Giovani generazioni al lavoro

Il tema della transizione dei giovani verso il mercato del lavoro rappresenta una delle questioni chiave per lo sviluppo del Paese. Siamo da tempo in presenza di una alterazione patologica della catena generazionale che, senza interventi incisivi di riequilibrio, è destinata a condizionare significativamente i processi di crescita. Storicamente, infatti, le giovani generazioni italiane scontano un lungo processo di transizione verso la vita adulta e professionale, sensibilmente più difficile di quello dei loro coetanei europei. Tale maggiore difficoltà ha assunto, almeno negli ultimi venti anni, caratteri sempre più accentuati, che l’attuale crisi rende ancora più evidenti. Per la verità la questione generazionale è tema di riflessione che accumuna tutti i paesi del vecchio continente e non da oggi.

Già nei primi anni ottanta la Commissione Europea aveva posto al centro delle sue prime esperienze di programmazione per obiettivi il piano d’azione per la transizione dei giovani alla vita adulta e professionale, consapevole, appunto, del fatto che i processi di terziarizzazione e globalizzazione dell’economia (nel cui contesto si colloca anche l’idea di società della conoscenza), la complessa struttura del mercato del lavoro e la domanda di flessibilità crescente, avrebbero reso sempre più difficile e più incerto il processo di transizione, anche in relazione al parallelo innalzamento dei livelli di istruzione, di reddito e di consumo.
Ma mentre nella maggior parte dei paesi europei dalla diagnosi si è progressivamente passati alla cura (seppur omeopatica), nel nostro Paese, pur avendo chiari i caratteri sociali della questione fin dalla metà degli anni Ottanta, il problema non è stato mai affrontato nella sua effettiva dimensione strutturale. Del resto i bassi tassi di natalità, la lunghissima permanenza dei giovani nel nucleo familiare di origine (tra le più lunghe d’Europa), l’elevata disoccupazione giovanile e l’alta percentuale di giovani under 35 senza alcuna copertura previdenziale (ancora più grave nel nuovo sistema contributivo), sembrerebbero confermare non solo la natura strutturale della questione, ma anche la scarsissima attenzione sociale alle politiche generazionali.
In altre parole la questione giovani, in Italia, non è stata affrontata pensando agli effetti che la sempre più difficile transizione sociale e professionale delle giovani generazioni avrebbero avuto su alcuni degli squilibri strutturali del paese (bassa propensione alla maternità, basso livello di occupazione femminile, e precario l’equilibrio previdenziale solo per citare i più rilevanti) ma, al contrario è stata ridotta a semplice strategia di contrasto del “disagio” riducendo i comportanti giovanili a fenomeni di costume. In questo senso la durata e la difficoltà della transizione “al lavoro” non è stata interpretata come sintomo di squilibri patologici ben più rilevanti e l’assenza di strategie tese a ripristinare la fisiologia della catena generazionale ha finito per affidare anche il rapporto con il lavoro alla gestione familiare. Non deve stupire, quindi, che sia principalmente la famiglia a sostenere le diverse fasi della transizione sociale e professionale dei giovani. Anche in Francia è, storicamente, la famiglia il principale regolatore del processo di emancipazione delle giovani generazioni, ma con due sostanziali differenze rispetto al contesto italiano: una maggiore qualità dell’offerta di servizi formativi e di orientamento al lavoro come mostrano i tassi di occupazione e i livelli di medi di istruzione dei giovani ( senza contare che il primo Informagiovani è quello sorto a Parigi alla fine degli anni ‘70) e, soprattutto, una incisiva politica di sostegno alle famiglie come si evince dai tassi di natalità degli ultimi venti anni. La famiglia in Italia non solo sostiene i costi della formazione e di un welfare di base, ma è anche stata il principale soggetto di intermediazione (come indicano tutte le indagini sui canali di ingresso al lavoro, dove amici e parenti costituiscono la principale rete di relazione professionale), operando senza agevolazioni fiscali reali e in assenza di politiche e di servizi capaci di sostenere la transizione dei giovani verso una vita adulta e professionale.
E’, quindi, comprensibile che, in questa fase di crisi, riducendosi drasticamente i risparmi e i consumi delle famiglie, siano emersi i primi segni di cedimento della funzione di sostegno sociale fin ora esercitata, rendendo ancora più incerta e difficile la transizione di centinaia di migliaia di giovani.
L’inerzia consapevole
La sottovalutazione della questione generazionale (e non quindi solo giovanile) non è certo dipesa da un deficit di conoscenza. Vanno ricordati, a questo proposito due testi, rispettivamente dell’86 e dell’87, dedicati alla al tema della transizione dei giovani alla vita adulta e professionale, il dossier Protagonismo e disagio1 del Censis e l’Incerta traiettoria2 curato da Bobba e Nicoli, nei quali, appunto, si cominciava a tracciare quello scenario che avrebbe caratterizzato successivamente la stagione della flessibilità.
