Famiglie cadute in trappola

In Italia, ci sono diverse ambiguità sulla famiglia.

La prima è che per molte persone la famiglia “è in crisi”; per i più pessimisti è addirittura “morta”. In realtà è l’unico soggetto che, di fronte ad un welfare insoddisfacente, si prende cura a 360° dei soggetti più deboli.

La seconda ambiguità è che questo sovraccarico sulla famiglia ha creato alcune distorsioni culturali e sociali. La famiglia, per il fatto di essere il più importante ammortizzatore sociale del Paese, è un “luogo caldo e sicuro” in cui rifugiarsi in ogni momento della propria vita ma rischia anche di diventare una trappola: una trappola per quell’alta percentuale di giovani che continua a vivere in casa dei genitori come in nessun altro paese europeo (la percentuale di chi dichiara “sto bene così, conservo la mia libertà” tra i figli adulti che rimangono a casa è pari al 31,4% a fronte del 40,2% che vi rimane per motivi economici – Indagine Istat multiscopo) e una trappola per tutte quelle donne che, schiacciate da un’occupazione difficile da conciliare con la cura dei propri cari, sono costrette a rinunciare al proprio lavoro (il tasso di occupazione femminile, con il 46,6%, è tra i più bassi d’Europa). 

La terza ambiguità è che la Costituzione italiana contiene ben tre articoli che tutelano e promuovono la famiglia (artt. 29, 30, 31) come soggetto privato e sociale. Eppure la politica l’ha sistematicamente trascurata, fino ad arrivare a rovesciare il principio di sussidiarietà: non è lo Stato che sussidia le famiglie ma sono le famiglie che sussidiano lo Stato attraverso un’onerosa pressione fiscale, pur avendo un welfare lacunoso e incompleto, quando non inesistente. In altri termini, la particolare attenzione dedicata dalla Costituzione alla famiglia stona con l’estrema povertà delle misure messe in campo, sia nella qualità che nella quantità. 

In questo quadro, la famiglia italiana fatica a gestire le trasformazioni economiche e sociali dovuti alla crisi. Dai dati sul Bli (Better life index), un indice elaborato dall’Ocse, costruito su 11 parametri diversi (che comprendono non solo lavoro, abitazione, reddito, ma anche educazione, relazioni sociali, ambiente, sanità, soddisfazione personale, governance, sicurezza, rapporto vita/lavoro) emerge che l’Italia è al 30° posto su 34 Paesi.

Questa classifica mostra con chiarezza che la fatica del vivere quotidiano comincia lentamente a erodere il benessere e la coesione sociale del Belpaese.

Insomma, il superamento della crisi non può più essere considerato possibile solo a partire dalla crescita del Pil, ma deve poggiare su fondamenta nuove i cui principali pilastri siano le buone relazioni, la solidarietà e la fiducia. E’ allora necessario rafforzare il ruolo della famiglia, tessuto connettivo della nostra società e anello di congiunzione tra persona e comunità, riconoscendo una vera e propria cittadinanza familiare che preveda, per un verso, una presa di coscienza collettiva, volta a considerare la famiglia un’istituzione titolare di diritti sociali, politici ed economici specifici; per un altro, una presa di coscienza individuale delle famiglie volta a far loro assumere le proprie responsabilità.

E’ fuori di dubbio che in questo processo diventa fondamentale il rapporto che le famiglie riescono ad istaurare con il territorio, quindi con le reti formali ed informali che lo animano. La famiglia, infatti, riesce a liberare le proprie potenzialità soltanto nel momento in cui supera il suo isolamento. Quanto più le forme di autorganizzazione che provengono dal basso saranno sostenute, tanto più partecipato sarà il percorso di cittadinanza attiva delle famiglie.

Da una parte, occorre quindi difendere strenuamente il concetto di welfare pubblico come equa redistribuzione dei redditi. I fondi sugli standard minimi di protezione sociale devono essere garantiti prima ancora che per la loro funzionalità, per una questione di moralità. Dall’altra, occorre mettere in gioco una “energia alternativa”, ovvero quell’energia dei capitali non finanziari (di cui la famiglia è ben dotata),  per liberare energie vitali che rischiano di essere soffocate dall’affanno quotidiano, ma che possono assumere un’importante funzione  propulsiva.

In questo scenario, bisogna immaginare un welfare che si rivolge alle persone e alle relazioni che sono in grado di attivare; un welfare che sostiene concretamente la domanda di servizi, ma che è anche capace di facilitare la mobilitazione delle risorse che si mettono in rete (istituzioni pubbliche, soggetti della società civile e chiesa) quali ideatori attivi di soluzioni condivise, capaci di generare forme di innovazione sociale che producono benessere individuale, familiare e comunitario.

In altre parole, è ora che la famiglia venga aiutata ad uscire dalle trappole in cui la politica l’ha finora relegata.

Famiglie cadute in trappola
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR