Fuori dalla crisi tutti insieme

Ennesima sfida al progetto sociale europeo. Un “governo democratico della globalizzazione” sembra ormai l’unica soluzione per superare l’impasse in cui l’economia e la comunità internazionale vivono da troppo tempo.

Negli ultimi tre anni in particolare, i sistemi delle relazioni industriali in Europa sono stati sottoposti a profonde tensioni. L’aggravamento della crisi economico-finanziaria a livello globale – e le conseguenti, radicali riduzioni dei bilanci e della spesa pubblica – ha determinato pressoché ovunque il congelamento o la riduzione dei salari, nonché la crescita della disoccupazione e dei fenomeni di impoverimento, mettendo fortemente in discussione i modelli di relazione tra le parti sociali.
In questo scenario, gli interventi di tutela dell’occupazione e la contrattazione tra le parti hanno dato luogo a quella che viene chiamata concession bargaining (che potremmo tradurre con “contrattazione concessiva”): una sorta di scambio o cessione tra diritti acquisiti e salvaguardia dei posti di lavoro.
Si tratta in realtà ‒ come scrive Gian Primo Cella in Dopo Pomigliano (Il Mulino, 5/2010) ‒ di accordi praticati, sotto la minaccia della delocalizzazione, già prima degli inizi della crisi economico-finanziaria del 2008. Basti ricordare due casi famosi: quello della allora Daimler/Chrysler (luglio 2003) firmato di fronte alla possibilità di trasferimento in Sud Africa di buona parte delle lavorazioni effettuate in Germania, e quello (giugno 2004) della Siemens di fronte alla minaccia di delocalizzazione della produzione di telefonia mobile in Ungheria. Entrambi questi accordi, ed altri successivamente, furono sottoscritti da quello che resta tuttora il più potente sindacato industriale del mondo, la Ig Metall. La differenza di fondo con il caso italiano, oltre agli aspetti istituzionali del sistema di relazioni industriali, riguarda il contesto delle relazioni di lavoro nelle imprese. In Germania le prerogative dei comitati d’impresa (Betriebsräte) assicurano ai negoziatori di parte sindacale un bagaglio di informazioni e di conoscenze sui piani d’impresa, che nell’esperienza italiana non è neanche immaginabile….
Il fatto è che la crisi economica mondiale ha dietro di sé almeno un decennio di deregulation dei mercati del lavoro e di privatizzazioni che, pur con effetti diversi soprattutto tra Stati Uniti ed Europa, ha comunque evidenziato la crisi del modello neoliberista, mostrando gli esiti disastrosi della divaricazione strumentale e fittizia tra economia e finanza, lavoro e sicurezza, sviluppo economico e sviluppo sociale, sviluppo economico e democrazia.
Questa situazione ha messo in discussione pressoché tutti i modelli di relazioni industriali che si erano venuti consolidando nel secolo scorso, in particolare rispetto al ruolo di tutela, partecipazione e rappresentanza dei sindacati (anche, per certi aspetti, il modello tedesco, nonostante il carattere partecipativo delle relazioni industriali, sancito sul piano legislativo dalla normativa sulla cogestione).
Il dibattito che si è aperto, nel nostro Paese e in Europa, su queste questioni non ha portato ad un deciso ri-orientamento (o ad un orientamento comune e comunitario) delle politiche economiche e del lavoro, ma ha certamente evidenziato alcune grandi criticità che il progetto sociale europeo – e non solo – si trova oggi a dover affrontare e che riguardano la relazione tra lavoro e democrazia. Soffocate dalla pesantezza “materiale” della crisi, queste evidenze possono apparire secondarie, pur costituendo la base di ogni progetto di sviluppo sociale degno di questo nome, in cui il lavoro – le persone che lavorano – vengano rimesse al centro, tornando con ciò a costituire il perno centrale del processo di crescita.
Mentre centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori adulti vengono espulsi dal mercato, e altrettanti giovani ne rimangono ai margini, rimane importante segnalare che proprio l’indebolimento del mercato del lavoro e l’avvilimento della cultura del lavoro, concorrendo a produrre gli esiti più nefasti della crisi, stanno mettendo alla prova gli stessi modelli democratici. La relazione conflittuale tra capitalismo globale e democrazia nazionale, tra sovranità nazionale ed istituzioni economiche sovranazionali, ne sono i due esempi più noti ed eclatanti, cui si aggiunge – per l’Unione Europea in piena crisi dell’euro – l’imporsi di un modello di integrazione consegnato prevalentemente al mercato e alle sue regole.
La stessa situazione si verifica nel mercato del lavoro e all’interno delle relazioni industriali che, nonostante gli interventi comunitari per rafforzare il dialogo sociale, vedono generalmente ridursi e/o modificarsi ruolo e spazi di negoziazione.
In questo senso, come scrivono molti analisti, le implicazioni degli accordi Fiat di Pomigliano e Mirafiori, pur condizionate da alcune specificità, vanno oltre le particolarità del contesto italiano perché, come sostiene Tiziano Treu, “investono la capacità di tutti i sistemi contrattuali e sindacali, costruiti in contesti nazionali e sostenuti da attori pure nazionali, di funzionare nel contesto dei mercati globalizzati e di reggere le pressioni che tale nuovo contesto esercita sugli attori del sistema, le parti sociali e lo stato nazionale. Non a caso la pressione sui sistemi nazionali di contrattazione collettiva è andata crescendo già prima dell’attuale crisi finanziaria ed economica, in parallelo con l’aprirsi dei mercati globali. Nel contempo si sono moltiplicati i segnali di criticità degli stessi sistemi, a cominciare dalle spinte al decentramento delle strutture contrattuali e dalla rottura dei quadri di regolazione nazionale in molti ordinamenti europei, emblematizzati dai contratti di concessione e dalle clausole in deroga…”.
La spinta, paradossalmente, sembra essere ovunque orientata verso sistemi che privilegiano dimensioni individuali o di parte, piuttosto che verso costruzioni realmente sistemiche, con tensioni e attenzioni prevalentemente collettive. Sono in molti, e da punti di vista diversissimi, a segnalare quanto sia necessario riconsegnare il lavoro al suo valore intrinsecamente collettivo e sociale, sia che si interroghino più in generale i modelli di sviluppo (ad esempio rispetto alla flexicurity) che, nello specifico, le norme di derogabilità dei contratti di lavoro o la centralizzazione delle dinamiche contrattuali.
Anche per queste ragioni, le relazioni industriali sono state annoverate ‒ in alcuni Paesi, tra cui il nostro ‒ tra i sistemi da riformare.
Lungi dal provocare le contestazioni avvenute per altre annunciate riforme, la necessità di ripensare ruoli e spazi di intervento per le parti sociali, nell’ottica comune di superare la crisi anche attraverso politiche di concertazione, non sembra essere stata assunta da tutti gli attori coinvolti, suscitando in alcuni casi comportamenti “centrifughi”, tentativi di fuoruscita non solo da vincoli non più riconosciuti, ma dalla crisi di tutto un sistema.
Come ha affermato Emilio Gabaglio, nel corso di un incontro a tema presso la sede nazionale delle Acli, «è un dato di fatto che i processi di globalizzazione hanno accentuato l’asimmetria tra capitale e lavoro, il primo libero di muoversi su scala internazionale e il secondo necessariamente costretto entro ambiti territoriali limitati. Superare questo squilibrio rinvia alla necessità di realizzare quel “governo democratico” della globalizzazione di cui molto si discute e troppo poco si decide nelle grandi organizzazioni internazionali ma chiama in causa anche l’esigenza di un più forte impegno del movimento sindacale ad operare nella dimensione transnazionale».
In realtà, sembra che il 2011 ci abbia allontanato ancora di più da un orizzonte di questo tipo, paradossalmente confermandone la necessità. Non può passare che per l’Europa il “governo democratico della globalizzazione” e non può realizzarsi se non con il rafforzamento delle istituzioni democratiche nazionali e transnazionali, all’interno delle quali va sostenuta sempre più la dimensione europea dell’iniziativa sindacale.
(da Azione sociale 1/2012) *vicepresidente nazionale Acli – responsabile “Rete mondiale aclista”
 

Fuori dalla crisi tutti insieme
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Fonte UNHCR
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