Giovani, nuovi lavori, eguali diritti

Rispetto all’incontro di questa sera vorrei proporvi una riflessione attorno a quattro punti:
1) I giovani al lavoro: dalla flessibilità alla disoccupazione.2) Il disorientamento dei giovani.3) Le previsioni sui lavori per il futuro.4) Le proposte delle Acli per uguali diritti.1) Lavoro: poco spazio ai giovaniNel mercato del lavoro italiano non è da oggi che il tasso di occupazione giovanile è basso. Il percorso di inserimento nel mondo della produzione nel nostro paese è stato sempre lungo e anche abbastanza tortuoso.Perciò se si quando parliamo di giovani e lavoro dovremmo avere il coraggio di avere uno sguardo che fissa lontano, perché stiamo parlando di un problema strutturale, che non dipende da una congiuntura economica.

Sicuramente dobbiamo anche essere chiari, nei riguardi dell’attuale generazione stiamo toccando livelli mai raggiunti prima. Nel 2010 abbiamo raggiunto un tasso di disoccupazione giovanile del 29,2%. Significa che un giovane su tre in Italia non trova posto nel mercato del lavoro.Dal 1997 ad oggi noi abbiamo avviato un processo di flessibilizzazione dei mercati del lavoro soprattutto per favorire l’inserimento lavorativo dei giovani, almeno così si pensava.Se si vuole essere credibili di fronte ai giovani rispetto al lavoro, dato che in questo Paese qualche verifica, a volte, bisognerebbe avere il coraggio di farla, occorre ammettere che il periodo di inserimento lavorativo si sta dilatando a tempo indeterminato e la flessibilità si sta traducendo in vulnerabilità sociale.Dall’ultimo rapporto del Cnel, che considero estremamente interessante, possiamo leggere che «per una giovane persona attiva nel mercato del lavoro italiano, il rischio di essere disoccupata è il triplo rispetto a quello sperimentato dalle forze di lavoro più mature».I ricercatori spiegano che per una quota di giovani tra i 15 e i 24 anni oggi è meno facile di qualche anno fa passare da un’occupazione temporanea ad una fissa, mentre «nell’ultimo periodo è sostanzialmente aumentata l‘uscita verso la disoccupazione e l’inattività: ovvero, se in passato era più probabile per un giovane a cui scadeva un contratto a tempo determinato essere assunto con contratti permanenti, attualmente questa situazione si è capovolta, dato che è molto più probabile alla scadenza passare tra i non occupati».In questa situazione il mercato del lavoro finisce per respingere i giovani. La precarietà finisce per aggiungersi alle vulnerabilità che i giovani hanno per loro costituzione: la mancanza di competenze ed esperienze lavorative, che sono l’incapacità di ricerca di un impiego e la mancanza di risorse economiche sa utilizzare nella ricerca.Quel che sembra è che l’introduzione della flessibilità contrattuale finora invece che favorire una maggiore mobilità e contaminazione, tra esperienze professionali e aziendali diverse, ha solamente ampliato la sfavorevole condizione di partenza dei giovani.Per ora in Italia la flessibilità non è sostenibile. Mette solamente i giovani in una condizione di strutturalmente instabile. Questo li espone più degli altri alle intemperie delle stagioni economiche.Senza protezioni nei periodi di disoccupazione. Senza spesso possibilità di vedere come è possibile andare avanti.Di questo dobbiamo tener conto se vogliamo un futuro per questo Paese.2) Il disorientamento dei giovaniC’è un altro elemento che terrei presente per riflettere sul tema giovani e lavoro. Nel nostro paese c’è un grande disorientamento delle nuove generazioni. Da una parte lo sottolinea il triste primato italiano di abbandono scolastico prima del diploma di scuola secondaria superiore. Raggiungiamo il 19,2%. Siamo il primo paese in Europa.Mi chiedo se la Riforma Gelmini abbia minimamente preso in considerazione questo dato. La riforma scolastica non può essere soltanto intesa come un esempio di ristrutturazione aziendale applicata alla Pubblica Amministrazione. Se vogliamo giovani capaci di affrontare il mondo del lavoro abbiamo il dovere di investire su di loro. Vorrei qui accogliere l’appello del Presidente Napolitano che, rivolgendosi ai ragazzi del Giffoni film Festival, ha detto: «Servono più risorse per la scuola ma anche più qualità in termini di attività formative e impegno a produrre buoni risultati».Il segnale di disorientamento è evidente anche dall’apparizione dei neet, (un acronimo che sta per not in education, employment or training) ovvero quelli che non studiano, non lavorano e neanche cercano lavoro: sono il 21,2% dei giovani tra i 15 ed i 29 anni, circa 2 milioni. Più di un giovane su quattro. Guardate che non sono solo quelli che stanno a bagnomaria tra il salotto di casa, la playstation e lo shopping. Dietro quel numero c’è il lavoro sommerso, c’è lo scoraggiamento nella ricerca di un lavoro, c’è il rifugio nella famiglia d’origine. L’unico ammortizzatore sociale certo per i giovani in Italia.Vi chiederei di fare la somma tra il 29% di disoccupati e il 21% di Neet…Ma in una crisi di sistema come quella italiana ci possiamo permettere tanto spreco?3) Le previsioni sui lavori per il futuroVorrei passare ora ad affrontare il tema dei nuovi lavori. Ci concentriamo spesso sulle nuove forme contrattuali. Mi piacerebbe con voi sottolineare, invece, quali prospettive di lavoro ci sono per i giovani nel nostro mercato del lavoro, prima di avanzare delle proposte per uguali diritti. Secondo alcune previsioni (Cedefop) la nostra struttura produttiva si evolve verso una polarizzazione. «Nell’intero decennio 2010-2020 l’incremento totale dell’occupazione italiana risulterebbe secondo le previsioni di circa 500 mila occupati. La creazione di posti di lavoro sarà tra le categorie a maggiore contenuto professionale, e soprattutto in quella delle professioni tecniche, e in quella opposta dei lavori non qualificati. Cade invece il numero di impiegati e operai specializzati». Si aggiunga che entro il 2020 andranno in pensione circa 8 milioni di persone, quasi 800 mila all’anno: una parte di essi andrà sostituita. Si apre anche la possibilità di un ricambio generazionale.Da questi dati si vede che un po’ di spazio per nuovi lavoratori c’è anche in una situazione critica come quella italiana.Il problema, da una parte, è il mismatch (la discordanza) tra domanda e offerta. Nella misura in cui si richiede la disponibilità a svolgere mestieri che con frequenza vengono rifiutati dai lavoratori italiani, da cui deriva anche l’incremento della manodopera straniera.Dall’altra parte è la qualificazione o riqualificazione professionale. In un periodo di forti cambiamenti c’è bisogno di lavoratori capaci di “trasformarsi”. E su questo punto sarebbe importante vedere qualcuno che in Italia iniziasse ad investire in modo strutturale sulla formazione. Ci sono alcune professioni che vengono richieste. Anche nel periodo peggiore della crisi, il 2009, Unioncamere denunciava una difficoltà di reperimento di alcune figure: infermieri, fisioterapisti, progettisti elettronici, programmatori informatici…Dalle previsioni sui lavori per il futuro vorrei denunciare un’assenza, che per me è assolutamente grave. Non manca per negligenza degli studiosi, manca per assenza di progettualità politica, di visione di insieme.In Italia non c’è traccia di pensiero sull’innovazione. Manca la capacità di costruire una visione che investa su alcuni settori in grado poi di creare nuovo sviluppo. Penso alla green economy: dall’agricoltura biologica alle risorse energetiche alternative: il Portogallo tra pochi anni avrà una rete nazionale energetica retta al 60% da fonti rinnovabili, e noi?Dalla cronaca scopriamo che sull’eolico ci investono la criminalità organizzata o i nuovi furbetti.Penso, infine, agli interventi strutturali che farebbero del Mezzogiorno d’Italia una delle mete turistiche più ambite al mondo. Ci sarebbero dei margini di crescita enormi. Quello che invece rileviamo è che mentre noi affrontiamo un periodo di crisi economica, rimane assente un Ministro incaricato da più di 4 mesi. Non possiamo andare avanti così.4) Le proposte delle Acli per uguali dirittiPer venire incontro alle difficoltà dei giovani occorre anche offrire un quadro di diritti chiaro che garantisca pari opportunità di accesso ad un lavoro dignitoso per tutti. Su questo punto sarei intransigente, molti giovani spesso rifiutano dei lavori perché non sono dignitosi.L’idea di una progressione dei diritti proporzionale all’anzianità professionale può essere accettata, se il nucleo dei diritti essenziali rimangono uguali per tutti.Un lavoro dignitoso ruota su quattro parametri, secondo l’ILO:

essere dignitosamente retribuito;
favorire la crescita piuttosto che il consumo delle capacità di una persona;
svolgersi in condizioni accettabili di ambiente, tempo e luogo;
apparire nel tempo, a chi lo svolge, ragionevolmente stabile.

Su questi non si può retrocedere, che significa ad esempio che la sicurezza sul lavoro le norme previste dal Testo Unico sulla Sicurezza non sono un lusso, come qualcuno ha sostenuto questa estate.Le condizioni per un lavoro dignitoso purtroppo non vengono rispettate, ce lo dobbiamo dire, quando ci sono contratti precari. Mi vengono in mente le condizioni in cui si trovano i tanti giovani operatori di call center, ad esempio. Mi vengono in mente le condizioni in cui sono chiamate a lavorare molte collaboratrici familiari … e non vengono rispettate nemmeno quando 3 operai muoiono per pulire una cisterna.Se un nucleo di diritti diventa riconosciuto e garantito a tutti, allora, si può discutere sul resto. Mi sembrano interessanti da questo punto di vista le proposte di Ichino o di Boeri, in modo da favorire finalmente una flessibilità che sia sostenibile per la vita delle persone e non una trappola senza via di uscita.Per questo siamo convinti, innanzitutto, che vadano creati adeguati strumenti di protezione e sostegno al reddito, che sono già presenti in altri paesi europei.Come Acli abbiamo portato avanti per tutto l’anno una petizione popolare sul lavoro, dove sostenevamo alcune proposte per favorire l’inserimento lavorativo dei giovani, la loro formazione e una pensione dignitosa: a) Uguali diritti: un’unica disciplina dei contratti di lavoro

Introdurre il contratto prevalente a tempo indeterminato per i lavoratori subordinati neoassunti. Tale contratto prevede la risoluzione del rapporto di lavoro motivata da esigenze economiche etecnico-organizzative entro i primi 5 anni di anzianità aziendale con il pagamento di una indennitàcrescente con l’anzianità di lavoro maturata, che verrà conferita al lavoratore tramite un appositofondo di sicurezza sociale istituito dalle aziende e gestito dagli Enti Bilaterali, fermo restando ildivieto di licenziamento senza giusta causa e giustificato motivo. Dal sesto anno di anzianitàaziendale qualsiasi licenziamento nelle aziende con oltre 15 dipendenti sarà sottoposto alladisciplina dell’art. 18 della legge 300/1970.

Adottare un’unica aliquota contributiva per i lavoratori dipendenti e per i parasubordinati pari al30% (l’attuale è al 33% per i lavoratori subordinati e al 25,70% per i parasubordinati).
Incentivare le politiche attive finalizzandole ad un più rapido inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, anche potenziando il contratto di apprendistato e snellendone le procedure.

b) Uguali tutele: riforma degli ammortizzatori sociali

Estendere il trattamento di Cassa Integrazione Guadagni e i contratti di solidarietà a tutti i settoriproduttivi e a tutte le tipologie contrattuali in caso di ristrutturazione o crisi aziendale, prevedendoche le risorse di tale misura derivino in parte dall’assicurazione obbligatoria e in parte da fondi di origine contrattuale e gestiti dagli enti bilaterali.

In caso di perdita del lavoro estendere l’indennità di disoccupazione a tutti i lavoratori che abbiano maturato 12 mesi di lavoro, introducendo l’obbligo alla partecipazione attiva a percorsi di reinserimento e riqualificazione.

Riorganizzare i servizi per il lavoro affinché siano in grado, attraverso un sistema informativo efficace e integrato, di garantire, in collaborazione con le parti sociali e gli enti di formazione professionale e le agenzie per il lavoro, percorsi personalizzati di inserimento lavorativo che riducano i tempi di disoccupazione.

c) Diritto alla formazione permanente

Riconoscere il diritto alla formazione permanente di ogni lavoratore, dando attenzione specifica ai lavori parasubordinati, certificando le competenze acquisite nei percorsi frequentati all’interno dell’impresa.

Rendere esigibile il diritto alla formazione professionale permanente ad ogni cittadino introducendo la detraibilità fiscale dei costi sostenuti. E’ da prevedere la gradualità nell’applicazione di tale norma.

Introdurre il diritto ad un’aspettativa non retribuita sino a 12 mesi per frequentare attività formative certificate

d) Riforma del sistema pensionistico

Riformare il sistema pensionistico al fine di garantire pensioni più dignitose fondandolo su più pilastri introducendo: una pensione di base, a carico della fiscalità generale; una pensione contributiva (che si aggiungerebbe a quella di base) erogata con almeno 5 anni di contribuzione; una pensione complementare basata sull’adesione volontaria a fondi pensione collettivi o individuali. A riguardo va incoraggiato il ricorso alla pensione complementare attraverso un ulteriore sgravio fiscale e incentivando la crescita di una cultura previdenziale soprattutto fra le giovani generazioni, anche attraverso la realizzazione di un piano nazionale di alfabetizzazione finanziaria.

(Taranto, 17 settembre 2010 – Festa nazionale del lavoro del Pd)

Giovani, nuovi lavori, eguali diritti
close-modal
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR