Dalla mia cella posso vedere il mare

Diceva padre Bevilacqua che “le idee valgono per quel costano non per quel che rendono”. Ecco: il protagonista di questa storia, don Pierluigi Murgioni, ha pagato fino all’ultimo spicciolo per ciò che ha creduto, ovvero il Vangelo di Gesù. La sua è una storia appassionante, scritta da uno storico appassionato quale Anselmo Palini, docente alle scuole secondarie, autore di numerose pubblicazioni su cristiani significativi del nostro tempo e, neppure trascuratamente, conterraneo del protagonista. Palini tratteggia con cura il profilo di questo sacerdote fidei donum, senza cedere allo psicologismo, per mettere in luce la cristallina vicenda terrena di un prete che ha dedicato la parte centrale della sua vita ai poveri dell’Uruguay, ad una terra intrisa di sangue e sudore.
La sua vicenda va collocata negli anni ’70, tra le ombre della dittatura e le luci del post-Concilio, che hanno a loro volta illuminato la teologia della liberazione. Quella teologia che, nelle parole di Gustavo Gutierrez, “proviene dallo sforzo di dare significato alla sofferenza umana quando a soffrire sono le vittime di un’oppressione e di uno sfruttamento organizzati, e quando esse vengono mutilate e trattate come esseri inferiori a quel che sono: persone umane, create ad immagine di Dio”. Dunque una teologia nata per rispondere al desiderio di libertà di un popolo oppresso da una feroce schiavitù politica. Ne fece le spese anche don Murgioni, imprigionato per aver dato sostegno logistico a dei guerriglieri. Nel libro si ricorda anche che, per formulare i “capi d’accusa”, i militari tennero presente anche quanto da lui affermato sull’Uruguay nel corso di un incontro pubblico organizzato dalle Acli di Brescia. In realtà più che prigione fu tortura, in barba alle dichiarazioni di cristianità del regime. D’altra parte, parafrasando quando ebbe a dire Helder Camara, finché si dà da mangiare ai poveri si è considerati santi, quando ci si interroga sulla povertà si diventa comunisti.
Dopo cinque anni don Murgioni venne liberato per tornare alle terre natie. Morì presto, a 51 anni, anche per effetto del regime di tortura che aveva debilitato il suo corpo.Di lui ci rimane una testimonianza preziosa e viva: di uomo – come casualmente più volte lo definiscono interlocutori diversi – integro e intatto: di uomo coraggioso e mite.Ma di lui – a me – rimane anche una riflessione sulla prudenza. A fronte di alcuni vescovi sudamericani che proclamano il valore della prudenza, fa da contraltare don Pierluigi affermando che “la vera testimonianza cristiana non potrà mai essere prudente proprio perché in se stessa è segno di contraddizione”. Quindi, dove sta il confine tra la prudenza buona e la prudenza cattiva? Infine, di lui ci rimane una riflessione sull’uomo che, alla luce dell’odierno dibattito sui valori non negoziabili, sembra scritta apposta. Ve la lascio per intero: “L’uomo (ineffabile speculazione filosofica) non esiste: esistono solo ‘questi piccoli uomini’ bisognosi di amore, di liberazione dalle conseguenze del peccato. Quando smetteranno le varie gerarchie di parlare dell’uomo e di vociferare per “salvare” i suoi valori, giudicando male i tentativi deboli e pieni di imperfezioni con cui ‘questi uomini’ tentano di amare in concreto i loro simili?”.


Anselmo PaliniPierluigi Murgioni. “Dalla mia cella posso vedere il mare”Ave, Roma, 2012

Dalla mia cella posso vedere il mare
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