Equità: la chiave di volta

Se ci fosse chi riesce a vivere senza mai servirsi del denaro, lo Stato esiterebbe a chiedergliene“. Questa massima del filosofo americano Henry David Thoureau, tratta dal saggio Disobbedienza civile del 1849, fa riflettere su quanto più agevole sarebbe poter valutare, o addirittura “convertire”, la realtà dei fatti con la sola forza del pensiero e dell’idealismo. Tuttavia ciò non è possibile. Fenomeni come la crisi, o più in generale la povertà, costringono a confrontarsi con ben altre situazioni. Esse, in effetti, non rappresentano  ̶  o per lo meno non solo  ̶  categorie filosofiche in astratto, ma condizioni di reale disagio della vita umana, dove non solo il denaro è necessario alla sopravvivenza, ma talvolta, per sopravvivere, c’è anche bisogno di chiedere aiuto allo Stato. Ma allora, tenendo conto della crisi e della povertà, cosa si potrebbe fare in concreto? Quali strumenti possono essere messi in campo dall’ente pubblico? Quali strumenti permettono di aiutare i meno abbienti secondo chiari criteri di equità? Con quale contributo si può partecipare a questa riflessione?

Proprio riguardo allo stanziamento di risorse destinate alle famiglie meno abbienti va, in via preliminare, affermato il criterio di equità che gli strumenti d’allocazione debbono rispettare. Bisogna partire da un dato di fatto, e cioè dall’informazione, o meglio dalla non-informazione, che circola sul flusso complessivo delle prestazioni erogate a ciascuna famiglia. Basti un dato: oggi in Italia vengono rilasciate oltre 6milioni di Dsu, vale a dire quei modelli di autocertificazione che consentono di risalire all’indice sulla situazione economica familiare. Sulla base di tale indice viene poi verificata la possibilità per il nucleo familiare di accedere o meno alle prestazioni assistenziali da parte dei singoli enti erogatori. Il vero problema è che a oggi non si dispone ancora di strumenti tali da poter unificare, o in un certo senso “centralizzare”, le informazioni sull’ammontare dei servizi destinati ed erogati a ciascuna famiglia. Manca, in altre parole, una mappatura generale delle prestazioni che, seppur onerosa in termini di costi gestionali, permetterebbe comunque di allontanare il rischio di un’eccessiva sovrapposizione di aiuti. Un esempio pratico: una famiglia con valore Isee pari a 6 mila euro ha diritto ad alcune agevolazioni e benefici che, però, se sommati, farebbero lievitare l’indicatore economico a un livello tale da non aver più diritto a quegli stessi benefici. Ciò dimostra, dunque, la necessità di conoscere nel dettaglio a quali misure, e a quale livello, un nucleo familiare ha avuto accesso. Si tratta, in altre parole, di spostare la visione del nostro welfare dalla “prestazione” alla “persona/famiglia”. Tutto questo, ovviamente, secondo quel principio di equità cui si deve ispirare tale revisione.A proposito dello strumento Isee. Qual è il principio con cui si guarda alla soglia di valore Isee che permette o meno l’accesso alle prestazioni? A oggi, almeno a livello nazionale, vige una sorta di criterio in virtù del quale le cose sono bianche o nere. Non esistono quindi modulazioni, sfumature cromatiche: o si è dentro un certo limite di reddito, oppure il beneficio decade. È pur vero che gli enti erogatori locali hanno già introdotto una differente logica di gradualità che, invece di spaccare a metà la popolazione fra aventi diritto e non aventi diritto, funziona sullo scaglionamento modulare delle fasce di reddito. Un criterio graduale non esclude a priori l’opportunità di accesso alla prestazione, ma semplicemente ne regola il gettito in base alle reali esigenze del nucleo familiare. La gradualità che dunque esiste a livello locale, dovrebbe estendersi anche sul piano delle misure nazionali.Un altro strumento utile per fronteggiare, o quantomeno ridurre, gli effetti della crisi è la Social card. Si tratta di un provvedimento che ha anche registrato significative critiche. Anche le Acli hanno espresso alcune riflessioni critiche. Ma recentemente hanno anche proposto alcuni correttivi. Nel volume di recente uscita Per un piano nazionale contro la povertà, le Acli mettono a punto una seria e dettagliata proposta di rinnovamento della card precedente. Tra gli altri, uno degli interventi sostanziali, è l’apertura della misura a tutte le famiglie residenti in Italia, sia italiane che straniere, purché, queste ultime, abbiano un regolare permesso di soggiorno.Quella dei nati all’estero è a tutti gli effetti una popolazione “dentro” la popolazione, un ampio spaccato dell’Italia che come tutti lavora, fa figli e gode di un certo reddito. È su questa fascia di popolazione, spesso ignorata, ma che effettivamente incide sul tessuto economico nazionale più di quanto si pensi, che bisogna alzare il livello di attenzione. Con riferimento all’utenza Isee che si è rivolta alle strutture Caf Acli nel 2010, ben il 18% è nata all’estero.Il progetto delle Acli, oltre che ispirato a ovvi principi di integrazione e parità di diritti, poggia su dati concreti che denunciano, nell’ambito delle famiglie straniere, una necessità impellente di servizi assistenziali. Il campione indica che, mediamente, il reddito di una famiglia straniera residente è inferiore del 30% rispetto a quello di una normale famiglia italiana, pur avendo quasi sempre all’interno almeno un adulto in condizione di occupato, mentre gli indicatori patrimoniali sono inferiori del 75%. Si tratta, tuttavia, di famiglie nelle quali il numero di figli minori è più del doppio che nelle famiglie italiane. Proprio da questa valutazione parte una riflessione sul compito che il Caf Acli è chiamato a svolgere: ripensare le modalità con cui accompagnare anche e soprattutto queste famiglie a un ruolo di vera e piena cittadinanza per una crescita culturale, sociale ed economica del nostro Paese.Negli ultimi due anni l’azione portata avanti dal Caf delle Associazioni cristiane lavoratori italiani, ha avuto tra le sue ferme priorità la gestione operativa di molte iniziative collegate al monitoraggio e al contenimento degli effetti di recessione. Ne sono esempi l’attività di raccolta ed elaborazione delle dichiarazioni Isee e il tavolo di studio avviato sulla Social card, che ha prodotto di recente una nuova proposta per migliorare le prestazioni della vecchia carta introdotta nel 2008.Le proposte che sono state brevemente accennate derivano il loro valore dall’esperienza concreta che viene svolto sul territorio, in qualche misura come un vero e proprio “osservatorio” a stretto contatto con lo stato di salute economica delle famiglie italiane. Si tratta di un prezioso fortino, non solo per la mole di informazioni costantemente trattate, ma anche per l’essenza stessa della attività del Caf Acli che va oltre la semplice gestione del dato in sé, allargandosi alla diretta interlocuzione con l’utente e all’accompagnamento, in taluni casi, nelle procedure d’accesso a benefici o agevolazioni. Partire dalla cultura del dato aiuta a rinnovare anche la politica sociale.
*Michele Mariotto è vicepresidente delegato Caf Acli.

Equità: la chiave di volta
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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