Confidare nella fiducia del Signore

La liturgia ci aiuta a meditare i criteri di discernimento con cui valutare la nostra vita, oggi, fidandosi del giudizio e della fiducia che Dio ripone negli uomini che conosce bene.

Occorre subito mettere in evidenza la generosità dell’uomo che consegna i suoi beni ai servi. E’ da sottolineare inoltre che egli li conosce bene, perché dà a ciascuno secondo le sue capacità. Si costituisce così una relazione di fiducia tra quell’uomo e i suoi servi, che viene realizzata da due di essi, ma non dal terzo.

I primi due servi si mettono all’opera e agiscono per il meglio raddoppiando il valore dei beni loro affidati (un talento era 34,272 chili). Il terzo invece non agisce se non nascondendo il bene a lui affidato.

Alla resa dei conti chi ha messo in circolo il bene (nel duplice senso di denaro e di bene in senso lato) ricevuto lo può restituire raddoppiato al padrone. In questo modo entrambi possono partecipare alla gioia del padrone che vede circolare il bene nella comunità.

Il terzo servo invece confessa ciò che pensa del padrone, che contrasta con quanto abbiamo sottolineato all’inizio: la sua generosità e fiducia. Per lui, infatti, il padrone è un uomo duro, che raccoglie dove non semina, cioè compie dei furti con sopruso dei beni altrui. Da qui la sua paura e il suo agire: restituire almeno ciò che ha ricevuto, per non dover subire un furto del possibile guadagno o anche dei propri beni pregressi.

Il padrone, che conosceva il servo, lo definisce malvagio e pigro. Se pigro si comprende bene dal racconto, perché non ha trafficato il talento, il perché di malvagio non è così evidente. Forse la sua malvagità è in ciò che pensa – erroneamente – del suo padrone. Ed è il padrone stesso che gli suggerisce cosa avrebbe potuto fare per farlo contento: andare dai banchieri, avere fiducia in loro, così da poter far fruttare il talento e conservare il capitale con gli interessi. Il servo, per paura e mancanza di fiducia, non ha fatto nemmeno il minimo indispensabile.

La conclusione del padrone è lapidaria e un po’ enigmatica. Bisogna infatti comprendere meglio di cosa si parla. Chiunque ha, che cosa ha? Dalla parabola si può dire che ha il bene, e che dunque gli verrà dato dell’altro bene, così da essere nell’abbondanza di bene.

Chi invece non ha il bene, se vogliamo mantenere il parallelismo del significato, che cosa gli viene tolto? Forse il bene affidatogli, ma più significativamente si può dire che se uno non ha fiducia nell’uomo-padrone, gli viene tolta la possibilità di vivere una relazione di fiducia con i fratelli e la comunità. Per questo è un servo inutile, perché non partecipa alla edificazione delle relazioni di fiducia nella società, in quanto governato dalla paura di un possibile furto del suo bene. Dunque non può che essere posto fuori della comunità, nella solitudine che si è costruito con la sua paura, che lo farà piangere e stridere i denti, cioè il rimorso del bene non fatto lo farà piangere e stridere i denti dalla rabbiapernon essersi fidato dell’uomo padrone.

 

16 novembre 2014 – XXXIII Domenica Tempo Ordinario – Anno A

Matteo 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

14«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.

Subito 16 colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.

19Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.

20Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. 21 “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

22Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. 23 “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

24Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25 Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.

26Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30 E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

 

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Confidare nella fiducia del Signore
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