Che carica, signora presidente

Donne e presidenti nelle Acli. Il primo articolo della nuova rubrica “Esperienze”.

Alle donne delle Acli piace proprio “fare le Acli” e si sente: la loro passione associativa è contagiosa, quasi sorprendente nello scenario della crisi a tutto campo.

Grande entusiasmo, zero istituzionalità burocratica, un ricorrente senso pratico. Ecco le donne presidente delle Acli: da Trieste a Siracusa, sono al momento 11 le presidenti provinciali e 3 regionali. Non nascondono le fatiche e le difficoltà ma sono contente di quel che tentano di fare ogni giorno.

Alcune di loro sono fresche di nomina, ma c’è chi presidente lo è da qualche anno ed è stata la prima dalla sue parti, come Erica Mastrociani di Trieste: “Un giorno nel mio camminare nella vita sono ‘inciampata’ nelle Acli. E dal 2007 sono presidente: oggi lo dico con naturalezza, ma 4 anni fa, quando sono stata eletta, l’emozione è stata fortissima”. C’è poi chi come Flavia Chitarrini, 66 anni, presidente di Terni, ha accompagnato la storia dell’associazione e solo da poco è stata eletta presidente: “Marito aclista e anche io aclista da sempre: ho cominciato giovanissima col nuoto nell’Unione sportiva Acli e poi ho fatto una lunga trafila associativa”.

Tra conciliazione e innovazione

Per alcune le Acli sono anche un luogo di lavoro, per altre “solo” la dimensione di impegno sociale che hanno scelto, anche accettando acrobazie complesse con la propria attività professionale e la famiglia. Marina Bisio è la presidente delle Acli di Alessandria: “Io lavoro fuori dalle Acli, ma tento di girare per i circoli: vengo da un circolo di campagna e ci tengo, soprattutto il sabato. Il venerdì pomeriggio ho deciso di dare un giorno fisso di presenza e rintracciabilità in sede. Per il resto delego molto. Mio marito mi asseconda: mi ha fatto anche da autista instancabile per tutta la provincia prima del congresso che mi ha eletto ”. E Maria Luisa Seveso, presidente delle Acli di Como, racconta: “Una volta in Russia, in una comunità ortodossa il pope chiese a una delle mie figlie cosa pensava del fatto che la madre fosse sempre fuori e molto impegnata. Io mi aspettavo la bastonata e invece rispose: ‘Mia mamma mi manca, ma so che per lei è importante fare questo per cui è giusto che lo faccia’. In quel momento ho avuto una grande soddisfazione”.

Che poi dalla propria esperienza quotidiana di conciliazione scaturisce anche innovazione nello stile e nel tempo di lavoro proprio dentro le Acli. A Terni “per ogni iniziativa o anche una riunione – ci dice Flavia Chitarrini – si cerca sempre di organizzare le cose a misura di famiglia, con spazi idonei e volontari che gestiscano i bimbi per chi ne ha”. A Trieste “da quando ci sono – sottolinea con soddisfazione Erica Mastrociani – non fissiamo mai riunioni più tardi delle 17.30 e quasi mai durante i fine settimana e garantire a tutti momenti di stacco”. Per Luisa Anna Trione, presidente di Aosta da un anno “la parola chiave è equilibrio: tra impegni professionali e famiglia è importante non farsi travolgere dalle urgenze. Io vivo comunque qui un’associazione dalla tradizione femminile consolidata. Anche a lavoro, all’Enaip, siamo tutte donne e si vede: lo stile organizzativo e di lavoro, senza sacrificare la professionalità, è diventato fisiologicamente flessibile e il più possibile attento alle esigenze di cura della famiglia”.

E in cosa altro consiste l’innovazione al femminile nelle Acli? “Considero le donne – dice Silvia Paoletti, presidente delle Acli di Gorizia – le sentinelle del territorio. Le migliori per fare le Acli proprio vicino ai bisogni delle persone”.  È una percezione ricorrente tra le presidenti: per la Mastrociani è così perché “il governo della quotidianità è comunque sempre in mano alle donne”; per la Seveso “le donne si parlano e fanno comunità, un po’ come avveniva qualche anno fa nei cortili dei condomini. Credo che questo venga riportato anche nell’attività associativa e quando devi tessere reti e contatti con altre realtà sul territorio”.

Ricorre anche nelle parole delle presidenti la prerogativa femminile della “capacità di mediazione” e dell’attenzione alle dinamiche personali: “Credo che una donna – conferma Cecilia Cecconi, freschissima presidente delle Acli di Roma – porti fisiologicamente una maggiore capacità di accoglienza in tante situazioni, uno sguardo più interno; gli uomini sono più proiettati verso l’esterno anche nel gestire un’organizzazione”.

E infine spicca la cura quasi “domestica” delle loro Acli. In sede chiudono per ultime la sera, spengono le luci e se c’è bisogno “passo anche lo straccio a terra, perché no?”, dice Maria Concetta Di Gregorio, presidente delle Acli di Siracusa da marzo 2012: “Controllo i cestini della carta, condizionatori accesi. E faccio pure il giro dei bagni. Non sapete quanto mi criticano. Ma come il presidente…”.

Quote Rosa, no grazie

E il rapporto con gli uomini fuori e dentro l’associazione? Alcune emergono in un contesto in cui le donne sono da sempre molto importanti; altre hanno aperto la strada ed è più dura: “Sono una novellina – è Rosaria Parnenzini, presidente delle Acli di Teramo – in un’associazione dominata dalla presenza maschile: non è facile farsi sentire e a volte ho la sensazione che qualcuno pensi che siccome sono una donna ‘ho altro di cui preoccuparmi’ e magari romperò meno le scatole e lascerò fare”. “Io non sono sposata né ho figli – dice Anna Cristofaro, presidente delle Acli Campania – ed è già complicato così, da pendolare tra Caserta e Napoli. Temo che se una segnalasse la difficoltà di tenere insieme le cose, verrebbe penalizzata in un contesto con tanti uomini perché diventerebbe quella che ‘tanto non ha tempo’”.

Le “quote rosa” però non appassionano le presidenti delle Acli (“mi fanno sentire una specie di panda” dice una di loro) e preferiscono conquistarsi credibilità sul campo: ci sono e ci mettono del loro, con altri tempi. Per esempio, per Sabrina Simone, presidente delle Acli Molise che è appena diventata mamma, è anche tempo di allattare. Auguri!

Che carica, signora presidente
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Fonte UNHCR
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