Conoscere i legami tra finanza e armi

L’obiettivo degli autori è di squarciare il velo di opacità calato sul pericoloso rapporto tra produzione e commercio di armi e finanza. Giorgio Beretta, Francesco Vignarca e Chiara Bonaiuti offrono ne L’economia armata, edito da Altreconomia, una guida veloce ma accurata per comprendere i meccanismi finanziari che alimentano l’industria a produzione militare. E lo fanno adottando il punto di vista del piccolo risparmiatore, in possesso di un capitale da affidare a un istituto bancario o una società di intermediazione, e al contempo condizionato nella sua scelta da personali preferenze di tipo etico. “Quando apriamo un conto corrente stiamo contribuendo con un bullone a costruire un carro armato? Quante possibilità ci sono che, investendo in un fondo pensione, si alimenti l’industria a produzione militare?”: sono alcune delle domande che gli autori si pongono e alle quali trovano risposte esaurienti e documentate.

Il cammino di ricerca de L’economia armata, come prevedibile, ha richiesto uno sforzo di ricerca e analisi: non solo per la mancanza di trasparenza del settore militare, ma anche per la sua struttura attuale. Passato il florido periodo della Guerra Fredda, che ha accresciuto a dismisura il “complesso militare-industriale”, si assiste nell’ultimo decennio a una ristrutturazione del settore: internazionalizzazione e integrazione delle imprese, attraverso processi di fusione, collaborazione verticale e orizzontale, partecipazioni, alla ricerca di economie di scala, hanno creato soggetti economici enormi, dalle infinite ramificazioni e attività. Quando il confine tra produzione civile e militare diventa fluido, e non è più possibile identificare il core business di un’impresa (si veda l’esempio italiano di Finmeccanica), aumentano le difficoltà di scorporare i dati di bilancio, per separare e evidenziare i ricavi specifici della vendita di armi.
A soccorrere gli autori, fortunatamente, e a disciplinare il settore con una normativa elaborata più di vent’anni fa, vige in Italia la legge 185 del 1990, frutto di una vasta mobilitazione della società civile e della cittadinanza attiva: le stesse Acli sono state protagoniste in prima fila della campagna che ha portato all’approvazione, da parte di un’ampia maggioranza del Parlamento, della legge sul controllo dell’esportazione e del commercio delle armi. La 185/90 subordina il trasferimento di materiale bellico alla previa autorizzazione del Governo, che ogni anno pubblica una Relazione sulle operazioni commerciali approvate: incrociando questi dati con l’allegato a cura del Ministero dell’Economia, tenuto ad approvare le transazioni bancarie connesse all’import/export di armamenti, è possibile avere una fotografia reale di commesse, ordini, pagamenti e movimenti economici connessi alla produzione militare.
Su questi dati lavorano gli autori de L’economia armata, servendosi della forza dei numeri e dei documenti. Lontano dal suggerire la facile equazione “finanza=male”, il libretto offre dati e tabelle e lascia al lettore e al risparmiatore la responsabilità di usarli. Dei 3 miliardi di euro di operazioni bancarie autorizzate dal Ministero dell’Economia nel 2010, più della metà sono passate per gli sportelli di BNP Paribas (862 milioni di euro, pari al 28,3% del totale) e di Deutsche Bank (836 milioni). Al terzo posto la prima banca italiana, Unicredit, con poco meno di 300 milioni di euro; seguono, nella lista degli istituti bancari che hanno gestito i movimenti legati alle armi, Natixis, Banco di Brescia, Commerzbank, e numerose altre.
Il libro passa in rassegna le posizioni assunte dalle singole banche, a cominciare da quelle che hanno adottato stringenti politiche di limitazione o esclusione di operazioni legate al commercio delle armi; gran parte di questo lavoro è stato già effettuato dalla Campagna di pressione alle “Banche Armate”, lanciata nel 1999 dalle riviste Missione oggi, Mosaico di pace e Nigrizia.
Una corposa parte del testo è inoltre dedicata a mezzi di finanziamento adottati dall’industria militare: sotto l’analisi di Beretta, Vignarca e Bonaiuti finiscono i fondi comuni di investimento e i fondi pensione. Per definizione, un fondo comune di investimento cerca, nella composizione del portafoglio di titoli (azioni e obbligazioni), di diversificare il rischio. Le Società di Gestione del Risparmio operano una scelta per il cliente sulla base, nella maggioranza dei casi, di calcoli economici e finanziari e non etici. Non stupisce allora il risultato che emerge dallo studio edito da Altreconomia: sono ben 288 su 417 i fondi comuni di investimento che hanno in portafoglio azioni di imprese produttrici di armi. “Chi entra in banca – scrivono gli autori – o si rivolge a un promotore finanziario chiedendo di depositare i propri risparmi in un fondo comune azionario o misto ha quindi il 70% di probabilità di investire in produzione di armi”.
Lo stesso tipo di approccio investe la composizione dei fondi pensione: analizzando dieci di essi, per un bacino di 1,28 milioni di iscritti, pari al 62% del totale degli aderenti a fondi contrattuali, sono otto gli investimenti azionari in società o gruppi di produzione di armamenti, per un valore complessivo di circa 3,1 milioni di euro.
Con la stessa sincerità che ha guidato il loro lavoro di ricerca, gli autori chiudono il testo con una serie di indicazioni sulle azioni da mettere in campo per spezzare infine il legame pericoloso tra finanza e industria militare. Trasparenza dell’informazione e della politica, responsabilità individuale e collettiva, uno slancio della cittadinanza attiva, una revisione della legge 185/90 tesa a migliorare e rendere più efficaci e aggiornati i meccanismi di controllo e limitazione del commercio delle armi: chi desidera un’economia di pace ha bisogno di un’informazione corretta e limpida. Quella che L’economia armata ci offre.

Conoscere i legami tra finanza e armi
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Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
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