Profughi: più chiarezza sulle modalità di soccorso

La sentenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia per il respingimento, in acque internazionali non lontano da Lampedusa, il 6 maggio 2009, di una barca con persone, di varie nazionalità, in fuga dalla Libia fa capire, se ce ne fosse ancora bisogno, che non si può essere né superficiali né drastici nel decidere quando si tratta di vite umane.
Il respingimento, deciso dall’allora Governo italiano anche in virtù del famoso Trattato Italia-Libia di Amicizia, Partenariato e Cooperazione (firmato nell’agosto 2008 a Bengasi dal colonnello Gheddafi e dal premier Berlusconi e poi ratificato dal Parlamento), fu contestato da associazioni e organismi umanitari senza però ricevere nemmeno un minimo di attenzione da parte delle Istituzioni.

Da sottolineare che il citato Trattato d’Amicizia Italia-Libia, al di là di principi che vengono enunciati in riferimento anche alle Convenzioni internazionali, “alla legalità internazionale” come ai Diritti dell’uomo, ha destato molteplici perplessità proprio nella parte riguardante la lotta alla migrazione clandestina. Infatti, non si è mai capito e saputo quali fossero le modalità di riammissione dei cosiddetti “clandestini rimpatriati” nello Stato libico soprattutto in ordine alla protezione di costoro e al rispetto della loro libertà oltre che della loro vita.
A livello europeo, varie Istituzioni chiesero di “vederci chiaro”. Ma la storia e il senno del poi ci dicono come è andata a finire.
Già lo stesso Parlamento europeo si era espresso in merito ai respingimenti verso la Libia effettuati dall’Italia nel 2005 e aveva ritenuto che “le espulsioni collettive di migranti verso la Libia, compresa quella del 17 marzo 2005, costituiscano una violazione del principio di non espulsione e che le autorità italiane siano venute meno ai loro obblighi internazionali omettendo di assicurarsi che la vita delle persone espulse non fosse minacciata nel loro paese d’origine”.
In questi respingimenti, l’allora Governo non ha mai voluto che venissero ascoltate le persone che venivano riportate in Libia per valutarne le singole situazioni e quindi applicare gli eventuali diritti di richiesta d’asilo.E fu anche evitato, nei confronti di quei profughi, qualsiasi approccio umanitario che è invece parte prevalente non solo della nostra cultura ma anche e soprattutto nel diritto internazionale sul soccorso in mare che impone l’obbligo del soccorso e dell’assistenza e dello sbarco in luogo sicuro. Sbarco in luogo sicuro che non c’è stato, viste le modalità drammatiche con cui sono stati “accolti” i profughi in Libia.
La sentenza rimette ordine anche nei doveri che uno Stato ha, ancor più se democratico e libero, nell’applicare il diritto internazionale e il rispetto del diritto fondamentale delle persone alla vita.
È sperabile che con questa sentenza della Corte europea possa definitivamente essere fatta chiarezza sulle modalità di soccorso di profughi proibendo categoricamente il loro respingimento tout-court.
*responsabile Immigrazione Patronato Acli 

Profughi: più chiarezza sulle modalità di soccorso
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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