Cristiani e società, cinquant’anni dopo

Tramontata l’ “utopia” della “società cristiana”, quale è lo spazio nel quale, oggi, nello specifico contesto italiano, i cattolici possono muoversi?
Fra i “bilanci” ai quali inevitabilmente invita la ricorrenza del cinquantenario dell’avvio del Concilio Vaticano II vi è indub­biamente quello che fa riferimento alla presenza dei cattolici nel­la società italiana: forse in nessun ambito come questo si è verificato un radicale  mutamento di prospettiva, giacché si è passati da quella che fu definita “egemonia” a quella che è comunemente considerata quasi una “insignificanza”.
Quali le ragioni di questo passaggio e come uscire – se la diagnosi è esatta – dall’insignificanza per tornare, se non ad una  impossibile “egemonia”, ad una significativa e qualificata? È a questo interroga­tivo che si cercherà di dare una risposta, con alcune essenziali considerazioni che, a partire dalla storia, vogliono poi offrire anche alcune linee di lettura dell’attualità.
Il complesso di tematiche che si riallacciano alle va­rie forme di presenza che il cattolicesimo ha conosciuto nella società italiana nei 150 anni di storia che decorrono dalla rag­giunta unità (1860) ad oggi richiederebbe evidentemente una se­rie di puntuali e documentate analisi, certamente qui non proponibili. Basterà dunque ripercorrere a volo d’uccello questo rapporto, a partire dall’elemento chiave che lo ha contrassegnato, e cioè  quella sorta di “pendolarismo” che ha caratterizzato la presenza dei cattolici nella società italiana sotto il profilo del loro rapporto con le istituzioni, e prescindendo dunque (anche se in realtà è questo il primo e fondamentale campo della presenza di quella Chiesa nella quale i cattolici si riconoscono) dagli impor­tanti ambiti della liturgia, della pastorale e di quella “storia della pietà” tanto cara Giuseppe De Luca. La chiave di lettu­ra  non può essere che quella della compresenza e talvolta dell’alternanza fra  “presenza” ed “assenza”.
Uno  sguardo alla  storia
Occorre riconoscere che la dialettica tra “intimismo” e “mili­tanza” – o, se si vuole, fra tensione  escatologica e impegno nella storia – è antica quanto lo stesso Cristianesimo;   ma  questa dialettica ha assunto nell’Italia dei quasi settant’anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale, particolari modalità che non è fuori luogo cercare di analizzare. Il rapporto fra cattolici e società era stato  caratterizzato, già a partire dalla rivoluzione francese (ma in Italia con particolare radicalità dopo il 1870), da una accentuata separazione fra credenti e società, in relazione alla irrisolta “questione romana”, ma, ancor più, all’irrisolto rapporto fra Chiesa e modernità. Né il fa­scismo aveva posto fine a questa separatezza dato che del 1929 riconosceva il e la presenza della Chiesa, ma limitava la sua sfera di azione ad un ambito “spirituale” ben definito e ben delimitato, che non avrebbe  dovuto mai estendersi alla sfera civile. La crisi del 1931 in relazione all’educazione della gioventù, e specificamente al ruolo dell’Azione cattolica in questo campo, può essere considerata esemplare; nè il compromesso che in­tervenne dopo la crisi  mutò la sostanza dei rapporti fra Chiesa e fascismo: sotto il profilo della presenza nel sociale, l’u­nico spazio concesso alla Chiesa era quello dell’ “intimismo”.
Soltanto alla caduta del fascismo, e cioè a partire dal 1944-45, si aprono ai cattolici italiani spazi di effettiva pre­senza nella società, quali non erano stati consentiti né all’epoca dell’Opera dei Congressi, né nella breve esperienza del Parti­to popolare di Sturzo, né durante il ventennio fascista. Finiva la lunga stagione dell’”intimismo” e iniziava la nuova stagione della “militanza”. I cattolici entravano a vele spiegate nell’a­rena pubblica e ben presto acquisivano posti di primaria responsa­bilità grazie alle  capacità dimostrate da una classe dirigente che aveva saputo integrare l’antico nucleo proveniente dal Partito po­polare (De Gasperi in primis) con nuovi apporti di uomini che si erano formati nel periodo fascista (Fanfani e La Pira, Dossetti e Vanoni, per limitarsi ad alcuni nomi). Sostenuti da un pontificato fortemente impegnato sul piano sociale, come quello di Pio XII, e potendosi avvalere dell’apporto di un’Azione cattolica capillarmente presente in tutto il territorio nazionale, nonchè di un robusto insieme di organizzazioni cattoliche “collaterali”, la Democrazia Cristiana conobbe allora la sua migliore stagione ed offrì un importante contributo alla ricostruzione, ed insieme al­la modernizzazione, del Paese.
Quelli che in modo alquanto spregiativo furono definiti gli anni della “occupazione del potere” furono in realtà gli anni in cui prese corpo il sogno (o forse l’illusione) di una società cri­stiana nelle diverse, ma alla fine convergenti, declinazioni che di questa categoria furono fatte negli anni che intercorrono tra Umanesimo integrale di Jacques Maritain (1936) e la Architettura cristiana dello Stato di Giorgio La Pira (1954). Di “nuova cristia­nità” aveva parlato appunto Maritain; di “società ad ispirazione cristiana” gli intellettuali della sinistra detta poi “dossettiana”; di “civiltà cristiana” Pio XII. Vi era qualche diversità di approccio alla base di questa diversa terminologia, ma lo sbocco era sostanzialmente unitario; il grande progetto degli anni ’40 e ’50 fu, per i cattolici italiani, quello della società cristiana. Per il raggiungimento di questo ideale si impegnarono i cattolici migliori; in vista di esso misero in campo la loro autorevolezza e il loro prestigio le gerarchie ecclesiastiche, e in prima linea Pio XII; per esso operarono milioni di umili militanti.
Gli esiti di un impegno
Quale è stato, alla fine, l’esito di questo immane sforzo?
Dopo il malinconico tramonto della Democrazia Cristiana una storiografia impietosa e spesso partigiana ha messo soprattutto in luce i limiti di questa esperienza. Ma un obiettivo bilancio storico non può rinunziare a porre in evidenza anche le importanti acquisizioni di questa stagione: l’elaborazione, grazie al determinante apporto dei cattolici, di una Carta costituzionale che nel complesso ha una profonda ispirazione cristiana e che rappresenta ancora oggi un alto irrinunziabile di riferimento; il rapido superamento delle ferite della seconda guerra mondiale; il consolidamento della democrazia; il graduale assorbimento nel regime democratico di forze, prima fra tutte il potente Partito comunista di allora, che a lungo gli erano rimaste estranee; l’azione per il superamento, con l’avvio dell’Unione europea, di antichi nazionalismi; l’avvio di una stagione di sviluppo economico che non ha avuto eguali nella storia d’Italia e che, con ogni probabilità, si rivelerà irripetibile.
Nonostante tutte queste importanti acquisizioni, tuttavia, la “società cristiana” non è stata realizzata. Sul piano legislativo si dovettero registrare mutamenti ritenuti inquietanti (l’introduzione del divorzio prima e la legalizzazione dell’aborto poi, confermate nei referendum popolari rispettivamente del 1974 e del  1981 che rivelavano nel Paese una realtà assai lontana da quella che a lungo era stata considerata 1′”Italia cattolica”); ma preoccupanti apparivano soprattutto i cambiamenti verificatisi sul piano del costume, della mentalità, dei comportamenti. L’auspicato punto  di  arrivo era quellodella “società cristiana”, ma lo sbocco finale di questo processo era la società secolare. La crisi – di progettualità ed insieme di stili e di comportamenti etici – dell’ultima fase della Democrazia Cristiana metteva in un certo senso la pietra tombale sui sogni e sulle speranze di un’intera generazione di cattolici che si era spesa per la costruzione di una nuova società. Ed in effetti il “nuovo” era avanzato: ma rivelava un volto profondamente diverso da quello che si sarebbe voluto delineare a partire dagli entusiasmanti messaggi natalizi degli anni di guerra di Pio XII, dalle lotte degli uomini della Resistenza, dalle dure fatiche di uomini come un De Gasperi e un Vanoni, veri e propri “caduti sul campo” nella difficile sfida della politica.