Entrambi i testi descrivevano i primi effetti che il processo di avvicinamento alla “società della conoscenza” avrebbe avuto sul mercato del lavoro, soprattutto su quello giovanile, tracciando appunto quei percorsi di transizione incerti, legati ad un percorso piuttosto lungo di avvicinamento al lavoro, con un alternarsi di lavoro e di formazione prima di arrivare ad un’effettiva stabilizzazione professionale. La contrapposizione tra vocazione “protagonista” e disagio nella foto scattata dal Censis o l’accentuazione della natura incerta della traiettoria delle giovani generazioni segnalavano l’esistenza di una nuova questione giovani, di natura più strutturale che valoriale, legata al difficile rapporto tra giovani e lavoro, che impediva al paese di valorizzare pienamente le potenzialità delle giovani generazioni anche in termini di innovazione (capitale intellettuale e nuove competenze professionali) e ai giovani di sfruttare proprio il lavoro come momento formativo centrale e come strumento di emancipazione sociale.
I giovani italiani sono ancora oggi, a distanza di circa vent’anni, al centro del medesimo squilibrio tra opportunità economiche e sociali, stretti tra una mancanza di autonomia personale, una difficoltà occupazionale e uno scarso peso politico nelle scelte del paese. E le ragioni di una sostanziale invarianza, o come ritengono in molti, addirittura di un peggioramento della questione giovani, vanno ricercate in molte direzioni. Certamente incidono i fattori congiunturali: i dati più recenti indicano che è proprio la componente più giovane della popolazione attiva a soffrire maggiormente gli effetti della crisi sull’occupazione. La drastica riduzione dei lavoratori temporanei e i limiti – ormai anacronistici – dei nostri strumenti di “ammortizzazione sociale”, che escludono gran parte del lavoro non standard, hanno, infatti, finito per penalizzare proprio le giovani generazioni, dove si concentrano, appunto, la maggiore flessibilità dei rapporti di lavoro, i minori livelli di copertura assicurativa e previdenziale e i livelli salariali più bassi.
Ma non v’è dubbio che gran parte delle vistose alterazioni della catena generazionale, che fanno del nostro paese un vero e proprio caso europeo, dipendano da un deficit di politiche, da un’assenza di servizi, dalla scarsissima valorizzazione delle risorse destinate alle politiche formative e per il lavoro, aggravate da una sostanziale derubricazione del criterio meritocratico come fattore selettivo primario, trasformando il principio costituzionale di valorizzazione dei capaci e meritevoli benché privi di mezzi come un semplice esercizio retorico. Ed è da qui che pare necessario ripartire per ridurre gli effetti congiunturali e operare, in senso anticiclico, per ridare senso alla catena generazionale, puntando senza esitazioni su misure che favoriscano l’accesso la lavoro e la valorizzazione professionale delle giovani generazioni.
Lavorare tutti, lavorare meglio
Se si abbandonano gli esercizi retorici, è facile comprendere che l’impresa non è facile. L’Italia non è un paese per giovani e la realtà demografica e quella previdenziale sono lì a ricordarcelo. La fuga dei “cervelli”, (che non è sempre un male) è solo una delle tante immagini dello speco del capitale umano giovanile. Per questo riportare al centro il rapporto tra i giovani e il lavoro è difficile. Da anni ormai il mercato fonda il proprio equilibrio su una flessibilità “a buon mercato” garantita proprio dalle giovani generazioni. Per questa ragione, prima di entrare nel merito della individuazione delle possibili strategie di intervento, appare opportuno chiarire cosa si intenda per transizione al lavoro, richiamando il tema del ricambio generazionale della forza lavoro occupata.
Come ricorda Centra3, il processo di sostituzione della componente più anziana della forza lavoro, con l’ingresso nell’occupazione di individui giovani usciti dal sistema scolastico e formativo, ha conseguenze rilevanti sia sul sistema produttivo che sul tessuto socioeconomico e, in termini dinamici, genera effetti rilevabili sia nel breve che nel lungo periodo.
Come è ormai noto, la maggiore produzione di capitale umano qualificato è una condizione necessaria ma non sufficiente a garantire lo sviluppo economico di un paese. Affinché le risorse umane in uscita dai sistemi formativi generino un aumento della produttività, dell’innovazione e della ricchezza prodotta è necessario che il capitale umano si traduca in capitale intellettuale, definito da Stewart4 come tutto quel materiale – sapere, informazione, proprietà intellettuale, esperienza – che può essere messo a frutto per creare ricchezza, e ciò è possibile solo se ad entrare nel sistema produttivo è capitale umano qualificato. Ovviamente la componente più scolarizzata della popolazione è quella giovanile ma, come è noto, l’Italia è tra i grandi paesi europei quello che di meno assorbe capitale umano qualificato. Nel nostro paese la domanda di lavoro è storicamente “povera”, nel senso che ancora oggi più della metà delle assunzioni previste dalle imprese è riservata a profili professionali per i quali sono richiesti livelli minimi di istruzione o di qualificazione, mentre la quota di assunzioni riservate ai laureati oscilla, negli ultimi tredici anni, tra il 7 e il 9%. Per i giovani laureati le opportunità disponibili sono ancora minori, a causa di quell’inevitabile intasamento dei percorsi di inserimento professionale.
La natura molecolare del nostro sistema produttivo, la debolezza strutturale del terziario avanzato e la scarsa domanda di lavoro del Mezzogiorno (dove invece la produzione di laureati è molto rilevante) sono all’origine di questa bassa capacità di assorbimento del capitale umano qualificato, che, per l’appunto, non si trasforma in capitale intellettuale. Certo, come sottolinea sistematicamente Banca d’Italia, la domanda di lavoro nel corso degli ultimi dieci anni si è notevolmente qualificata, con un aumento estremamente significativo della domanda di laureati. Ma tale crescita va considerata in relazione a quella dei grandi paesi europei. In Germania le nuove assunzioni sono per più di un terzo riservate a profili per i quali viene richiesto un livello di formazione universitario e post universitario e proporzioni analoghe si registrano in Francia e nel Regno Unito5.
Ma la povertà relativa della domanda è sufficiente a spiegare il difficilissimo processo di transizione dei giovani verso il lavoro? Solo in parte. Le difficoltà incontrate dai giovani laureati potrebbero, infatti, essere legate ad una formazione superiore inadeguata. Ma se così fosse, proprio considerando i naturali processi di sostituzione, il sistema produttivo dovrebbe, comunque, manifestare una domanda di lavoro riservata alle giovani generazioni, magari puntando sulla componente meno qualificata. Ma l’andamento tendenziale dei tassi di occupazione e disoccupazione giovanile, indica una sostanziale refrattarietà da parte del sistema produttivo ad assorbile forza lavoro giovane.
Nell’arco degli ultimi tre decenni il rapporto tra giovani e lavoro ha vissuto vicende alterne, legate alle diverse fasi storiche che l’economia nazionale ha attraversato. Negli anni Settanta, nel corso della profonda fase di ristrutturazione industriale a seguito della crisi del ‘73-‘74, è stata praticata dalle imprese una robusta espulsione di manodopera non compensata da ingressi di forza lavoro giovanile, con il risultato di rallentare, se non interrompere, il processo di turnover. Ciò ha portato ad un deciso incremento dell’età media della forza-lavoro e l’inizio di una fase particolarmente critica per l’ingresso dei giovani nell’occupazione. Gli anni successivi sono stati caratterizzati da una fase di transizione, che ha visto l’avvio di una serie di negoziati tra le parti sociali, aventi tra i temi principali il costo del lavoro e la dinamica inflattiva, dando l’avvio ad un insieme di riforme orientate, tra l’altro, a diminuire il costo del lavoro e a favorire l’accesso dei giovani nell’occupazione. Alla metà degli anni Ottanta l’introduzione del contratto di formazione e lavoro6 e di ulteriori provvedimenti sull’abbattimento del costo del lavoro danno l’avvio ad lunga fase di ristrutturazione del sistema produttivo, caratterizzata sia da una decisa terziarizzazione dell’intera economia, che dall’introduzione di nuove tecnologie, finanche nei settori più tradizionali del tessuto produttivo. In questo periodo si avvia un processo di sostituzione di personale in età avanzata, tramite incentivi e prepensionamenti, con giovani in possesso di livelli di istruzione medio-alti, in grado di favorire e di governare la nuova fase evolutiva del sistema produttivo, coincisa con il periodo di forte espansione dell’economia italiana. La composizione per età della forza lavoro subisce in questo periodo una trasformazione profonda: negli anni compresi tra il 1985 e il 1989, parallelamente alla crescita sostenuta del prodotto interno lordo, il tasso di occupazione complessivo subisce una flessione pari a circa 1 punto percentuale, mentre la quota di giovani occupati sulla popolazione tra 15 e 25 anni si stabilizza, fino a crescere dello 0,5% negli ultimi anni del periodo. L’età media degli occupati, che aveva subito un incremento consistente nel periodo compreso tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, manifesta un’inversione di tendenza, che si protrarrà fino alla fine del decennio.
Gli anni Novanta, con la grave crisi dell’economia, (che nel ‘93 farà registrare una variazione negativa del PIL) segnano di nuovo un netto peggioramento del rapporto tra giovani generazioni e lavoro. La recessione segna una drastica riduzione del tasso di occupazione giovanile, che dal del 33-35% degli anni Ottanta, raggiunge nel 1996 il 27,7% quota intorno alla quale l’indicatore continuerà ad oscillare fino al 2004 ed è questo il periodo di maggiore aumento dell’età media della forza lavoro, che continuerà a crescere fino ad oggi .
A partire dal 2006, si registra una situazione inedita: il tasso di occupazione dei giovanile, che nel frattempo ha raggiunto quota 25%, comincia a ridursi insieme a quello di disoccupazione, stigmatizzando un fenomeno di forre scoraggiamento che spinge quote rilevanti della forza lavoro giovanile a rinunciare a cercare lavoro attivamente, prolungando gli studi o scegliendo l’ inattività. . Ma quel che tale fenomeno tanto singolare quanto preoccupante è il fatto che si manifesta in una delle fasi di maggiore fase di maggiore crescita dell’occupazione.
Tale tendenza proseguirà per tutto i 2007 e solo alla fine del 2008, in concomitanza con il manifestarsi della crisi il tasso di disoccupazione giovanile riprenderà a crescere raggiungendo, nel secondo trimestre 2009 il 24%, a fronte di un tasso di occupazione al 21%, minimo storico, che segna la fase più buia del rapporto tra giovani e lavoro.
Il quadro fin qui descritto ci restituisce, dunque, tre importanti spunti di riflessione in merito ai processi di transizione:

la componente giovanile è quella più esposta agli effetti delle crisi congiunturali. I fenomeni registrati in concomitanza con le crisi economica degli anni Settanta, Novanta e anche di quella attuale, mostrano come siano proprio i giovani la componete generazionale che paga il prezzo più alto;

il processo di transizione al lavoro diviene via via sempre più difficile e si manifesta da tempo un preoccupante effetto scoraggiamento che allontana ulteriormente i giovani dal lavoro, ritardando inevitabilmente il processo di emancipazione personale e sociale;

i fenomeni di scoraggiamento e i processi di espulsione dal mercato del lavoro (con la drastica riduzione delle forme contrattuali temporanee e parasubordinate) si registrano soprattutto tra le categorie più deboli e soprattutto nel mezzogiorno dove il disagio raggiunge livelli spesso insostenibili.

Attribuire, quindi, all’attuale congiuntura la responsabilità di un peggioramento della transizione, è fuorviante poiché, come si è cercato di evidenziare, le ragioni vanno ricercate nelle contraddizioni storiche del nostro modello di sviluppo, che la crisi economica più recente ha solo contribuito ad amplificare. Del resto i giovani, quale componente flessibile del mercato, hanno potuto beneficiare solo in minima parte delle misure a difesa dell’occupazione varate dal governo. Va ricordato, infatti, che il 58% dei contratti a tempo determinato sono ricoperti da giovani al di sotto dei 35 anni e tra i lavoratori con contratto a progetto la quota è di poco inferiore al cinquanta per cento. Complessivamente, quindi, su dieci lavoratori non standard (incluse le partite IVA e gli occasionali) quattro sono sotto i trent’anni e solo un giovane occupato su quattro è coperto da ammortizzatori sociali.
Per avere un’idea della gravità della situazione è opportuno richiamare alcuni dati assoluti relativi all’universo del non lavoro, spesso dimenticato. I giovani inoccupati nel 2008 erano circa 238 mila tra i 15 e i 24 anni e 176 mila tra i 25 e i 34, per un totale di 414 mila persone. Nella prima fascia d’età (15-24 anni) il 52% sono maschi, mentre nella fascia d’età successiva (25-34 anni) prevalgono le donne (58%), a causa delle maggiori difficoltà che queste incontrano nella ricerca del lavoro. Un esercito di giovani che non ha mai lavorato e che almeno in un prossimo futuro è destinato ad allontanarsi ulteriormente dal lavoro. Secondo l’Istat7, a tre anni dalla laurea specialistica (i cosiddetti corsi lunghi) il 26% dei laureati, non ha mai visto una azienda e non ha mai sperimentato una esperienza di lavoro. È francamente difficile immaginare che un quarto dei laureati, per pigrizia o scarso senso del sacrificio rinunci a mettersi in gioco, rifiutando di affrontare difficili tappe della transizione. La realtà è ben diversa e i fattori culturali appaiono del tutto ininfluenti. Laddove li si volessero considerare sarebbe necessario volgere lo sguardo alle fasce giovanili più marginali dove si concentrano ormai fenomeni di vera e proprio deprivazione culturale. Una recente elaborazione condotta dall’OCSE segnala in Italia la crescita rilevante del numero di giovani tra i 15 e i 24 con basso livello di istruzione che non lavora e non partecipa a nessuna attività formativa. Erano 174 mila nel 2008 a fronte dei 26 mila del 2000. Una crescita che non si è registrata in nessun altro paese europeo. Si tratta di una platea nettamente definita, sia socialmente che territorialmente. Sono giovani con al più il titolo dell’obbligo, spesso vittime di fenomeni di analfabetismo di ritorno, residenti quasi esclusivamente nelle cinture metropolitane delle grandi aree urbane meridionali (154 mila) e fortemente localizzati in Campania (71 mila) e Sicilia (42mila).
Si tratta di giovani che vivono ai margini del sistema sociale e che, seppure decidessero di cercare un lavoro, troverebbero, anche per le basse qualifiche, una feroce concorrenza della componente immigrata, aspetto questo, che spiega non solo lo scoraggiamento ma anche i fenomeni, recenti, di razzismo in aree ad alto degrado urbano. Sebbene il cluster sia circoscritto, si tratta di una vera e propria emergenza nazionale. Il rischio che lo scoraggiamento alimenti la devianza e la criminalità è elevatissimo e non c’è bisogno di aver letto Gomorra per comprendere quale sia il costo collettivo di questo rischio. Anche in questo caso è necessario rinunciare alla retorica intervenendo con programmi d’azione e misure incisive (per le famiglie e i ragazzi), soprattutto nei contesti più svantaggiati, investendo risorse che per quanto ingenti non sarebbero nemmeno paragonabili ai costi sociali prodotti da un aumento della criminalità organizzata.
La percezione della distanza
I dati illustrati mostrano inequivocabilmente come il rapporto con il lavoro sia il centro della questione giovanile. Ma come viene percepito tale rapporto dai giovani stessi? Quale immagine del lavoro viene elaborata dalle giovani generazioni? L’indagine periodica condotta dalla Commissione Europea e giunta alla sua decima edizione, Young Europeans 2007 – che rileva le opinioni e i comportamenti su alcuni temi sociali, tra cui il lavoro, su un campione rappresentativo per paese di giovani tra i 15 e i 30 anni – fornisce, a tale proposito, una serie di interessanti risposte.
Mediamente la mancanza di opportunità di lavoro viene indicata da circa un terzo dei giovani europei come il maggiore ostacolo al proprio sviluppo professionale mentre un giovane su cinque dichiara di non avere alcun problema a trovare un’occupazione.
In Italia la percezione è decisamente più pessimistica: la mancanza di opportunità di lavoro è considerata un ostacolo alla propria emancipazione dal 45% dei giovani, e un ulteriore 18% indica come principale ostacolo la carenza di esperienze professionali. La differenza di atteggiamento verso il mercato del lavoro è quindi evidente e si caratterizza non solo per una visione più pessimistica rispetto a quella dei coetanei europei, ma anche per maggior timore di essere inadeguati professionalmente ad affrontare la transizione. Un disagio che emerge anche considerando le effettive prospettive di emancipazione dalla famiglia. Mediamente la quota di giovani europei (su 15 paesi) che segnala l’impossibilità di vivere per conto proprio è pari a circa il 40%, una proporzione decisamente elevata, che comunque si caratterizza per una significativa differenziazione territoriale. Nel Regno Unito sono, infatti, il 38%, in Francia il 30%, in Danimarca il 31% e in Olanda il 28% circa. In Italia la percezione di una forzata dipendenza dalla famiglia à invece segnalata dal 50% degli intervistati, palesando quindi un grado di sfiducia assai maggiore di quanto riscontrato in altri paesi rispetto all’effettiva possibilità di emancipazione dalla famiglia.

Quali politiche?
L’indagine della Commissione8 fornisce anche un interessante confronto sulle opportunità offerte ai giovani per favorire i processi di emancipazione e in questo caso l’Italia si colloca all’ultimo posto della graduatoria UE, con una percentuale di giovani che riceve un social benefit (0,2%) o una borsa di studio (1,5%) bassissima. La media europea (EU15) è pari al 12%, quota enormemente maggiore di quella registrata in Italia, giustificando il maggior pessimismo nei confronti del proprio futuro sociale e professionale.
L’assenza di strumenti e di politiche che favoriscano i processi di transizione dei giovani agisce da volano del disagio. In questo vuoto di strumenti, interventi e investimenti è, quindi, del tutto comprensibile che le paure per il futuro o la sensazione di incertezza si scarichino principalmente sul futuro professionale, ampliando a dismisura la percezione della precarietà, pur essendo la quota di lavoratori flessibili in Italia in linea con le medie europee. Il problema dei giovani italiani, quindi, non è la flessibilità ma il non lavoro.
La scelta, sostenuta dai paesi che hanno introdotto modelli di flexsecurity (ma anche da quelli che tradizionalmente hanno un welfare migliore del nostro), di tutelare i cittadini proprio nelle fasi di non lavoro e di lasciare al mercato i necessari margini di flessibilità ha contributo a rendere più agevole il processo di transizione dei giovani, rendendoli meno fragili, socialmente e culturalmente, di fronte ai fenomeni di crisi congiunturale. L’ottimismo delle giovani generazioni e la loro capacità di progettare il futuro rappresentano infatti le principali leve su cui agire per generare processi di sviluppo e di crescita dopo i periodi di crisi.
L’obiettivo delle politiche generazionali, quindi, non è quello di garantire la stabilità ma di favorire l’accesso al lavoro, sostenendo le diverse fasi di transizione fino alla piena stabilizzazione professionale. Le politiche generazionali, nel contesto dei paesi che puntano su modelli di workfare, non hanno il compito di ridurre la flessibilità in ingresso ma, al contrario, di ridurre con incentivi, servizi e politiche attive le fasi di non lavoro.
In Italia, dove il lavoro standard è molto più costoso dei contratti flessibili e dove mancano quasi completamente, servizi di intermediazione e strumenti di sostegno delle giovani generazioni nell’ nelle fasi di non lavoro i margini di manovra per invertire l’ attuale tendenza sono minimi.
Va detto, comunque, che proprio negli ultimi mesi il tema sta ritornando al centro anche del dibattito istituzionale. Benché le misure anticrisi varate dal governo (Legge 2/09 e l’Accordo Stato Regioni) abbiano investito ingenti riforme sugli ammortizzatori in deroga, ossia su misure di scarsa efficacia sui processi di transizione iniziale (anche se l’estensione degli ammortizzatori per l’apprendistato e le misure una tantum per i collaboratori a progetto rappresentano indubbiamente una novità) il tema generazionale è stato posto al centro di un importante processo di ridefinizione delle politiche per il lavoro.
Una prima serie di interessanti spunti di riflessione sono stati avanzati dal Libro Bianco sul futuro del modello sociale9 nel quale il tema del rapporto tra giovani e lavoro è stato più volte indicato come un ambito prioritario di intervento, sottolineando, per altro, l’esigenza di fare dell’ambiente produttivo un ambito di formazione prioritario. C’è nell’enunciazione di questo obbiettivo un evidente riferimento alla transizione che nasce dalla consapevolezza che la distanza tra giovani e lavoro sia ormai divenuta patologica. Il richiamo alla valorizzazione dell’apprendistato, dei contratti di inserimento o più in generale delle work experiences indicano un primo importante ambito di sperimentazione di politiche generazionali. E a questo proposito appare altrettanto rilevante richiamare anche i risultati della Commissione Ministeriale sul Futuro della Formazione, presieduta da De Rita, che, nell’indicare le leve su cui agire per rendere effettivo un nuovo rapporto tra formazione e lavoro ha richiamato l’attenzione su tre importanti ambiti di intervento sollecitando le diverse istituzioni competenti a:

Adeguare la formazione alla prospettiva della crescita della persona e agli obiettivi di coesione sociale e di competitività economica per finalizzarla alla occupabilità. Ciò implica un dialogo sostanziale tra formazione e lavoro, che riconosca l’importanza anche delle occasioni non-formali e informali dell’apprendimento e validi gli esiti ad esse relativi. Tale dialogo è finalizzato a:

migliorare la rispondenza degli interventi per l’inserimento lavorativo dei giovani e dei disoccupati o lavoratori in mobilità agli effettivi fabbisogni dello sviluppo settoriale e territoriale (riequilibrio domanda-offerta di lavoro);
innalzare la soglia della qualificazione professionale e dotare il paese di risorse tecnico- professionali di livello medio-alto, fortemente rispondenti alle prospettive di sviluppo del sistema produttivo;
riconsiderare il processo di apprendimento, e cioè di acquisizione di competenze, come componente “chiave” delle politiche attive del lavoro sia ordinariamente sia in periodi di emergenza occupazionale. A ciò dovrebbe seguire la riduzione dei deficit di competenze che derivano dalla dispersione scolastica e formativa e dovrebbe ampliare la partecipazione dei giovani alle opportunità offerte dal sistema della formatizione iniziale e continua, rafforzandone il collegamento con il lavoro e con la cultura del lavoro.

Ridare centralità alla dimensione educativa e culturale del lavoro e riconoscere l’impresa come sede privilegiata per lo sviluppo delle professionalità, nella prospettiva dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. Di conseguenza, l’“aula” smette di essere la condizione per realizzare una efficace offerta formativa. Premessa, questa, che sostiene i percorsi formativi in alternanza, come l’apprendistato, nelle sue tre tipologie, i tirocini e gli stage aziendali. In particolare, l’apprendistato va rilanciato come lo strumento-chiave per coinvolgere i giovani in attività lavorative, aventi di per sé una forte valenza educativa e formativa. L’obiettivo rimane quello di sostanziare i percorsi di qualificazione, agevolare l’inserimento lavorativo dei giovani, mantenere ampia la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare dei soggetti più a rischio di esclusione, accrescere la professionalità e prevenire l’obsolescenza delle competenze dei lavoratori. In questo quadro, le imprese sono chiamate a responsabilizzarsi come soggetti formatori, sia individuando delle figure di tutor, che possano accompagnare i ragazzi nel loro processo di apprendimento, sia nella messa a punto di tecniche per l’implementazione di strumenti per anticipare e prevedere i fabbisogni professionali.

Porre maggiore attenzione agli esiti dei processi di apprendimento più che ai suoi input.Ciò richiede un’importante azione di valutazione delle competenze acquisite dai lavoratori. La prospettiva è quella di una sostanziale progettazione dell’offerta formativa, che, superando la forma, miri alla valorizzazione del capitale umano nei percorsi formativi e professionali, sempre più dinamici e diversificati. Il passaggio necessita il cambiamento di prospettiva da una diffusa corsualità, standardizzata e ben rendicontata, alla promozione di processi diversi, ma di pari dignità, per l’acquisizione delle competenze, quanto più coerenti con le aspirazioni e i bisogni della persona, e in linea con le esigenze del mercato del lavoro.

Si tratta di linee guida che, pur non considerando l’ottica generazionale, forniscono le direttrici per lo sviluppo di misure specifiche, tese appunto a favorire il processo di transizione verso il lavoro.
Il programma che più direttamente affronta il tema del sostegno alla transizione, e che recupera tutti i temi avanzati dalla Commissione De Rita, è quello relativo ad Italia 2020, Piano di azione per l’occupabilità dei giovani attraverso l’integrazione tra apprendimento e lavoro, varato congiuntamente dal Ministero del Lavoro e da quello dell’Istruzione. I due dicasteri, infatti, punteranno nei prossimi anni, in accordo con le Regioni e le Parti Sociali a:

costruire una rete organica di servizi di orientamento, all’interno dei quali gli operatori pubblici e privati cooperino in modo sistematico per collegare domanda e offerta di lavoro;

sostenere le scuole, le università e le agenzie formative nello sviluppo di servizi di orientamento e placement, nonché di stages e tirocini anche nella fase di acquisizione dei titoli di studio (in applicazione dei dispositivi per l’alternanza scuola lavoro, ad esempio) assumendo anche l’efficacia occupazionale come indicatore di valutazione della qualità delle istituzioni formative;

promuovere e incentivare su vasta scala l’istituto dell’apprendistato professionalizzante come strumento di inserimento rapido al lavoro per i giovani diplomati e laureati;

premiare il merito, offrendo, ad esempio, la possibilità ai giovani meritevoli di fare esperienze di qualità all’estero attraverso incentivi e borse di studio e lavoro;

stimolare la promozione di nuove imprese da parte dei giovani, favorendo l’accesso al credito con la riassicurazione di una parte dei rischi;

promuovere tirocini presso le imprese con un bonus premiale per la loro trasformazione in posti di lavoro;

consentire ai giovani di fare esperienze di lavoro, anche occasionali, durante i percorsi scolastici, specie universitari, senza oneri fiscali e con versamenti contributivi agevolati, valorizzando ad esempio i dispositivi che introducono il lavoro accessorio, (previsti dalla legge 30/2003 e applicati su vasta scala in Francia) anche per garantire un efficace contrasto del lavoro nero;

garantire lo sviluppo di un’adeguata rete di servizi per il lavoro anche attraverso la cooperazione tra servizi pubblici e agenzie private;

valorizzare a pieno i modelli di intervento di welfare to work per l’integrazione di politiche attive e passive verso i giovani lavoratori svantaggiati.

Si tratta ovviamente di proposte non ancora tradotte in misure operative e che senza una nuova regolamentazione del costo del lavoro, che renda maggiormente conveniente alle imprese il lavoro standard, difficilmente potrà essere possibile ripristinare percorsi di transizione normali. Così come va sottolineata l’esigenza di ampliare i sostegni al reddito per i lavoratori a termine e per i collaboratori, proprio per favorire l’emancipazione sociale, oltre che quella professionale (dalla casa, all’accesso al credito, ai servizi alla persona). Tuttavia non v’è dubbio sul fatto che la crisi abbia riproposto in tutta la sua gravità la questione generazionale, assegnandole anche una certa priorità sociale. Ma si tratta di vedere se dalle indicazioni di massima si potrà passare a programmi e a misure efficaci la cui realizzazione comporta investimenti notevoli ma soprattutto competenze operative.
In un recente documento della Cei10 sul Mezzogiorno si sottolinea l’inadeguatezza delle classi dirigenti nel dare risposte concrete ai problemi quotidiani delle famiglie e dei cittadini. Si tratta di un monito alla politica e alle istituzioni per riprendere con rinnovato senso di responsabilità e di solidarietà il percorso dello sviluppo delle aree più penalizzate del paese. La problematica del lavoro, così come è stata affrontata dalla Caritas in Veritate11 – dove il tema della centralità della persona e quello della transizione delle giovani generazioni sono stati affrontati in modo magistralmente congiunto – necessita di un’azione consapevole e responsabile soprattutto nelle aree più penalizzate del Paese, ma tale azione, per tradursi in un miglioramento effettivo della qualità della vita, ha bisogno di classi dirigenti all’altezza della sfida.
Ed è forse questo il punto di maggiore criticità. Per dare consistenza alle proposte avanzate è necessario valorizzare a pieno tutte le risorse disponibili, garantire un dialogo e una cooperazione effettiva tra i diversi livelli istituzionali, definendo non solo alcuni macro obbiettivi condivisibili ma traducendoli in comportamenti di governo e programmi efficaci, e non è detto che il Paese disponga di quella competenze tecniche e di quella intelligenza gestionale per affrontare incisivamente i problemi. È la storia degli ultimi vent’anni che ormai segna un certo pessimismo visto che, al di là degli sforzi intellettuali, il conto per ora, è sempre trasferito alle generazioni future.
 
(l’articolo è tratto da Formazione&Lavoro, n. 1/2010. L’autore è responsabile dell’area Studi e ricerche di Italia Lavoro spa )


Note

Protagonismo e Disagio, in “Note e commenti” 1986, Fondazione Censis.
Dario Nicoli, Luigi Bobba, a cura di: L’Incerta Traiettoria. Rapporto sui giovani 1987. Franco Angeli 1987.
M. Centra – I fattori di criticità dei giovani nel Mercato del Lavoro: il contesto dell’ultimo decennio in “Nuove generazioni al lavoro” a cura di L Batistoni, M. Sorcioni M. Centra – Italia Lavoro 2006.
Thomas A. Stewart, Il capitale intellettuale, Ponte alle Grazie 1997.
Maurizio Sorcioni, La domanda di lavoro e gli sbocchi professionali dei laureati. Italia Lavoro 2001.
Legge 19 dicembre 1984, n. 863.
Indagine sugli sbocchi professionali dei laureati del 2004 a tre anni dalla laurea. ISTAT 2009.
Indagine Commissione Europea, “Young Europeans 2007”.
Libro Bianco sul futuro del modello sociale – Ministero del Lavoro della salute e delle politiche sociali 2009.
Conferenza Episcopale Italiana – “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno”, Febbraio 2010.
Sommo Pontefice Benedetto XVI Lettera enciclica Caritas in Veritate 2009.

 

Giovani generazioni al lavoro
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR