Donne e lavoro: il 42,2% delle giovani accetterebbe anche un lavoro in nero

Essere madre e lavoratrice oggi in Italia risulta ancora molto difficile. Nonostante questo, le ragazze italiane tendono a diventare indipendenti prima dei loro coetanei uomini. Infatti, tra i giovani di età compresa fra i 18 e i 29 anni che hanno scelto di andare a vivere da soli, il 73,3% è composto da donne. Il dato emerge dalla ricerca dell’Iref (Istituto ricerche educative e formative) dal titolo “Il ri(s)catto del presente”.

Lo studio è stato realizzato dalle Acli nazionali su un campione di 2500 ragazzi e ragazze di età compresa tra i 18 e i 29 anni ed è stato presentato oggi a Napoli dove si sta svolgendo la 50° edizione del convegno nazionale degli studi delle Acli.
«In questi giorni – afferma Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli – stiamo avanzando alcune proposte normative per il lavoro dei giovani. Una di queste riguarda proprio il riconoscimento del valore sociale della maternità e del lavoro di cura. I dati ci dicono che le biografie lavorative delle donne risultano molto frammentate. E molto più di prima, questi soggetti sembrano richiedere sostegno nelle fasi centrali della vita lavorativa. Per questo, proponiamo un contributo del sistema previdenziale alla maternità, che metterebbe la donna nelle condizioni di non essere incentivata a ridurre o persino lasciare il proprio rapporto di lavoro. Lo Stato si prenda cura delle donne nel momento contingente in cui vivono le difficoltà connesse con la maternità”.

Per le donne esistono una serie di condizioni che rendono faticoso riuscire a coniugare la maternità e la famiglia con il lavoro. Una delle conseguenze è una maggiore propensione delle ragazze ad accettare compromessi pur di trovare o mantenere un lavoro. Il 42,1% delle donne residenti in Italia accetterebbe anche di lavorare in nero (contro il 33,9% dei ragazzi), il 29,8% di andare a lavorare in un’altra regione o nazione (35,4% per gli uomini) mentre solo il 18,8% non si perderebbe d’animo e continuerebbe a cercare un lavoro simile a quello desiderato o perso (dato vicinissimo a quello dei maschi, pari al 18%).

Dimensione totalmente diversa quella di chi già lavora all’estero: qui infatti soltanto il 19,1% delle donne accetterebbe un lavoro in nero, mentre sarebbero molto più disposte, il 64,6%, a continuare a muoversi e cambiare nazione.
La determinazione delle donne a rendersi indipendenti e mantenere un lavoro si rispecchia anche nelle possibili rinunce che farebbero pur di non venire licenziate: il 31% direbbe addio ai giorni festivi, mentre il 18,5% alle ferie e il 13,1% a una parte dello stipendio. Da notare come il 26,9%, però, si farebbe licenziare pur di mantenere intatti i propri diritti.

Queste percentuali così alte legate alle concessioni possibili da parte delle ragazze italiane si spiegano con un’aspettativa più bassa circa le possibilità di coniugare lavoro e diritti data proprio dall’essere donne.
“È necessario — dichiara Emiliano Manfredonia, presidente del Patronato Acli — cominciare a pensare a un utilizzo “elastico” del sistema previdenziale attuale, in modo da contribuire nella fase della maternità, ed in particolare nei primi anni di vita del bambino, ad aumentare il reddito disponibile della lavoratrice madre, in modo che possa permettersi di affrontare le spese necessarie ed utili alla maternità, o alla conciliazione dei tempi di lavoro e di cura, o comunque trovare in parte compensazione per la riduzione dello stipendio a causa di eventuali periodi di part-time necessari per assicurare la cura al neonato”.

Il sistema previdenziale attuale, per sua natura, invece, attesta i suoi trattamenti in una età in cui la maternità è molto rara, e dunque i benefici previdenziali correlati alla maternità (anticipo di godimento dei trattamenti; normative di favore circa i requisiti o la misura degli stessi o anche solo il riconoscimento della contribuzione figurativa), ed in particolare i loro effetti concreti, sono semplicemente un riconoscimento “postumo” della funzione sociale della maternità ma non colgono in nessun modo l’obiettivo di sostenerla quando ciò serve, e cioè quando si diventa madre ed in particolare quando i figli sono piccoli.

Valutando quindi le condizioni economiche della madre, il reddito ed altri requisiti di equità, si giunga a una temporanea “fiscalizzazione” dei versamenti contributivi gravanti sul reddito da lavoro delle neo madri, in modo da aumentare il valore dello stipendio netto rispetto alla retribuzione lorda. Questo sarebbe un intervento con un periodo definito, inversamente graduale al crescere del reddito da lavoro della madre e in proporzione crescente al crescere del numero dei figli. In questo modo la madre non avrebbe danno sul suo futuro trattamento pensionistico ma, nel contempo, potrebbe godere subito del vantaggio di avere un maggior reddito disponibile.

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