Chiesa e Mezzogiorno: le prospettive di impegno dei laici

Come è già stato chiarito opportunamente nella introduzione, il mio intervento ha il compito di non girare ancora intorno alla questione, né sul piano della memoria storica, né sul piano della visione profetica, ma di arrivare alla concretezza dell’operatività, formulando alcune proposte di impegno per il laicato cattolico pugliese. Ed è appunto ciò che mi accingo a fare nei limiti di tempo che ho a disposizione.
1. Primo impegno. È necessario un “nuovo pensiero” e un aggiornamento della cultura di noi laici cristiani.Ritengo che il punto di partenza sia proprio quello del rapporto tra la fede e il pensiero, tra il Vangelo e la cultura. Noi laici non possiamo continuare a tenere silenziosa e in “afasia” la nostra fede, poiché in questo modo si rischia di condannare la presenza dei cattolici nella società ad una inaccettabile “sterilità culturale”. Per questa ragione, il primo impegno del laicato cattolico italiano deve essere quello di far pensare e di far parlare la fede. Di trovare le parole che diano senso ad una fede operosa.

Come è stato già detto, l’associazionismo cattolico (italiano e meridionale) è in questo periodo impegnato in una riflessione sulla Settimana Sociale che si terrà a Reggio Calabria in ottobre. Il primo elemento stimolante e propositivo che mi sembra importante raccogliere dal Documento preparatorio è quello di non guardarsi indietro, ma di volgersi verso il futuro del Paese per discernere con coraggio le res novae.Uno dei compiti più urgenti per i cattolici – non solo nel Mezzogiorno – è dunque prendere consapevolezza di queste cose nuove, per poterle vivere orientandole al bene comune, ma altresì leggere sapientemente ciò che di nuovo avanza, ricollocandolo nel solco della tradizione perché il tessuto sociale non si strappi, tenendo in ogni caso presente, al tempo stesso, che non si può versare vino nuovo in otri vecchi. Ecco perché indichiamo l’immagine efficace di quello scriba saggio che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e cose vecchie (Mt 13, 52). Una “cosa nuova” è ad esempio, la riforma del federalismo, come poi dirò, mentre antica ma preziosa è lavocazione mediterranea del Mezzogiorno, come è stato messo bene in evidenza da un noto sociologo del pensiero meridiano. Vorrei dunque concludere su questo primo impegno sottolineando la necessità di ridare parola alla fede, cioè alla luce della Parola, non separando la proposta culturale dei cattolici dalle sue radici.2. Secondo impegno. Promuovere oggi una nuova stagione di passione civica per l’Italia dando vita ad un processo di riconciliazione nazionale.Il secondo impegno tiene conto del momento storico e politico, estremamente delicato, che stiamo vivendo nel nostro Paese, dove si fa fatica perfino a festeggiare il 150simo dell’Unità nazionale: un anniversario da rilegittimare storicamente e politicamente. Vorrei dire, “dal basso” del sentire popolare. Non è infatti tollerabile che si possano boicottare, sminuire e addirittura offendere elementi simbolici dell’unità nazionale come la bandiera e l’Inno di Mameli.Molto opportune sono state in questo senso le parole del Cardinale Angelo Bagnasco quando ha affermato che l’Unità d’Italia è un tesoro per tutti e che i cattolici daranno il loro contributo per favorire un nuovo innamoramento per l’Italia. È infatti di un terzo Risorgimento che l’Italia avrebbe urgentemente bisogno per risollevarsi dalla palude in cui sembra immersa. E’ una impasse spirituale prima ancora che culturale o politica.Molti segnali mostrano come il nostro Paese sia ancora oggi alle prese con profonde trasformazioni che interessano la sua stessa identità incompiuta di “popolo”, di “nazione” e di “patria”. In modo particolare, le nuove generazioni di italiani devono poter conoscere integralmente la storia del nostro Paese per avere – o rafforzare – una memoria unitaria e una identità condivisa.Come associazioni laicali abbiamo dunque davanti a noi un’occasione preziosa per risanare le ferite del passato e ricostruire uno spirito unitario tra Nord e Sud, tra destra e sinistra, tra cattolici e laici, tra nativi e nuovi italiani. Per guardare al bene comune del nostro Paese occorre, allora, avviare un processo di riconciliazione nazionale che potrà avvenire soltanto se da un franco e costruttivo confronto sulle ambiguità o sulle ombre del passato si passerà a condividere le ragioni più alte dell’unità nazionale e del futuro di tutti.Oggi il laicato cattolico è chiamato a impegnarsi senza paure difensive nei confronti del cambiamento, a fianco di chi vuole sbloccare l’immobilità del Paese, liberando l’Italia dal suo busto di gesso, dallo stato di inerzia che paralizza il protagonismo dei cittadini.È appunto il federalismo la riforma istituzionale che meglio può favorire l’unità rinnovata di un Paese che è diventato sempre più articolato e ricco di diversità. Un federalismo ovviamente solidale, unitario, delle autonomie e della coesione sociale, e, in questo senso, erede sia del popolarismo e del municipalismo di Luigi Sturzo, sia della democrazia sociale di Aldo Moro. Questo riferimento etico serve esattamente a evitare che nasca una forma di leghismo meridionale in contrapposizione al leghismo del Nord. Una visione lontana e distante dal messaggio cristiano fondato sulla comunione, cioè sull’armonia delle diversità. Senza entrare nel merito degli aspetti tecnici del federalismo e dei decreti attuativi, sulla cosiddetta spesa storica e sui costi standard, nonché sul principio di perequazione, mi limito soltanto a ribadire tre istanze che per il laicato cattolico mi sembrano irrinunciabili.La prima è che un autentico federalismo fiscale – cioè solidale – deve mettere al primo posto i diritti di ogni cittadino, a cominciare dai più deboli, ovunque questi cittadini si trovino a vivere, a Nord come a Sud. Questo significa che sui diritti di cittadinanza non si dovrà accettare nessun compromesso e tanto meno arretramenti o discriminazioni.La seconda istanza è relativa ai “servizi” erogati dagli Enti locali che dovranno sempre disporre delle risorse necessarie per conseguire livelli essenziali di qualità ed efficienza, a Nord come a Sud.La terza attiene alle ragioni della democrazia sociale e della democrazia deliberativa, nel senso che sarebbe uno strano paradosso se i cittadini finissero per subire questa attesa riforma del federalismo fiscale, invece che prendervi parte come attori direttamente interessati e, proprio per questo, chiamati a decidere insieme.Una riforma dello Stato in senso federale ha senso solo se serve a rafforzare i diritti di cittadinanza di tutti gli italiani, senza eccezione. I diritti fondamentali della salute, del lavoro, dell’istruzione devono essere garantiti per ogni cittadino, indipendentemente dal comune e dal territorio di residenza.Non basta tuttavia l’impegno per la riforma del federalismo solidale, occorre che il laicato si impegni per rafforzare la coesione nazionale, sia a livello della legalità e delle istituzioni democratiche, sia a livello del senso civico e della partecipazione politica. Ritengo che tra i compiti prioritari per ridare speranza alla nostra Italia vi siano anche quelli che contrastano la disoccupazione, la povertà e l’esclusione sociale, proponendo azioni ed iniziative orientate alla costruzione di un welfare più civile e dignitoso.3. Terzo impegno. Contrastare la disoccupazione e lottare contro la povertà e l’esclusione sociale.Lo sviluppo del Mezzogiorno non può che nascere da un nuovo progetto, ma anche dalla messa in campo di nuove responsabilità. Il lavoro dovrebbe essere al centro di questo progetto, purché si superi una concezione assistenziale e parassitaria.Nell’attuale società della conoscenza le politiche attive del lavoro e la formazione professionale sono chiamate ad assumere un più significativo ruolo nella costruzione dello sviluppo, soprattutto nel Mezzogiorno. Dopo il fallimento della finanza spregiudicata la via allo sviluppo va ricentrata sul lavoro produttivo e sui diritti formativi. Si tratta di ripartire dai giovani come principale risorsa del Mezzogiorno, per dare loro vere opportunità di crescita professionale e di inserimento lavorativo.Per operare questi cambiamenti non basteranno presunte riforme epocali della scuola e dell’Università, ma bisognerà produrre robuste riforme degli apparati amministrativi e una radicale trasformazione nel settore della formazione professionale. Bisogna inoltre promuovere politiche attive per il lavoro, caratterizzate da qualità ed efficienza dei sistemi formativi. Diversamente, il nostro Paese sarà destinato a rimanere il fanalino di coda nelle graduatorie internazionali, come ad esempio quella dell’OCSE sui sistemi scolastici dei 30 paesi più avanzati, dove si vede bene come, rispetto alla media del 5,7 del Pil, di tutti OCSE, l’Italia presenta un misero 4,5 per cento. Ha ragione il Presidente Giorgio Napolitano quando afferma che “è una scelta davvero miope non investire nella cultura e nel futuro”.Tuttavia, la questione del lavoro e dello sviluppo economico nel Mezzogiorno non può essere affrontata in modo separato dalla questione della legalità e della criminalità organizzata. Questo significa che lo sviluppo imprenditoriale sarà possibile nel Sud soltanto quando si accompagnerà ad una crescita forte dell’etica pubblica e della democrazia di prossimità, quella cioè che fa sentire le istituzioni e le forze politiche più vicine alle popolazioni e alle comunità locali. Nella lotta alla criminalità organizzata il laicato cattolico deve dunque essere in prima fila, mettendo in rete tutte le componenti positive della società civile, costruendo reti civili, facendo “massa critica” e tutelando il lavoro onesto e dignitoso.Dobbiamo passare da una società opaca che sembra reggersi su privilegi mascherati e sotterranei, ad una nuova società più trasparente che si fonda sull’equità e sui diritti. Questo terzo impegno del laicato cattolico alle prese con la lotta alla disoccupazione, alla povertà e all’esclusione sociale, comporta ancora la promozione di un welfare sostenibile e di una cultura dell’accoglienza, del rispetto e dell’integrazione interculturale nei confronti degli immigrati, come “grammatica del con-vivere”. Un welfare promozionale però non guarda soltanto agli aspetti economici e al reddito pro-capite, ma tiene conto di altri indicatori quali la speranza di vita, il grado di alfabetizzazione, il diritto al lavoro, l’accesso al sistema sanitario, l’assenza di discriminazioni basate sul sesso, sulla razza, sulla religione. Tutti elementi che devono essere presi in considerazione se si vuole contribuire alla crescita della qualità della vita.Siamo ancora lontanissimi in Italia dalla percezione dei flussi migratori come “segno dei tempi”, anche tra le stesse associazioni cristiane. C’è scarsa sensibilità sia sul valore dell’interculturalità sia sulla necessità di riformare la legge sulla cittadinanza. Ciò significa molto concretamente che il laicato cattolico non ha svolto finora – a Nord come a Sud – un efficace lavoro di pedagogia sociale. Permane cioè uno sguardo miope sui problemi sociali come se l’istanza cristiana della fraternità non avesse storicamente prodotto una vera “amicizia civica”.Invece la presenza crescente degli immigrati dovrebbe interpellare in modo particolare i cattolici perché essi sono tenuti ad investire risorse e valori nelle politiche di accoglienza e nell’etica del convivere.Se oltre ai temi dell’occupazione, della legalità e delle migrazioni abbiamo voluto sottolineare anche la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, ciò è dovuto alla nostra convinzione che l’attuale crisi finanziaria continuerà a colpire pesantemente persone, famiglie e comunità – soprattutto nel Mezzogiorno. È compito allora del laicato cattolico, mi sembra, sostenere e rafforzare le iniziative ecclesiali già esistenti, o metterne in essere delle nuove, finalizzate a contrastare la povertà e l’impoverimento, come i fondi diocesani di solidarietà, le azioni di microcredito, il prestito della speranza e altre ancora.4. Quarto impegno. Affrontare la sfida educativaÈ oggi necessario riscoprire – come ci sollecitano i vescovi italiani – il coraggio di educare e di formare alla politica se vogliamo guardare al futuro e costruire un dialogo significativo con le nuove generazioni. L’educazione appare come esiliata e sospesa. Possiamo ancora usare espressioni come “crisi” educativa, “sfida” educativa ed “emergenza” educativa, ma è importante rendersi conto che siamo dinanzi ad una “interruzione” generazionale, nel senso che gli adulti di oggi non riescono più a trasmettere alle nuove generazioni nulla di valoriale e di spirituale ma soltanto una sterminata quantità di cose e di strumenti, di tecnologie e di averi, di risorse e di consumi.Il filosofo Roberto Mancini mette bene in evidenza ciò che intendiamo dire con le nostre osservazioni: «non si tratta di portare i giovani ai valori, magari ai valori enunciati dagli adulti eppure sconfessati dalla loro stessa prassi (come quando capi politici divorziati esaltano il valore dell’indissolubilità del matrimonio e della famiglia); si tratta piuttosto, per gli adulti, di destarsi all’autentica scoperta del valore dei giovani e di ogni persona, dando modo così ai giovani stessi di assumere, nel loro percorso originale, la cognizione di sé e di ogni valore vivente». Si tratta allora di educare alla coscienza civile attraverso laboratori di cittadinanza che devono diventare palestre di democrazia sociale e partecipativa.Un rimando obbligato va fatto al volume curato dal Comitato per il Progetto Culturale, che presenta il Rapporto-proposta della CEI sull’educazione.Nei vari capitoli si presta attenzione alla famiglia, alla scuola e alla comunità cristiana, quali soggetti primari dell’educazione, e ad alcuni ambiti della vita sociale – il lavoro, l’impresa, i media, lo spettacolo, il consumo, lo sport – che indubbiamente influiscono sui processi educativi.L’educazione è speranza e risveglio. Essa è sempre un annuncio, un’epifania che non vuole conoscere in anticipo il suo destino.Altri aspetti sarebbe necessario approfondire per farsi un’idea più compiuta della sfida educativa come emergenza nazionale ed ecclesiale. Si pensi ad esempio al principio di “autorità”, al criterio del “limite” (nella scienza, nella tecnica, nei consumi), allo spirito di “sacrificio”. Si pensi, in particolare, alla controtestimonianza che può venire da ogni settore della vita sociale che riveste ruoli di particolare responsabilità in ordine al bene comune.Si comprende allora perché l’aspetto più grave dell’emergenza educativa, secondo Benedetto XVI, sia il senso di scoraggiamento che prende molti educatori, in particolare genitori e insegnanti, di fronte alle difficoltà che presenta oggi il loro compito.In conclusione, il laicato cattolico come soggetto attivo e trainantedell’associazionismo, deve sentire la responsabilità di prepararsi all’appuntamento di Reggio Calabria, sia sul piano del pensiero sociale, sia sul piano delle opere, con l’obiettivo di rinforzare le reti già esistenti come Retinopera, Forum Terzo Settore, Forum Famiglie, ecc.. Dobbiamo sentirci tutti parte viva e corresponsabile della comunità cristiana, protesi a servire l’Italia e a creare le condizioni per risollevare questo nostro Paese che appare sfiduciato e talora rassegnato. L’Agenda di speranza per il futuro dell’Italia deve invece trovare in noi laici cattolici, che siamo insieme soggetti del “civile” e “pietre vive” della Chiesa, il lievito della rinascita.
(Bari, 18 settembre 2010 – Fiera del LevanteConvegno su Chiesa e Mezzogiorno)

Chiesa e Mezzogiorno: le prospettive di impegno dei laici
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