Domenico Rosati (1976-1987)

Domenico Rosati nasce il 5 febbraio 1929 a Vetralla (Viterbo).

Tra Domenico Rosati e le Acli c’è un rapporto di simbiosi. È infatti nelle Acli fin dagli anni ’50 con incarichi nella stampa e nei servizi sociali. È presidente per ben 11 anni dal 30 maggio 1976 al 12 maggio 1987. La successione di Rosati a Marino Carboni è del tutto fisiologica: era il suo vice e aveva concorso in modo rilevante alla elaborazione ed alla realizzazione della linea di salvataggio. La sua Presidenza cercò quindi nuovi equilibri sulla linea precedente. Il Congresso nazionale del 1978 vide le Acli trovare, su una mozione unitaria, una nuova stabilità rispetto alla propria identità e alla collocazione nella Chiesa e nella società.

La fase iniziale della Presidenza Rosati è caratterizzata da una paziente attività di riorganizzazione delle realtà di base e dei servizi. “Salvare il contenitore” è l’espressione che Rosati adopererà per sintetizzare questa delicata operazione. Si ricostruì il consenso interno all’Associazione anche sul ripensamento della progettualità politico-sociale, in termini di progrediente complessità. La caduta del riferimento esclusivo al soggetto storico “movimento operaio”, con la connessa attenuazione della ventata ideologica degli anni Settanta, portò a rivedere le posizioni più schematicamente classiste e anticapitaliste. Il Congresso di Bari del 1981 rilanciò invece l’affermazione dell’autonomia della società civile, nell’incipiente crisi del sistema politico italiano dopo l’esaurimento della “solidarietà nazionale”.

Emergeva una nuova identificazione delle Acli come “movimento della società civile per la riforma della politica”. C’era l’ambizione di individuare soggettività politiche diverse dai partiti e dalle istituzioni, per creare una articolazione della democrazia più ampia rispetto al nesso storico tra Stato e mercato.

A Rimini nel 1983 fu lanciata l’idea di una Convenzione dell’associazionismo, che trovò molti interlocutori. Nel 1985 vi si collegò l’ipotesi di una “alleanza sociale per il lavoro”. Nel 1986 il Convegno di Assisi propose di costruire una nuova “carta della solidarietà” per offrire una risposta alla crisi del welfare state. Sulla stessa linea, nel fervore del movimento pacifista della metà degli anni Ottanta contro il dispiegamento in Italia dei cosiddetti “euromissili”, si lanciò l’idea di “diplomazia dei popoli”, autonoma da quella dei governi.

La marcia Palermo-Ginevra del 1983, in piena fase di riarmo (missili a Comiso) rimane ancora oggi una delle manifestazioni più forti del pacifismo italiano.

Domenico Rosati lasciò la Presidenza nazionale nel 1987 per candidarsi al Senato, dove verrà eletto senatore nelle liste della Dc fino al 1992.

Giornalista e autore della prima storia delle Acli dalle origini a oggi: L’incudine e la croce. Mezzo secolo di Acli (Sonda, Torino 1994), in occasione del 50°, ha anche scritto una biografia di Dino Penazzato, La fabbrica della speranza (Editoriale Aesse, Roma, 1995). Rosati è stato protagonista non solo delle Acli ma della vita politica italiana.

Nell’ultimo paragrafo intitolato “Post mortem” del suo volume su Penazzato, Rosati scrive cose interessanti sul suo periodo di Presidenza. Infatti dopo aver suggerito una ricerca sull’eredità nell’insegnamento di Penazzato nella storia delle Acli, da Labor a Passuello, passando per Gabaglio, Carboni, Bianchi, aggiunge:

«Per quanto concerne Rosati, se è consentito un ultimo ricorso alla prima persona, dirò solo che nel dipanare il “contenzioso” ecclesiale e politico degli anni Settanta e Ottanta ho più volte avuto un aiuto prezioso sia dagli scritti che dalla memoria viva di Penazzato. Soprattutto quando l’interlocutore diretto era (tornato ad essere) Monsignor Quadri, nella sua veste di Vescovo incaricato per i problemi del lavoro, mi veniva spontaneo rifarmi a qualche precedente d’epoca per rammentare che quel determinato problema era stato già dato per risolto; che quel determinato confine era stato abbattuto e che, comunque la sostanza del problema – il fatto che le Acli facessero politica – non era mutata. E ciò mi consentiva di far rilevare che, in verità, il divieto o le restrizioni delle proiezioni politiche delle Acli non si erano mai indirizzati alla dimensione politica delle Acli in sé considerata, ma piuttosto a specifiche modalità ed espressioni della politica prescelta. Finché era stato centrismo, non ci fu questione. Che invece insorse sul centro-sinistra. E poi, dopo la consumazione di questo, si manifestò sui seguiti possibili, la “terza fase” nelle sue varianti e nelle sue tante incognite.

Ne avevo tratto una regola: le Acli non fanno problema finché non turbano l’ordine costituito; ma a che servono se non fanno problema? Avevo così la certezza di trovarmi su un itinerario che già prima di me altri avevano percorso e sul quale tanto in profondità si era inoltrato il mio maestro. E ne ricavavo una sensazione di sicurezza, come quando lungo un cammino di montagna, quando sei in difficoltà, colui che ti precede si volta e ti tende la mano: “Coraggio, ce la puoi fare”».

Domenico Rosati (1976-1987)
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