Come i giovani vedono gli anziani

Seneca ne Il Tempo (Epist., LX, 4) scrisse che “vivit is qui multis usui est, vivit is qui se utitur” cioè “vive veramente chi è utile all’umanità e sa usare se stesso” e io vorrei aggiungere “a ogni età”. Nella rappresentazione che ci viene trasmessa dai mass media e da una cultura occidentale imperniata sul giovanilismo l’anziano è, in maniera stereotipata, raffigurato come una persona debole fisicamente, smemorata, sola, saggia ma anche lenta, fragile e, soprattutto, improduttiva ed inefficiente.

Un dato è certo ed incontrovertibile: nel corso del ‘900 si è assistito ad un drastico aumento della aspettativa di vita. Una aspettativa di vita che nei secoli era aumentata lentamente, ma che a partire dal ‘900 ha ribaltato le proporzioni della popolazione in termini generazionali.
Ancora, c’è da notare un ulteriore invecchiamento nella stessa popolazione anziana, con un alto numero di 85enni, di 90enni e di centenari. Quest’ultimo dato evidenzia come  può essere riduttivo riferirsi all’anziano in senso generico, come fosse una categoria univoca con caratteri comuni, senza tenere conto delle fasce d’età, cui l’anziano appartiene, della sua residua capacità di svolgere un lavoro, delle sue aspirazioni e, perché no, delle sue legittime ambizioni. Una siffatta generalizzazione non è accettabile, poiché non tutti coloro che varcano la soglia della vecchiaia di solito all’atto del pensionamento, cessano di avere ambizioni e di progettare un loro futuro; molti invece si sentono in condizioni psico-fisiche di efficienza che consentono di rimanere ancora inseriti nel contesto sociale in cui sono vissuti.
Una società, come l’attuale, attenta soprattutto al valore del profitto e del guadagno sembra non riuscire a tener conto delle aspettative di vita di uomini e donne che hanno varcato l’età del “dopo lavoro”. Ecco perchè quando si parla del “problema anziani” si parla sostanzialmente di una impreparazione della società a gestire tale fenomeno che si è presentato troppo velocemente per riuscire ad adeguare coerentemente le strutture sociali. Se la soluzione del “problema” richiederà investimenti in campo sociale e sanitario, non vi si potrà tuttavia arrivare senza un diverso approccio culturale alla terza età.
Il fenomeno anziani deve essere letto quindi in termini positivi. Il mondo moderno non ha “inventato” la vecchiaia, ma ha fatto sì che questa diventasse una condizione di vita generalizzata: per la prima volta nella storia un grande numero di persone raggiunge l’età anziana. In altre parole la società moderna ha la possibilità di “utilizzare” le persone per più tempo così come queste possono arrecare alla società un apporto per un tempo più lungo. Gli anziani, in tal senso, possono essere considerati parte integrante del mondo produttivo in quanto produttori di capitale sociale.
Se questo è vero in generale per quanto riguarda il ruolo che gli anziani hanno all’interno della società, c’è un particole aspetto che li rende attori indispensabili per le giovani generazioni. Una buona società è costituita da persone adulte che si impegnano, responsabilmente, a lasciare alla generazione successiva alla propria un’eredità positiva, intrisa di giustizia, fiducia e sicurezza. Questo impegno viene definito da alcuni studiosi con il termine di generatività sociale. La più ovvia e naturale espressione della generatività è la cura dei genitori nei confronti dei propri figli. Ma la generatività può esprimersi in tanti modi. In generale un adulto generativo è colui il quale cerca di restituire alla comunità di appartenenza qualcosa di quanto ha ricevuto nella sua vita e di rendere migliore il mondo non solo per se o  per i propri figli, ma in generale per le generazioni future. C’è una presa in carico di chi viene dopo, una relazione tra generazioni che ribalta il concetto del mero ricambio generazionale a favore di un’alleanza tra le generazioni.
Già a partire dall’Agorà del 2007 i Giovani delle Acli hanno lanciato l’idea, diventata uno degli assi portanti dell’ultimo Congresso Nazionale, di un nuovo approccio culturale basato sul concetto di “rigenerazione della società” che tenga conto di una necessaria cooperazione tra generazioni e della consapevolezza che se da una parte essere giovani non vuol dire essere migliori o peggiori di adulti o di anziani dall’altra è necessaria la presenza di adulti generativi in grado di mettere in campo una trasmissione intergenerazionale di ciò che ha valore. Un approccio del tutto nuovo che certamente fatica ad imporsi nella società attuale, ma che è diventato  linea guida della vita associativa di Ga.
Non è un caso se uno dei primi progetti avviati dalla nuova segreteria nazionale dei Giovani delle Acli insieme alla Fap si intitoli “Anziani: risorsa sociale” e si basi proprio su questo nuovo modo di vedere la terza età e l’apporto che un’alleanza intergenerazionale può offrire alla società tutta. Il progetto è giuntp quasi al termine e ha visto coinvolte 10 realtà provinciali. È stata un’occasione di scambio di conoscenze intergenerazionale, oltre che un reale processo di collaborazione tra Ga e Fap. Accanto ai pregiudizi legati alla terza età che vogliono vederla come triste, improduttiva e fragile, esiste un’altra immagine dell’anziano: il saggio, il portatore di maturità e ragionevolezza, il narratore di storie antiche e attuali con gli occhi di ha fatto tesoro di ogni attimo di vita vissuta. É a questi anziani che pensiamo quando fiduciosi, ci apprestiamo ad ascoltare le loro storie per poter tessere le nostre.

Come i giovani vedono gli anziani
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR