Fap, il 23 gennaio una proposta di legge sulle pensioni contributive

Luca è un operaio di 55 anni che guadagnava circa 830 euro netti al mese fino a quando, a causa di una gravissima malattia, l’Inps riconosce che si trova nell’assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa. Cessa il lavoro, ha 12 anni circa di contributi come lavoratore dipendente e la sua pensione di inabilità è pari a 192,17 mensili.

Nella situazione dell’operaio Luca si trovano già circa 51.000 cittadini. Sono i titolari delle nuove pensioni di invalidità e superstiti liquidate esclusivamente con il sistema contributivo, il loro importo medio è di poco oltre 173 euro mensili, enormemente al di sotto della soglia di povertà.

Ma l’articolo 38 della Costituzione sancisce che «i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria».

Cosa che non si garantisce affatto con l’applicazione senza correttivi della della riforma pensionistica di Dini (legge 335/95).

Per questo la Federazione anziani pensionati Acli, con il supporto del Patronato Acli, ha preparato una proposta di legge per istituire “l’integrazione al minimo vitale per trattamenti pensionistici calcolati esclusivamente con il sistema contributivo” che sarà presentata venerdì mattina 23 gennaio, a Roma, a Palazzo Altieri, in Piazza del Gesù 49, e che mira a far raggiungere un livello di reddito che corrisponde in linea di massima alla soglia di povertà assoluta.

Con questa proposta – afferma Gianni Bottalico, presidente nazionale delle Acli – intendiamo contribuire alla riforma del welfare partendo dal basso, a partire da quelli fanno più difficoltà a far sentire le loro ragioni e i loro diritti”.

Con questa iniziativa la Fap Acli – sostiene il segretario nazionale Serafino Zilio – diamo ascolto e voce ad ogni situazione, facendo proposte non corporative ma globali, che abbiano come obiettivo principale la giustizia sociale e il bene comune”.

La riforma delle pensioni del 1995 (legge 8.8.1995 n. 335), introducendo per le persone con inizio dell’attività lavorativa dal 1996 in poi un sistema di calcolo delle pensioni esclusivamente contributivo, ha realizzato il concetto di trasformazione in pensione del capitale virtuale accumulato durante la vita lavorativa, al fine di garantire l’equilibrio e la sostenibilità del sistema previdenziale. Nel contempo ha abrogato il diritto all’integrazione al trattamento minimo, strumento attraverso il quale veniva garantito ai lavoratori, in presenza di requisiti per il diritto e di condizioni reddituali, un importo minimale del trattamento pensionistico.

A quasi venti anni dall’entrata in vigore della legge di riforma si stanno verificando, e diventano di grande rilevanza sociale, situazioni di emergenza nelle quali, in caso di invalidità, gli importi irrilevanti di pensione maturata mettono in gioco perfino la tutela costituzionale dell’art. 38.

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Fonte UNHCR
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