Che fine fanno i lavoratori delle aziende confiscate alla mafia?

Oggi, le imprese definitivamente confiscate alla mafia sono 1.708 (+70% rispetto al 2008), mentre quelle sequestrate sono molte di più, almeno 10 volte tanto.
Tali aziende si trovano soprattutto in Sicilia (36%) e in Campania (20%), ma ve ne sono diverse anche in Lombardia (13%), in Calabria (9%) e nel Lazio (8%).
I settori produttivi maggiormente interessati sono il terziario (55%), l’edilizia (27%) e l’agroalimentare (6%).
E quanti sono i lavoratori coinvolti? Dalle stime – non certe – dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati, emerge che sono circa 80.000. Ma non è questo il dato che colpisce, bensì il fatto che il 90% di queste aziende sia destinato al fallimento: ciò significa che 72.000 donne e uomini rischiano di rimanere dall’oggi al domani senza un lavoro. Infatti, la possibilità di sopravvivenza di queste imprese è messa fortemente a rischio da una serie di fattori come il maggiore costo di gestione dei lavoratori in origine irregolari, l’immediata revoca dei fidi bancari e l’annullamento delle commesse.
Insomma, se è vero che le leggi sul sequestro dei beni sono applicate con sempre maggiore efficacia dalla Magistratura, è altrettanto vero che la gestione delle aziende sottratte alla criminalità organizzata continua ad essere molto problematica.
E’ per questo che il 3 giugno il comitato promotore della campagna Io riattivo il lavoro, di cui le ACLI fanno parte, insieme a CGIL, Anm, Libera, Arci, Legacoop, Avviso Pubblico, Centro Studi Pio La Torre e SOS Impresa, ha depositato alla Camera più di 100.000 firme  a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela dei lavoratori delle aziende confiscate alle mafie, “con l’obiettivo di trasformare queste imprese in luoghi di lavoro dignitosi e legali” come afferma Antonio Russo, responsabile dell’Area Legalità.
In tale quadro, diverse sono le misure proposte, fra cui: la costruzione di una white list delle aziende sequestrate; il sostegno al reinserimento dei lavoratori e alla riconversione e/o ristrutturazione aziendale; l’incentivazione a sviluppare cooperative di lavoratori interessati a rilevare l’azienda e fornire agli stessi percorsi di aggiornamento e formazione.
Offrire maggiore tutela ai lavoratori delle aziende sequestrate e confiscate significa valorizzare il potenziale che queste realtà sociali ed economiche hanno, ma che non sono riuscite ad esprimere perché in territori depauperati dalla mafia stessa; significa rendere ex luoghi di illegalità roccaforti di legalità democratica ed economica; significa far cambiare opinione a tutti coloro che dicono ancora che “con la mafia si lavora e con lo stato no”.
Per tutti questi motivi, come afferma l’attore Paolo Romano, testimonial della campagna, è urgente che “lo Stato faccia fruttare l’azienda confiscata più di quanto lo abbia fatto la mafia”, snellendo ogni tipo di procedura burocratica e reinserendo i lavoratori in quel circolo virtuoso di legalità e buona occupazione a loro sconosciuto.
Nel 1994 Gian Carlo Caselli, sul Corriere della Sera, così dichiarava: “Incentrare la strategia di contrasto della criminalità mafiosa esclusivamente sul terreno tecnico investigativo, e non anche su quello politico culturale, è alla lunga inesorabilmente perdente”.
E’ l’esortazione a pensare che la lotta all’illegalità debba essere condotta su diversi livelli, disposti in cerchi concentrici, dove in quelli più periferici ci siano gli organi investigativi e nel mezzo quelli politici e culturali.
Ci piace però immaginare che in posizione ancor più centrale vi sia l’iniziativa dei cittadini, come suggeriscono le parole meno note, ma altrettanto memorabili, di Rita Atria, la “picciridda dell’antimafia”, che pur nascendo in una famiglia mafiosa si è da essa dissociata per diventare collaboratrice sotto la paterna protezione di Paolo Borsellino: “Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare? Se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”. Come un sasso che, lanciato nell’acqua, disegna cerchi sempre più ampi.

Che fine fanno i lavoratori delle aziende confiscate alla mafia?
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR