Emilio Gabaglio (1969-1972)

Nato a Como il 5 luglio 1937 è diventato presidente delle Acli il 22 giugno 1969, a soli 32 anni, il più giovane presidente aclista.

Dovette guidare l’organizzazione in un uno dei momenti più difficili della sua storia. Sono gli anni dell’autunno caldo, delle bombe di Mi­lano, della lotta per le riforme. Sul piano interno gli anni della crisi di rapporto con la gerarchia, dell’ipotesi socialista, delle due successive scissioni.

La sua Pre­sidenza, certamente la più difficile e controversa, si con­­cluse subito dopo il Con­gresso di Cagliari, del 5 novembre 1972. Gabaglio pas­sò alla Cisl ed è stato anche Se­gretario generale della Confederazione europea dei sindacati.

Un fatto importante che ha segnato la storia delle Acli durante la Presidenza Gabaglio fu la convocazione della Cei il 6 marzo 1970 e la consegna della lettera del Cardinal Poma. Poi dal 27 al 30 agosto dello stesso anno si svolse a Vallombrosa un Convegno sul tema “Movimento operaio, capitalismo, democrazia” ed è in questa circostanza che Gabaglio lancia la cosiddetta “ipotesi socialista” delle Acli. Labor espresse il proprio disappunto.

L’8 maggio 1971 giunge il verdetto della Cei. Il 19 giugno 1971 c’è la “deplorazione” di Paolo VI.

Gabaglio farà la sua “autocritica” e ad essa si accompagneranno alcune dolorose estromissioni. Le Acli si ridefiniscono, si lacerano, si riprogettano.

Ed oggi, possiamo dire, dopo un profondo processo di “purificazione della memoria” che quell’avvenimento è diventato per la storia delle Acli una sorta di “felix culpa” che ha reso ancora più grande l’autonomia delle Acli. Lo stesso Gabaglio è tornato, commosso e fiero, a Vallombrosa, nel 2001, a confrontarsi con altri testimoni e protagonisti in una memorabile tavola rotonda.

Riportiamo qui di seguito stralci della “lettera” che Emilio Gabaglio ha fatto pervenire al presidente nazionale delle Acli, Luigi Bobba, in data 25 giugno 2001, sulla ricostruzione del significato che ebbe Vallombrosa 1970 e su come andarono veramente le cose sull’ipotesi socialista.

«La responsabilità di quella formulazione è tutta mia. Certo, ne erano a conoscenza Gennari e Passuello che collaborarono validamente alla stesura della relazione, ma non credo di averne parlato con altri a parte, forse, Brenna. Capisco che ciò possa apparire strano e discutibile ma questo modo di procedere era un po’ nella tradizione di Vallombrosa. Convegno di studi, appunto, e non Congresso, e dove gli interventi erano pronunciati a titolo personale.

Negli anni precedenti, Labor si era sempre comportato così suscitando normalmente sorpresa e polemiche con la sua relazione conclusiva. Tanto è vero che come diceva allora, pochi minuti del presidente a Vallombrosa richiedevano poi un anno di tempo per spiegare, chiarire, ridimensionare.

A me, a noi, questo non riuscì.

In ogni modo, come ho detto e scritto a più riprese, Labor non ebbe parte alcuna nella vicenda. In pubblico definiva l’ipotesi socialista “un ingenuo errore” ma a tu per tu non mi risparmiò critiche più severe (…).

Ciò di cui sono certo è che la riflessione di Vallombrosa non era funzionale ad alcun disegno politico e tanto meno partitico. Voleva rispondere ad un’esigenza tutta interna all’evoluzione delle Acli (…).

Per me Vallombrosa ’70 rappresentava il logico sviluppo di quella critica serrata al sistema economico e sociale capitalista che le Acli avevano condotto nei Convegni degli anni precedenti, e testimoniato nella partecipazione alle lotte operaie, giovanili, popolari di quella fase.

In questo senso, l’ipotesi socialista è l’approdo coerente di una riflessione e di un percorso autonomo anche se indubbiamente influenzato da esperienze straniere, la francese come si è ricordato, ma anche quelle latinoamericane.

Ritenni allora e ritengo oggi che nella nostra impostazione – a parte qualche schematismo di troppo, frutto peraltro di quella particolare stagione sociale e politica – non ci fossero serie deviazioni dottrinali. La reazione della gerarchia ecclesiastica fu di natura essenzialmente politica (…).

Nessun movimento può costruire il suo futuro se non assume, criticamente, tutto il suo passato.

D’altra parte anche oggi pur in una situazione italiana e internazionale così radicalmente diversa da non essere neppure lontanamente comparabile, le questioni di fondo che ponemmo allora restano, mi pare, ancora aperte e attendono una risposta. Anche da cristiani».

Emilio Gabaglio (1969-1972)
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