Essere servi per accogliere Gesù

Accogliere chi non conta niente, come un bambino, significa regnare nell’amore.

Domenica scorsa abbiamo visto la reazione di Pietro all’annuncio di Gesù della sua morte e resurrezione. Marco racconta poi l’episodio della trasfigurazione (che si legge il 6 agosto) e la successiva liberazione di un figlio da uno spirito immondo.

La traversata della Galilea, qui menzionata, racconta di come Gesù in un qualche modo – secondo la narrazione di Marco – voglia mantenere quanto più possibile un profilo basso, perché è consapevole dei fraintendimenti da parte delle folle e dei suoi stessi discepoli della sua missione salvifica.

Ai discepoli ripropone l’annuncio della morte e resurrezione, ma ancora una volta si scontra con la loro incomprensione che non trova nemmeno le parole per iniziare un dialogo e comprendere cosa voglia dire risorgere dai morti.

Se a noi cristiani questo sembra per un certo verso più facile che per i discepoli di Gesù prima della resurrezione, tuttavia dobbiamo rilevare che questa esperienza di Gesù risorto non è facile anche per noi, come testimoniano numerose inchieste su ciò che veramente credono i cristiani nei riguardi della resurrezione.

Il vangelo è impietoso nel mostrarci come i discepoli di Gesù abbiano fatto fatica a sintonizzarsi con il loro maestro.

La discussione che non vogliono riportare a Gesù su chi fosse il più grande, sentono che non è consona a quanto Gesù dice e fa. E tuttavia Gesù, che sta educando i suoi discepoli a comprendere il vero volto di Dio, con pazienza li istruisce su cosa vuol dire essere il primo, cioè l’ultimo e colui che serve.

Non è facile per nessuno accogliere questa parola di Gesù, perché va contro il buon senso comune, e tuttavia è una parola che dà la vita e seguirla è segno di sapienza.

Gesù esemplifica le sue parole con un gesto: abbraccia un bambino e lo mette in mezzo a loro. All’epoca i bambini non erano tenuti in grande considerazione e il fatto di metterlo al centro, in un posto eminente, mostra cosa Gesù voglia intendere con le sue parole. Accogliere un bambino in nome di Gesù, significa accogliere Gesù e il Padre che lo ha mandato. Ma accogliere un bambino vuol dire farsi suo servitore, cioè servitore di qualcuno che non conta, a differenza dei grandi della terra che si vogliono fare servire per ottenerne dei benefici e per riceverne onore.

Le mutate condizioni dei bambini nella storia e nella nostra società moderna forse non ci aiutano a comprendere bene il significato di questa esemplificazione di Gesù, tuttavia il servizio degli ultimi ci richiama alla gratuità dell’amore di Dio e, per quanto possibile, del nostro amore.

 

20 settembre 2015 – XXV Domenica tempo ordinario – Anno B

Marco 9,30-37

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli 30 attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. 31 Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». 32 Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.

33 Giunsero a Cafàrnào. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». 34 Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. 35 Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

36 E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 37 «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 

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Essere servi per accogliere Gesù
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
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