Gesù re che ama il popolo

La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI con l’enciclica Quas prima dell’11 dicembre 1925 per sottolineare, di fronte al laicismo che cresceva nella società, che il principio che orienta la vita degli uomini e della società è solo Cristo. Per questo sono state scelte delle letture che evidenziano questo aspetto del mistero di Gesù Cristo.

Viene qui presentato un brano del processo di Gesù davanti a Pilato, in cui si racconta la difesa di Gesù davanti all’accusa portata dal sinedrio. L’accusa era che Gesù si proclamava re dei Giudei.
Dirsi re dei Giudei era una questione politica, in quanto l’unica autorità riconosciuta in Giudea era quella dei Romani, attraverso il loro procuratore, Pilato. Agli ebrei era consentita un’autonomia che riguardava la vita religiosa e alcuni costumi civili, ma non certamente l’autorità di un re che godesse di autonomia e sovranità.

Pilato apre l’inchiesta interrogando Gesù a riguardo della sua identità di re dei Giudei. Gesù si rivolge a Pilato per verificare la sua buona fede, per vedere se aveva una propria opinione su di lui oppure se dipendeva da quanto gli avevano riportato i membri del sinedrio.

Pilato riconosce che sono stati quelli della sua gente a consegnarlo a lui, per ingraziarsi la sua autorità e mostrarsi così leali nei confronti di Roma, indicando Gesù come un sobillatore politico, uno che aspira alla carica di re e, implicitamente, alla liberazione dei Giudei dal dominio romano.

Alla questione che riguarda il suo agire, Gesù risponde su un altro piano, quello della natura del suo regnare (cfr. Dt 17,14-20). Se Gesù fosse un re come tutti gli altri, i suoi servitori lo avrebbero difeso dall’arresto con le armi in pugno, e per questo afferma con chiarezza che il suo regno non è di questa terra.

Pilato è incuriosito da questa risposta. Ne coglie l’originalità: come può uno essere re, ma non come tutti gli altri re con un territorio da governare e un esercito che lo difende?

Gesù, di fronte all’interesse di Pilato può proseguire nell’illustrazione della sua posizione. Egli afferma la sua regalità, ma non in ordine a un potere temporale, bensì in ordine alla testimonianza della verità. Per l’evangelista Giovanni la verità è il mistero di Dio che salva, l’annuncio del regno che si realizza nella storia sulla croce, dove Gesù muore ed è glorificato. Solo chi accoglie questa verità, che non è di ordine solo razionale, ma di ordine esistenziale, può riconoscere la testimonianza di Gesù e la sua regalità.

Pilato non accoglie questa parola di Gesù e, con il famoso detto: «Che cos’è la verità?» chiude l’interrogatorio e consegna Gesù ai Giudei, pur non riconoscendo in lui la colpa di volersi fare re secondo il mondo, attentando così all’autorità di Roma.

Noi siamo chiamati, invece, ad accogliere la testimonianza di Gesù sulla verità della salvezza e a riconoscerlo come colui che ha autorità sulla storia, proprio perché vi ha dedicato la sua vita in obbedienza alla volontà del Padre, accogliendo il suo Spirito vivificante.

22 novembre 2015 – Festa di Cristo Re – Anno B

Giovanni 18,33b-37

In quel tempo, 33 Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». 34 Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». 35 Pilato disse: «Sono forse io giu­deo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno con­segnato a me. Che cosa hai fatto?».

36 Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

37 Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

 

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