In tempo di crisi generare cambiamento

Abbiamo tutti la consapevolezza di vivere un momento di svolta nella vita del nostro Paese e, per molti versi, di tutta l’umanità, sempre più unita da rapporti di interdipendenza. Il modello di crescita basato sulla quantità di beni prodotti e accumulati e sulla concentrazione delle risorse, supportato dalla potente ideologia liberista e turbo capitalista, mostra oggi evidenti segni di inaffidabilità e, in alcuni casi, sembra persino prossimo al tracollo. Eppure qualcosa non torna, nel dibattito pubblico come nella riflessione personale: nessuno sembra volersi porre la domanda sulla via di uscita, culturale prima ancora che economica e sociale, dalla crisi.

Si parla di nuove regole per il commercio mondiale – cosa sacrosanta e legittima, naturalmente – oppure di riforme strutturali e di liberalizzazioni – forse utili anch’esse, a patto di chiarirci sui loro reali obiettivi – ma nessuno dice quale dovrebbe essere il nuovo modello di riferimento, l’asse intorno a cui costruire la crescita per gli Stati, le comunità, le singole famiglie. Possiamo uscire dal tunnel dei debiti e della speculazione se continueremo a credere che la nostra felicità dipende dal Pil, dallo spread, dall’Ipad o dall’abito firmato? Probabilmente siamo solo all’avvio di un percorso che non sarà né breve né semplice, ma dobbiamo acquisire la consapevolezza che non si tratta di cambiare solo gli strumenti o le regole, ma gli obiettivi personali e collettivi da raggiungere. Qualcuno ha parlato negli scorsi anni della necessità di una decrescita, cioè della riduzione dell’accumulo dei beni, a tutto vantaggio di una loro maggiore redistribuzione. Il termine è infelice e contraddittorio, in quanto ingenera l’idea di un ritorno indietro, di una privazione di prospettiva, che pure già molti milioni di cittadini provano drammaticamente sulla propria pelle. Forse occorrerebbe tornare a riflettere sulla virtù della temperanza, presente nelle religioni che si rifanno alla Bibbia come nel buddismo, che fa leva su un necessario distacco dell’uomo dai beni materiali affinché possa raggiungere la vera felicità. In termini più laici, ma altrettanto lontani dall’uso comune della nostra società – in Occidente come in Oriente, di questi tempi – potremmo parlare di sobrietà, di un uso dei beni che non ci renda mai schiavi di essi e non pregiudichi la nostra libertà. Tale ricerca personale di un nuovo e più alto equilibrio non nasce solo dall’esigenza di rigenerare la propria vita, convertendola ad uno stile più autenticamente umano. Mostra anche il desiderio di divenire artefici di un nuovo progetto sociale e politico, basato su una diversa condivisione delle responsabilità tanto nella sfera pubblica quanto in quella economica. Non a caso le Acli hanno scelto per il loro XXIV Congresso nazionale il tema “Rigenerare comunità per ricostruire il Paese”: è necessario ripartire dai legami buoni, tra le persone e con il creato, per ridare senso anche alle istituzioni e agli strumenti che nel tempo l’umanità ha generato per regolare le relazioni tra persone e comunità. In particolare – anche alla luce del prezioso insegnamento della Caritas in veritate – noi siamo chiamati a mettere nuova linfa nel sistema economico, oggi piegato su se stesso per la crisi e per la sua incapacità a scorgere una via d’uscita credibile al tunnel in cui si è avventurato. “Civilizzare l’economia” – come afferma papa Benedetto – non ha come obiettivo costruire un sistema economico parallelo all’economia di mercato, quanto piuttosto riportare ogni impresa alla sua dimensione corretta: la crescita dell’intera comunità, attraverso la produzione di beni materiali e di beni relazionali, nel rispetto della sostenibilità sociale e di quella ambientale. Potrebbe apparire un’utopia, anche alla luce dell’attuale situazione economica mondiale, improntata ad un diffuso pessimismo, ma a ben guardare è l’unica strada razionalmente percorribile, se non si vuol negare ciò che è sotto gli occhi di tutti, cioè il fallimento dell’ideologia liberista. Se l’economia è al servizio dell’uomo essa non può che tendere al suo bene e per questo deve garantire che sia tutelata la dignità dei lavoratori – ovvero che sia assicurata sicurezza, giusta retribuzione, stabilità – e contestualmente che si presti attenzione alla salvaguardia dell’ambiente e quindi alla sostenibilità per le future generazioni. È necessario convertire a questi principi tutto il sistema economico, profit e non profit, e contestualmente supportare questo complesso processo con un “nuovo slancio del pensiero”, cioè una spinta ideale che sappia scardinare le precedenti ideologie e radicarsi tra le persone. Per questo il compito di costruire una nuova economia non è limitato ad un gruppo ristretto di persone impegnate come imprenditori o politici, ma a tutti noi cittadini, singolarmente ed uniti in associazioni. Tocca a noi convincerci che un nuovo modello di vita è possibile, che la crescita qualitativa è migliore di quella quantitativa, che le risorse relazionali ci arricchiscono più di quelle materiali e danno senso alla nostra vita. Continuare a chiedere alla politica di darci risposte senza proporre noi stessi un diverso modello su cui improntare scelte sociali ed economiche è inutile e contraddittorio. Al contrario, ripartire dal basso, moltiplicando le iniziative che propongono nuovi stili di vita e nuovi modelli di consumo e di mercato, apre la strada a sperimentazioni capaci di generare cambiamento anche in chiave macroeconomica. Se è vero, infatti, che è quasi impossibile scardinare i meccanismi dell’economia e della finanza internazionali – assai poco democratici e inclini a mettersi in discussione – è vero altrettanto che nessuna ideologia è così potente da non poter essere abbattuta. Il Novecento, che per molti aspetti è stato il secolo padre delle ideologie, ci ha insegnato che i cittadini organizzati possono tener testa ad ogni spinta omologante e totalitaria e dar vita a processi che portano ad autentica libertà. È necessario, però, che non si perda la speranza di poter cambiare.
(da Azione sociale 1/2012) 

In tempo di crisi generare cambiamento
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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