 2009)

Caritas in veritate: persona, lavoro, sviluppo
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