Come nascono le Acli

È sicuro che le Acli erano già virtualmente esistenti prima ancora di essere fondate. Quando si pensa al rapporto tra la fede e il lavoro, quando la Chiesa affronta la “questione sociale”, quando si fa strada l’elaborazione della dottrina sociale, possiamo dire che già si stanno ponendo le basi per la nascita delle Acli.

Così quando nel quarto Congresso cattolico italiano del lontano 1877 si affermava: “Bisogna risolutamente far cristiano l’argomento del lavoro”, potenzialmente si stavano già evocando le Acli. Ma bisognerà aspettare ancora a lungo. È con la fine della seconda guerra mondiale (1945) e la vittoria della democrazia sul fascismo, che vengono alla luce le Acli come “costola sociale” dell’Azione Cattolica e avamposto della Chiesa nel mondo del lavoro.

Le Acli (Associazioni cristiane dei lavoratori italiani) nascono nel corso di quattro incontri che si tengono a Roma dal 14 giugno al 5 luglio del 1944, a pochi giorni dalla liberazione della città e all’indomani della firma del Patto di Roma che aveva sancito la costituzione della Cgil unitaria. Il nome “Acli” fu trovato dell’avvocato Vittorino Veronese, presidente dell’Icas.

La prima uscita pubblica delle Acli (considerata la nascita “ufficiale” delle Associazioni) si ha con un convegno svoltosi tra il 26 ed il 28 agosto, nel convento di Santa Maria sopra Minerva, sempre a Roma.

Ecco le parole con cui il fondatore delle Acli, Achille Grandi, ricostruisce i momenti delle origini:

“(…)Era convincimento di noi tutti che i lavoratori cristiani, pur entrando in un’organizzazione sindacale che affermava solennemente di rispettare tutte le opinioni politiche e religiose, avessero bisogno di un’organizzazione che li formasse solidamente nella dottrina sociale cristiana.

Noi volevamo che rivivessero nelle Acli le nobili tradizioni della dottrina leoniana e di quelle mirabili opere che sorsero in Italia in seguito all’importante enciclica, e che raggiunsero il massimo della loro efficienza dopo l’altra guerra.

E perché rimanessero nel solco della tradizione occorreva agganciarsi all’Istituto cattolico di attività sociali che fu l’erede di tutte le opere sociali secondo gli ordinamenti che diede Pio XI all’Azione cattolica oltre 20 anni fa. Così iniziammo ancora prima del Patto di Roma i primi contatti con vari dirigenti dell’Azione cattolica per mettere le basi e delineare le finalità dell’organizzazione.

Ma questa non poté sorgere immediatamente dopo la liberazione di Roma perché occorreva il crisma dell’Autorità ecclesiastica e questo si poté ottenere solo quando fu possibile lavorare alla luce del sole.

In attesa che sorgessero quelle che allora andavamo chiamando con linguaggio convenzionale e terminologia provvisoria Associazioni libere, costituimmo un Ufficio sindacale della Democrazia cristiana ma facemmo allegare, però, al Patto di Roma, una dichiarazione nella quale rivendicavamo la libertà di preparare i nostri lavoratori alla vita sindacale in libere associazioni che integrassero il sindacalismo unitario. Ed io personalmente ho sempre riaffermato tale diritto di fronte ai miei colleghi della Segreteria confederale(…)”.

Per la storia sarà bene ricordare che il nome di “Acli” fu trovato dell’avvocato Vittorino Veronese, presidente dell’Icas che collaborò intensamente al sorgere delle Acli; oltre all’avv. Veronese e a mons. Borghino, l’avvocato Ludovico Montini e i miei immediati collaboratori sindacali e cioè Pastore, Giannitelli, Bellotti, Cuzzaniti, il povero Frascatani ed altri. L’Autorità ecclesiastica designò mons. Civardi ad Assistente ecclesiastico, uno dei sacerdoti meglio preparati alla dottrina e alle tradizioni del pensiero sociale cristiano.(…).

(tratto da “Raccontare le Acli”, in Aesse-Azione sociale n. 1/2005, pp. 25-28)

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