Coltivare il cuore

L’economia italiana arranca, ma c’è un settore in controtendenza: l’agricoltura. I dati Istat confermano che l’occupazione in agricoltura è in crescita. L’aumento occupazionale si registra prevalentemente nelle imprese agricole di medie e grandi dimensioni che operano nel Centro-Nord. L’incremento di nuovi occupati in qualità di lavoratori dipendenti agricoli nell’ultimo trimestre 2014, rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, è stato di più di 23 mila unità.

L’agricoltura torna ad attrarre con una ricetta fondata su un mix di tradizione e innovazione. E vi sono settori, come il biologico e l’agroalimentare, che non solo reggono alla crisi ma si espandono. Il mercato del “bio” vale poco più di tre miliardi di euro e il governo si prepara a sostenerlo. Anche il ministero dell’Ambiente guarda con attenzione alla green economy perché, secondo gli ecologi internazionali, l’agricoltura biologica aiuta a preservare la biodiversità.

Come sostiene opportunamente Maurizio Sorcioni “la produzione agroalimentare italiana ha saputo affrontare la lunga fase recessiva, mantenendo alto il livello delle esportazioni, rafforzando l’integrazione tra produzione agricola e trasformazione e sfruttando i principi della dieta mediterranea ha saputo aumentare la propria penetrazione nei grandi mercati esteri”. Ma il valore dell’agricoltura e il contributo che dà al Paese sul piano del Pil non dice tutto. Anzi dice poco rispetto a quello che produce in termine di beni relazionali, di beni collettivi, di felicità, inclusione, sostenibilità, preservazione e cura dell’ambiente, multifunzionalità, innovazione sociale ed economica. 

Il V Rapporto Gli italiani e l’agricoltura, presentato lo scorso 18 maggio a Expo Milano 2015, ci segnala come oggi la percezione dei cittadini sul ruolo e il valore dell’agricoltura sia radicalmente cambiato rispetto al passato. I mille cittadini intervistati hanno mostrato di conoscere e gradire l’agricoltura multifunzionale. Tra le attività realizzate dalle imprese agricole multifunzionali le più apprezzate sono: l’agriturismo; i farmer’s market; le fattorie didattiche; gli agri-ospizi per anziani. L’82% degli italiani iscriverebbe il proprio figlio a un agro-asilo. Riguardo ai prodotti agricoli, il 43% degli italiani dichiara che, quando possibile, preferisce acquistarli direttamente in fattoria e, rispetto a quelli provenienti da altri Paesi, ne apprezza il gusto e il sapore. Il 60% non ha dubbi nel ritenere quelli freschi molto più sicuri rispetto a quelli trasformati o industriali e l’84% si fiderebbe di più della qualità acquistandoli direttamente dal produttore o coltivatore.

Siamo di fronte a fenomeni nuovi che segnalano un cambiamento sociale che potremmo definire come nuova ruralità. Secondo Alfonso Pascale “questa reinvenzione della ruralità si manifesta mediante la rigenerazione di un’agricoltura relazionale e di territorio, la fioritura di una leva di neo-agricoltori il cui obiettivo non è produrre cibo in sé, ma produrlo in un certo modo per ottenere beni pubblici capaci di soddisfare bisogni collettivi. Si opera una sorta di capovolgimento dei mezzi in fini, per ristabilire un ordine di priorità che si era smarrito con la modernizzazione agricola. E tornano così ad essere ritenuti importanti i beni relazionali e il capitale sociale nei processi di sviluppo, cioè quei valori su cui la nuova ruralità ha inteso rifondare la funzione dell’agricoltura come generatrice di comunità”.

Per Roberto Finuola emergono “approcci nuovi basati su valori alternativi a quelli meramente economici (equità, solidarietà) che danno vita ad una nuova forma di agricoltura civica capace di dare risposte non solo ai bisogni alimentari, ma anche ad altri bisogni quali la custodia dell’ambiente, il recupero delle tradizioni, la fornitura di servizi alla popolazione, la definizione di forme diverse di relazioni anche economiche (filiere corte)”.

L’approfondimento di www.benecomune.net del mese di giugno dal titolo Le radici del bene. La terra come pensiero fertile cerca di mostrare, come osserva Roberto Rossini nel suo editoriale come la costruzione del bene comune può “trovare un qualche riferimento decisivo proprio nella terra, nel territorio, nel borgo, nella natura che offre un nuovo rapporto allo straordinario sviluppo scientifico e tecnologico di questi tempi. Nella terra ci sono le radici. Ma noi avvertiamo in essa anche le radici di un nuovo umanesimo: le radici di una nuova idea del bene comune”

I diversi contributi proposti da poeti (Marco Guzzi) e filosofi (Fabio Mazzocchio), da esperti di politiche del lavoro (Maurizio Sorcioni) e del settore agricolo (Alfonso Pascale, Roberto Finuola), da esponenti della rappresentanza e della tutela del mondo rurale (Antonio Carbone, Michele Zannini, Filippo Pinzone, Orazio Rossi) e del governo (Andrea Olivero), cercano di rispondere ad alcune domande di fondo: cosa c’è dietro la riscoperta dell’agricoltura, della dimensione rurale? Abbiamo a che fare con un nuovo umanesimo, con una nuova ruralità o solo con nuove forme di economia?

Ne esce un quadro ricco e variegato che mostra come la riscoperta della ruralità da parte dei cittadini stia suscitando nuove attenzioni e interessi, non solo dal punto di vista dei processi economici e di valorizzazione delle risorse locali. Infatti nella nostra società i processi di creazione e distribuzione del valore stanno cambiando anche a seguito della crisi che, di fatto, sta mettendo in discussione i processi del nostro vivere, in termini di considerazione delle risorse e della loro distribuzione.

Insomma l’agricoltura ci può aiutare a fare un passo decisivo verso un nuovo umanesimo a patto di “riuscire ad imparare – come sostiene Marco Guzzi – dall’arte della coltivazione della terra i rudimenti di un ripensamento dell’umano. Forse dovremmo innanzi tutto imparare a coltivare il nostro cuore, a togliere ogni giorno le erbacce dal campo del nostro cuore, come suggeriva Simone Weil”.

Coltivare il cuore
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR