Crisi: nessuna rinascita senza un nuovo Sud

In Italia, la correzione dell’asimmetria Nord/Sud rappresenta un tema centrale da cui partire per riprendere ossigeno dall’attuale crisi e per ridisegnare il ruolo del nostro Paese nell’Unione europea.
Bastano pochi dati per mettere in luce la particolare disarmonia delle regioni d’Italia. Secondo la recente ricerca La crisi sociale del Mezzogiorno elaborata dal Censis, tra il 2007 e il 2012 il Pil del Sud si è ridotto del 10% in termini reali a fronte di una flessione del 5,7% registrata nel Centro Nord. Ciò comporta che nel Sud ben il 26% delle famiglie residenti è materialmente povero (con oggettive difficoltà ad affrontare spese essenziali) a fronte di una media nazionale del 15,7%.
Dei 505.000 posti di lavoro persi in Italia fra il 2008 e il 2012, il 60% ha riguardato il Mezzogiorno.
Il tasso di abbandono scolastico  nel Centro Nord è pari al 16%, nel Sud supera il 21%.
Nel Meridione i comuni che hanno attivato dei servizi all’infanzia sono tre volte meno che nel Centro Nord.
La percentuale di rifiuti oggetto di raccolta differenziata è del 19% nel Sud contro il 40% al Centro Nord, mentre l’irregolarità nella distribuzione dell’acqua è tripla.
Infine, solo il 18% della rete dell’alta velocità si trova al Sud e gli aeroporti sono circa un quarto del totale.
Insomma, le disfunzioni rispetto alla dotazione di servizi riguardano sia lo stato centrale, sia il livello regionale, sia quello locale.
Eppure, la società meridionale non è una realtà totalmente statica: in termini reali, il PIL, dal 1950, è più che triplicato. Il panorama del Sud è infatti molto diversificato, con zone d’ombra e zone di dinamismo produttivo (in particolare lungo la dorsale adriatica) e sociale (si pensi al movimento e all’impegno della società civile e della Chiesa). Il problema è che queste aree virtuose non sono ancora riuscite a contagiare quelle più depresse, né sono andate nella direzione di uno sviluppo autonomo. Ecco perché, fra il 1999 e il 2007, le regioni arretrate italiane sono cresciute meno della media delle regioni arretrate dell’Europa (1% versus 3,3%).
Se la politica per la coesione territoriale ha lo scopo di incrementare le opportunità di sviluppo di tutti i cittadini del Paese, indipendentemente dal luogo in cui vivono, promuovendo quantità e qualità dei servizi pubblici fondamentali in coerenza con le specificità dei vari territori, è allora necessario proporre misure e leggi volte a superare l’idea di una “legislazione d’emergenza per il Sud” a favore di un’idea di “legislazione  di normalizzazione del Sud”, se non addirittura di “legislazione per la ripresa dell’Italia, a partire dal Mezzogiorno”.
Ma ciò che maggiormente colpisce nella disamina delle difficoltà del Paese e nella messa a punto degli strumenti per affrontare la crisi è l’assenza di riferimenti al Mezzogiorno. E ciò è ancor più sorprendente se si considerano le numerose e recenti celebrazioni dei 150 anni dell’Unità…
In tale quadro, le Acli si pongono l’obiettivo di avviare un dialogo con le istituzioni, la Chiesa e la società civile, per un impegno comune sul tema delle aree depresse, al fine di  elaborare strategie e progetti volti a correggere il persistente disequilibrio Nord/Sud del nostro Paese.
Ecco perché lo scorso 1 luglio 2013, l’area Coesione territoriale delle Acli nazionali,  insieme alle Acli provinciali di Foggia, ha organizzato, a Foggia, un convegno intitolato “Un nuovo Sud di cui parlare: oltre la crisi quale modello di sviluppo”, in cui sono intervenuti, Gianni Bottalico (presidente nazionale), Fabio Carbone (presidente provinciale Acli Foggia); Michele Bordo (presidente XIV commissione Politiche Ue); Michele Emiliano (sindaco di Bari); Francesco Prota (economista) e Leonardo di Gioia (assessore al Bilancio della Regione Puglia) moderati da Antonio Russo, responsabile Presidenza nazionale Acli dell’area Coesione territoriale).
Da questo incontro molto partecipato sono emersi tre punti fermi importanti che accompagneranno le Acli in quest’area d’impegno ancora piuttosto inesplorata dall’Associazione:

Il primo è che per uscire da questa impasse, bisogna avere il coraggio di parlare del Sud in una prospettiva nazionale e non come mero problema di un’area da assistere.
Il secondo è che è necessario liberarsi da stereotipi e preconcetti, proponendo nuove categorie di pensiero, adeguate ai tempi e ai cambiamenti di questi ultimi decenni.
Il terzo punto è che, per affrontare il dilemma Meridione, occorre riconoscerne l’importante nodo politico. Come afferma nel suo volume “Non c’è Nord senza Sud” il ministro per la coesione territoriale Carlo Trigilia “continuare a invocare aiuti e sostegni senza analizzare attentamente la scatola nera dei meccanismi da cui devono passare, o fare riferimento esclusivamente alle dimensioni culturale ed economica, trascurando il ruolo attivo e autonomo della politica, finisce per offrire una diagnosi inadeguata che compromette la terapia”.

In altri termini, si tratta di avere il coraggio di camminare controcorrente; di andare oltre i cliché sapientemente costruiti negli ultimi decenni e di analizzare, senza ipocrisie, tutte le dimensioni  del complesso fenomeno dell’asimmetria Nord Sud, anche quella politica.
 

Crisi: nessuna rinascita senza un nuovo Sud
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Fonte UNHCR
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