Ieri ed oggi
Tramontata l’ “utopia” della “società cristiana”, quale è lo spazio nel quale, oggi, nello specifico contesto italiano, i cattolici possono muoversi?
L’alternativa, ancora una volta, è quella di sempre. Data per scontata l’inammissibilità di una rinuncia ad “essere nel mondo”, perché ciò significherebbe l’abbandono delle posizioni luminosamente indicate dalla Gaudium et Spes – le forme di questa presenza si fondano essenzialmente sulla scelta di campo fra una sempre più incisiva azione ecclesiale e pastorale, volta a rendere più radicato, ed insieme più visibile, il ruolo del Cristianesimo (con una necessaria influenza esercitata anche sulla elaborazione e lo sviluppo della cultura in ogni sua forma), oppure il ritorno ad una presenza specifica in ambito propriamente politico. In questa seconda direzione – anche in relazione ai ripetuti orientamenti in questo ambito da parte della Conferenza episcopale – vanno i numerosi tentativi compiuti in questi anni di “ricomposizione” dell’area cattolica – secondo un progetto già elaborato alla fine degli anni ’70 da p. Bartolomeo Sorge, ma in realtà mai realizzato – a partire dai “convegni di Todi”, punto di incontro di vasti settori (ma non di tutti) del variegato e composito “mondo cattolico”.
È troppo presto per tentare di tracciare anche un primo e provvisorio bilancio di questi tentativi di ri-aggregazione (anche se la scadenza elettorale del 2013 potrebbe dare ad esso una forte accelerazione), ma gli ormai oltre venti anni trascorsi dalla fine della Democrazia Cristiana consentono di intravedere quali potranno essere le possibili soluzioni: sostanzialmente due (non essendo una “soluzione” la scelta di campo dell’auto-isolamento dalla società italiana).
La prima scelta è quella di ritornare ad una presenza relativamente unitaria, cercando cioè di aggregare in una forma-partito antica o nuova non certo tutto il composito “mondo cattolico” ma alcune sue espressioni significative; e ciò senza compromettere – perché ciò non sarebbe accettabile, dopo il Concilio – l’istituzione-Chiesa, anche se è probabile che, all’interno dell’episcopato, numerose sarebbero le voci che si leverebbero a sostegno di questa formazione.
La seconda scelta è quella del potenziamento della presenza dei cattolici nei partiti nei quali già si riconoscono, o in altri che potrebbero essere eventualmente fondati (senza pretese di benedizioni da parte dell’episcopato, ma anche senza pregiudiziali nei confronti del ricco ed importante patrimonio dell’insegnamento sociale della Chiesa).
L’una e l’altra prospettiva esigono, comunque, un rinnovato amore dei cattolici per la città. Ma questo, appunto, è il problema. I cattolici, come pressoché tutti i cittadini italiani, appaiono disamorati nei confronti della politica, e non solo nei riguardi di una classe politica di cui si chiede quasi plebiscitariamente l’uscita di scena. Occorre dunque cercare e trovare nuove motivazioni all’impegno. Una fonte ricca e saporosa – da rivisitare necessariamente in questo cinquantenario – è quella del Concilio Vaticano II, con la sua grande passione per la città degli uomini: una città alla quale i credenti non possono essere estranei, ma nella quale, anzi, sono fortemente sollecitati ad operare in vista della costruzione di una società più giusta e più umana, in cui, proprio per questo, più ampi spazi si aprono al Vangelo.È il recupero del segreto legame che intercorre (al di là di ogni collateralismo, ma anche di ogni estraneità) fra la città degli uomini e la città di Dio, la chiave di volta per porre su nuove e più creative basi il rapporto tra fede e politica.
*fonte: c3dem.it

Cristiani e società, cinquant’anni dopo
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