Europa: 84 milioni a rischio povertà. Serve una rete di protezione comunitaria

Costruire una rete di protezione europea contro la povertà e lanciare una “Opa etica” sul mondo dei mercati, delle banche e delle multinazionali. Riunite a Parigi per un seminario internazionale sugli effetti sociali della crisi economica internazionale, le Acli lanciano le loro proposte per contrastare povertà e impoverimento nel continente europeo. 84 milioni sono le persone a rischio povertà in Europa. Tra gli italiani residenti nel continente europeo – rivela una ricerca realizzata dall’associazione – si rivelano “socialmente fragili” più di uno su due (54%)
16% della popolazione europea a rischio povertà
Nel’Anno dedicato alla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale, le stime dell’Unione europea parlano di 84 milioni di persone a rischio povertà nell’Unione a 27, il 16% dell’intera popolazione. Una percentuale che aumenta per alcuni gruppi specifici. I bambini a rischio povertà sono ben 19milioni (il 19% di tutti i bambini dell’Ue). Stessa percentuale per gli anziani. Le donne (17%), e soprattutto le donne single (25%), sono piu colpite rispetto agli uomini (15%). Le famiglie monoparentali rappresentano anch’esse un gruppo particolarmente esposto: il 32% del totale è a rischio di povertà. Il problema colpisce ovviamente innanzitutto i disoccupati (41%), ma un lavoro non costituisce sempre una solida garanzia contro la povertà. Sono sempre di piu, infatti, le persone che, pur avendo un lavoro retribuito, vanno ad ingrossare le fila dei lavoratori poveri, che costituiscono ormai ben l’8% di tutti i lavoratori dell’Unione europea. «L’ambizione del Trattato di Lisbona non ci ha dato un’Europa meno povera – spiega il presidente delle Acli Andrea Olivero -. Se non si agisce contemporaneamente  sui meccanismi del mercato e sulle disuguaglianze sociali non raggiungeremo mai l’obiettivo di ridurre la povertà del 25% entro il 2020».

 Una rete di protezione europea contro la povertà
 Nel seminario in corso a Parigi su Povertà e impoverimento in Europa, tra crisi economica e soggetti sociali – realizzato con il sostegno Centro europeo per i problemi dei lavoratori (Eza) – le Acli sostengono la necessità di costruire una «rete di protezione europea contro la povertà». In un [downloadacli menuitem=”212″ downloaditem=”3066″ direct_download=”true”]documento[/downloadacli] predisposto per l’occasione, chiedono una specifica «direttiva comunitaria sui servizi alla persona», per armonizzare «sia le condizioni di erogazione dei servizi sociali nei vari Stati membri, sia lo statuto degli operatori sociali». Lamentano «l’assenza di una copertura assicurativa per il rischio “mancanza di autonomia”», che se generalizzata a livello comunitario, consentirebbe di fronteggiare i fenomeni dell’invecchiamento della popolazione e dei bisogni specifici della terza e quarta età (non autosufficienza, alzheimer, parkinson).
 Una “Opa etica” sui mercati
 «La crisi internazionale – insiste Andrea Olivero – costringe a ripensare le forme di tutela e inclusione sociale ma anche l’economia di mercato e il modello di sviluppo». Il presidente delle Acli cita l’ultima enciclica “Caritas in Veritate”: «Occorre riportare l’etica nell’economia,  lanciare una ‘Opa etica’ nel mondo dei mercati, delle banche, delle multinazionali». Spiega il presidente delle Acli: «Il primato va dato alla persona, altrimenti rimarremo imprigionati in un meccanismo perverso, che si fonda sull’accumulo e la competizione, piuttosto che sul benessere e la ricerca della felicità. Lo riconosce lo stesso Ocse, che dichiara di essere alla ricerca di indicatori alternativi al PIL, che possano dare un’idea della qualità della vita dei cittadini».
 Italiani in Europa: il giudizio negativo sulle misure anticrisi
 La «paura della povertà» è il «maggior rischio per la coesione dell’Europa». Una [downloadacli menuitem=”212″ downloaditem=”3073″ direct_download=”true”]ricerca[/downloadacli] realizzata dalle Acli fotografa la percezione della crisi tra gli italiani residenti in Europa (1000 questionari, 8 Paesi coinvolti: Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Lussemburgo, Olanda, Svizzera). Più di una persona su due (54%) si colloca in una situazione di “fragilità sociale”, avendo denunciato almeno uno di questi problemi: mancanza di lavoro, reddito basso, casa non di proprietà. Sono in prevalenza persone sole – single, separati/divorziati, vedovi – che aggiungono dunque a quella sociale una fragilità di tipo “relazionale”. Le rinunce che hanno pesato di più tra gli italiani all’estero sono siginificativamente quelle legate a viaggi e vacanze (19%), che significa l’impossibilità di tornare in Italia a visitare parenti, amici e luoghi d’origine. Rilevanti anche le rinunce nel campo della vita sociale (13%), vale a dire: uscite, consumi culturali, pasti fuori casa, ecc. Ma ancora più inquietante la percentuale del campione costretta a ridurre l’acquisto di beni essenziali (12%), ovvero le spese relative al cibo e alle spese mediche. Percentuale che sale al 17% tra i “socialmente fragili”. Decisamente negativa l’opinione degli intervistati sugli interventi anticrisi e le misure di contrasto alla povertà attuate dalle istituzioni pubbliche. Più dell’80% ritiene che abbiano fatto poco o nulla per sostenere i cittadini nella fase di crisi. Parallelamente, un terzo del campione ha ricevuto assistenza e sostegno materiale dagli enti non profit. Il 70% degli intervistati ha trovato nelle Acli un punto di riferimento contro la crisi. «E’ la solidarietà – chiosano le Acli – che ci rende cittadini in senso pieno. L’aumento della povertà e delle disuguaglianze rappresenta la più seria minaccia alla stabilità e alla coesione dell’Unione europea e dei suoi membri».

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Fonte UNHCR
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Fonte UNHCR