Diamo voce all’Italia

Molte volte in questi anni la nostra associazione si è interrogata su quale fosse la strada opportuna ed efficace per ridare vitalità al nostro sistema democratico, entrato in crisi ed incapace di rigenerarsi. È questo un compito che non si connette solo alla nostra storica fedeltà alla democrazia, ma che ci scuote anche come associazione di cristiani che vogliono vivere il loro impegno laicale nella società e di lavoratori che credono nel valore della giustizia sociale. Parlare di riforma delle istituzioni e dei sistemi di partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica può apparire a prima vista un po’ fuori luogo in un momento come questo, caratterizzato da crescita della disoccupazione, allargamento delle fasce di povertà, riduzione delle prestazioni di welfare. Si sarebbe portati a pensare che un’organizzazione sociale come la nostra dovrebbe occuparsi prevalentemente di questi temi, battagliando per affermare i diritti dei soggetti più deboli a partire dalle specifiche questioni (tagli ai fondi per il sociale, riforma degli ammortizzatori sociali, nuova social card…). E questo è giusto, naturalmente. Eppure non basta.

Da diversi anni l’impegno sociale e politico dell’associazione – come quello di tutto il terzo settore – viene costantemente depotenziato e, in taluni casi, persino annullato dalla sordità del sistema politico italiano, diventato autoreferenziale e per questo spesso incapace di affrontare le sfide che via via si presentano.
Il distacco tra i cittadini e i loro rappresentanti, che non sono neppur più scelti singolarmente, ma cooptati dal sistema politico; la riduzione dei partiti politici a gruppi di potere ristretti e assolutamente chiusi; il progressivo svuotamento dei luoghi del confronto democratico, a partire dalle aule parlamentari: tutti questi aspetti non riguardano solo la politica e le sue regole, ma si ripercuotono pesantemente sulla vita dei cittadini e sulla qualità democratica dell’intera società. Una politica chiusa in se stessa, incapace di guardare ai propri cittadini se non in qualità di elettori, non può dare risposte ai bisogni che emergono e, soprattutto non riesce ad attivare la partecipazione e l’assunzione di responsabilità.Molte volte, con superficialità o cinismo, si tende a liquidare la politica come un male necessario, riducendo la sua funzione solo all’esercizio della responsabilità di amministrare la cosa pubblica. Ci si dimentica di un fatto cruciale, che per noi che operiamo nell’associazionismo, è addirittura il pane: il metodo con cui si esercita il potere e si giunge alle decisioni conta almeno quanto le decisioni stesse. Sembra soltanto retorica, ma non lo è: un Paese – e ancor più un Paese democratico – non si governa solo con istituzioni, leggi, pene da comminare a chi le infrange. Fondamentale è il grado di condivisione della responsabilità pubblica, di disponibilità a mettere da parte i propri egoismi nell’interesse del bene comune, di guardare alle generazioni future come parte integrante della stessa cittadinanza. In questa prospettiva, allora, il tema della riforma delle istituzioni diventa appassionante e assume una rilevanza prioritaria anche per le organizzazioni della società civile.
Non è un caso che l’ultimo appuntamento delle Settimane Sociali, svoltosi a Reggio Calabria lo scorso ottobre, abbia dato particolare risalto alla necessità di “completare la transizione istituzionale”, avanzando proposte concrete per uscire dall’attuale impasse democratica. Due su tutte: la riforma elettorale e un nuovo statuto dei partiti politici.Nel primo caso si tratta di ridare ai cittadini, oggi spesso ridotti al rango di sudditi, la facoltà di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento. Le soluzioni concrete possono essere diverse (sistema uninominale con collegi molto piccoli; reintroduzione delle preferenze…) ma l’obiettivo è chiarissimo: tornare a legare il rappresentante ai rappresentati, garantire la possibilità ai cittadini di conoscere le scelte politiche del proprio eletto e di poterle quindi sostenere o criticare durante il mandato e valutare in sede elettorale. Il continuo riprodursi di scandali connessi alla vita privata dei parlamentari o ai loro comportamenti politici palesemente scorretti, basti pensare all’invereconda compravendita in occasione del voto di fiducia, può farci cadere nell’antipolitica se non operiamo questo correttivo. Il cittadino deve poter scegliere, anche per sentirsi in qualche modo corresponsabile delle decisioni assunte via via dall’eletto. Nell’attuale situazione venutasi a creare dopo l’introduzione del famigerato “porcellum”, la cooptazione ha cancellato il principio di rappresentanza e di responsabilità. Ripristinarlo è, quindi, il primo passo per ridare dignità alla politica.La seconda proposta avanzata a Reggio Calabria riguarda i partiti politici e la loro democraticità. La Costituzione, all’art. 49, propone i partiti politici quali soggetti deputati ad associare i cittadini al fine di concorrere a determinare le scelte politiche, ma precisa che questo deve avvenire “con metodo democratico“. La legge non ha mai normato questo principio costituzionale, anche perché per molto tempo la vitalità del sistema politico e la forte partecipazione popolare nei partiti di massa hanno garantito che lo spirito costituzionale fosse rispettato. Oggi non è più così: partiti personalistici (a quasi ogni simbolo è associato il nome del leader) o partiti-azienda non garantiscono né trasparenza né partecipazione democratica. Eppure il potere che essi esercitano rimane enorme ed è persino cresciuto nel tempo: tra cooptazioni e spoil system (evoluzione elegante del clientelismo italico) quasi tutte le decisioni passano attraverso la forma partito, sia pure nella sua attuale configurazione di ristretto gruppo di potere.
La proposta delle Settimane Sociali – che ci sentiamo di sostenere con forza – è dunque di far diventare i partiti politici associazioni di diritto pubblico, chiamate a rispondere della propria democraticità e trasparenza interna. Non è certo un’idea nuova, dato che risale a don Luigi Sturzo, ma assume oggi la forza dirompente di essere proposta antisistema ma non antipolitica. Le Acli, appassionate al bene comune, si sentono oggi chiamate a far proprie queste indicazioni e a costruire, insieme con altre associazioni e organizzazioni con cui hanno condiviso questa riflessione, un percorso di mobilitazione politica.Il disagio e spesso il disgusto, cresciuto in questi mesi, non può farci ripiegare su noi stessi: vogliamo partecipare e contare, per dare voce a un’Italia che crede nell’impegno, nell’onestà e nella responsabilità.

Diamo voce all’Italia
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR