Giustizia e pace si baceranno. Sintesi dell’Incontro di studi delle Acli

Con il 48° Incontro di Studi intitolato “Giustizia e pace si baceranno” si chiude un ciclo triennale di Incontri. Come ha sottolineato il presidente nazionale Gianni Bottalico: «nel loro settantesimo anniversario le riflessioni sulla riduzione delle disuguaglianze, sulla giustizia e sulla pace ci aiutano ad attrezzare le Acli ad affrontare il futuro perché continui a essere all’altezza della loro storia»

Nel 2013 si era partiti con “Abitare la Storia” per offrire un contributo alla riflessione sull’attuale identità delle Acli, chiamate a rispondere ai bisogni delle persone nel presente, per evitare i rischi di raccontare la gloria del passato o di rimanere imprigionati in un’azione sociale datata e arrugginita e, quindi, poco efficace. Nel 2014 siamo andati al centro delle nostre fedeltà con “Il lavoro non è finito”, in modo da poter rilanciare la tradizione di un impegno costante dentro le dinamiche nuove che chiedono la presenza di soggetti sociali capaci di connettere l’economia reale dei territori e delle comunità con le potenzialità delle innovazioni tecnologiche e dei flussi globali, per immaginare uno sviluppo in armonia con la crescita di una buona occupazione e con la custodia del creato.

L’incontro di studi si è svolto tra giovedì 17 settembre e sabato 19 settembre 2015 presso il Teatro Petrarca di Arezzo. Hanno partecipato 476 persone, di cui 400 da 83 province, 11 delegazioni regionali e 4 Paesi europei (Francia, Svizzera, Olanda e Regno Unito); sono intervenuti 21 relatori provenienti dalle università, dalla società civile, dal mondo ecclesiale, bancario, imprenditoriale, politico e della comunicazione.

Nel 2015 il tema ha riguardato la giustizia sociale e le sue implicazioni per una società democratica. Come ha sottolineato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel saluto inviato in occasione dell’apertura dell’Incontro: «Il tema è decisivo nel passaggio epocale che stiamo vivendo. Grandi e veloci cambiamenti indotti dalla globalizzazione dei mercati stanno mettendo in discussione i vecchi equilibri e pongono domande assai impegnative alle istituzioni, alle forze sociali, alla cultura. Inedite e straordinarie opportunità di crescita sono offerte ai cittadini. Ma accanto ad esse si manifestano squilibri, ingiustizie pericoli e ne sono drammatica testimonianza le guerre, le povertà vecchie e nuove, le migrazioni dalla fame e dal terrore, lo sfruttamento suicida del territorio e dell’ambiente».

Ci siamo interrogati sulla crescita delle disuguaglianze, cercando di evitare il semplicistico ricorso alla “società degli uguali”, mentre abbiamo voluto evidenziare l’importanza della differenza, perché ognuno possa esprimere le sue potenzialità in una comunità accogliente affinché giustizia e pace si bacino. La peculiarità di individualità differenti mostrano un’unità possibile nell’eterogeneità, come ha illustrato la docente di critica d’arte Cinzia Zanetti, quando ha descritto “The sunflower seeds” l’opera del cinese Ai Wai Wei che attraverso la riproduzione a mano di milioni di semi di girasole in porcellana ha comunicato il rapporto tra singolo e moltitudine.

Proponiamo in quattro punti una sintesi dell’Incontro nazionale che è possibile scaricare anche nel documento allegato e accedere a una videosintesi degli interventi:

Criticità della disuguaglianza

Il respiro dello spirito

La potenzialità della comunità

Giustizia e pace si baceranno

 

1. Criticità della disuguaglianza

Disuguaglianza e ingiustizia diventano un metro per misurare la salute della nostra società, dello stile di convivenza che stiamo costruendo. La descrizione dello stato dell’arte, durante la prima giornata dei lavori, ci ha indicato le forti criticità di un’Italia che dimentica la relazione esistente tra crescita, disuguaglianza e povertà. Ha osservato lo storico dell’economia Giovanni Vecchi: la povertà varia per due ragioni, se c’è una forte crescita o se c’è una crescita debole. Nel primo caso il numero dei poveri diminuisce, nel secondo aumenta. Nel nostro Paese il periodo di crisi ha generato maggiore povertà; questo significa che è aumentata la disuguaglianza perché si è verificata una concentrazione delle ricchezze. Vecchi ha argomentato il fatto che il nostro Paese, per la prima volta nei suoi 150 anni di vita, abbia visto l’aumento delle distanze tra i ricchi e tutte le altre fasce della popolazione: i poveri e la classe media.

Il rapporto tra crescita, povertà e disuguaglianze è stato ribadito dall’economista Maurizio Franzini, il quale ha sottolineato che l’incapacità di stabilire un confine tra disuguaglianze accettabili e disuguaglianze inaccettabili diventa un’ipocrisia: «siamo in una situazione dove la povertà cresce e il lavoro non preserva dai rischi di deprivazione. È possibile che alcuni lavori valgano 100 o mille volte di più di altri?». Verifichiamo inoltre che in Italia le disuguaglianze sono ereditarie. L’economista ha proposto tre criteri per definire una disuguaglianza inaccettabile: l’enorme e ingiustificata differenza di redditi da lavoro; la paralisi della mobilità sociale che si verifica quando si confonde il merito con i rapporti di parentela o amicali; l’incapacità di un’economia di produrre effetti positivi come la crescita, il benessere sociale o una migliore qualità della vita.

Per leggere le disuguaglianze, padre Francesco Occhetta sj ha sottolineato l’importanza di applicare un discernimento capace di andare oltre la teoria per cogliere una dimensione affettiva. La prospettiva cambia quando la povertà s’incarna e non rimane astratta. Questo significa vedere i cittadini più deboli che s’indebitano, se vogliono mantenere i propri livelli di consumo; significa vivere solo nel presente (è una povertà esistenziale); significa osservare che ci sono persone insoddisfatte della loro condizione e pertanto disposte a scommettere sul gioco d’azzardo. Oggi quello che più manca all’Italia, secondo il padre gesuita, è la capacità di trovare una direzione. Per questo diventano centrali il recupero di un senso di laicità costruttiva e dialogante e l’impegno per l’elaborazione di una proposta di un nuovo umanesimo che possa conciliare l’impatto tecnologico, le scoperte della genetica e la dignità della vita e delle persone.

Il sociologo Tommaso Vitale ha collocato la situazione italiana nel contesto europeo, per evidenziarne alcune specificità: anche se aumentano le disuguaglianze nel livello di vita all’interno dei Paesi europei e tra i diversi Paesi, quello che emerge – sottolinea Vitale – è l’incapacità strategica dell’Italia nelle politiche sociali, che finiscono per bloccare il Paese. Una spesa sociale fondata sulle pensioni finisce per soffocare qualsiasi intervento per le fasce deboli, in particolare i giovani e le donne. Il welfare del futuro – per Vitale – continuerà a far leva sulle risorse economiche, culturali e cognitive. Proprio per questo esso necessita di investire sull’educazione dell’infanzia e dei bambini, che è una questione assente dal dibattito pubblico italiano.

Nella seconda giornata la statistica Cristina Freguja ha sottolineato i processi strutturali che in questo periodo attraversano l’Italia: ne emerge una maggiore esposizione allo stato di deprivazione; la riduzione del numero delle persone occupate e la perdita di peso del reddito da lavoro nell’ambito del reddito familiare; la crisi demografica che porta al calo della fecondità, allo spopolamento del Sud e al problema della cura degli anziani, specialmente nel Mezzogiorno; la disuguaglianza di genere, che colloca il lavoro femminile nelle posizioni a bassa qualifica professionale.

Completa il quadro Francesco Petrelli che, di fronte allo scenario internazionale, richiama il ruolo della politica per la lotta contro la povertà. Le disuguaglianze minacciano la società, sono causa indiretta di guerre, conflitti e insicurezza. Riportando i dati di una ricerca Oxfam, Petrelli evidenzia tre dimensioni che la politica dovrebbe affrontare: il tema del riequilibrio salariale sia all’interno dei Paesi sia tra i diversi Paesi del mondo; la questione retributiva e fiscale per aumentare gli investimenti pubblici derivanti dalle tasse; l’investimento in istruzione e salute, per dotare i Paesi di forme di protezione sociale che producono reddito (cosiddetto) virtuale.

Secondo un altro sociologo, Franco Cassano, una società democratica ha bisogno di valorizzare il merito e quindi di riconoscere una soglia di differenza tra i cittadini. Allo stesso tempo una società deve assicurare una ecologia delle relazioni per tenere unite le disuguaglianze senza ampliare le distanze. Una buona democrazia prende sul serio l’uguaglianza delle opportunità, in modo da garantire che non ci sia un’area del Paese dove si parte con 200 metri di handicap rispetto ad altre. Invece le nostre periferie non sono soltanto luochi che rimangono indietro, ma sono serbatoi dove i centri di potere prendono le risorse. Così le periferie diventano luoghi ancora più impoveriti.

2. Il respiro dello spirito

Di fronte alle sfide così gravi l’invito a non arrendersi arriva dalla speranza cristiana. Con l’aiuto della biblista suor Giovanna Cheli abbiamo meditato sul Salmo 85, che descrive un Dio in cammino verso l’uomo al quale non è chiesto di tornare indietro verso il paradiso perduto, ma di andare avanti verso la Gerusalemme nuova. La giustizia e la pace che si baciano diventano il racconto di una visione richiesta dal salmista perché il popolo di Dio abbia forza di intraprendere un viaggio che costruisce la pace attraverso la misericordia ricevuta, per aprire il cuore alla giustizia.

Il vescovo Riccardo Fontana ha ricordato l’importanza di associazioni che diano coraggio alla gente e invitato a ripensare il ruolo della mediazione culturale delle Acli attraverso il suo radicamento territoriale. Serve una formazione che alimenti ogni cittadino con i tre doni simbolici che il Padre misericordioso consegna al figlio prodigo: l’anello che segna la libertà dell’uomo; i calzari che invitano a guardare avanti e a non pensare agli sbagli del passato; le vesti belle che mostrano la dignità della persona.

3. La potenzialità della comunità

Nel convegno sono stati individuati due luoghi comunitari per l’azione: la rete territoriale e l’Unione europea. Dopo un confronto in diverse aree tematiche per valorizzare l’impegno dell’azione sociale delle Acli per ridurre la disuguaglianza attraverso una partecipazione che rende liberi, il venerdì pomeriggio è stata presentata una tavola rotonda con esponenti del mondo dell’impresa, delle banche, dell’amministrazione territoriale, del Terzo settore.

I partecipanti hanno mostrato come costruire solidarietà significhi unire tutti i soggetti di una comunità per valorizzare un approccio sussidiario volto alla promozione delle persone. La solidarietà si esprime nella cura e nell’accompagnamento di ognuno in percorsi di inserimento sociale, professionale, umano relazionale. S’individuano ruoli diversi dentro questo contesto; c’è la politica (Rita Visini) che diventa promozione di buone pratiche, contrasto alle inefficienze e attenzione alle periferie che rischiano di essere abbandonate; c’è il credito (Alessandro Azzi) che promuove un’idea di reciprocità attraverso forme mutualistiche per la creazione di bene comune e si accorge del bisogno di costruire reti per sopravvivere all’omologazione delle norme globalizzanti, senza perdere la capacità di offrire ossigeno finanziario all’economia delle comunità; c’è l’impresa (Umberto Costamagna) che prova a impostare relazioni che riconoscono le persone come tali e non solo come prestatori di opera; ci sono poi le organizzazioni della società civile (Francesco Marsico e Giorgio Sbrissa) che hanno un compito di promuovere la partecipazione e di responsabilizzare le istituzioni verso i bisogni dei cittadini.

Una seconda tavola rotonda sottolinea un altro piano potenziale per la riduzione delle disuguaglianze e per animare la democrazia: l’Europa. Due testimoni privilegiati come David Sassoli e Antonio Tajani, impegnati nel Parlamento europeo, indicano le debolezze di un’Unione incompleta, incompresa dai cittadini tentati da populismi e privi di manifestazioni di solidarietà verso il destino di altri Paesi membri come è accaduto con le questioni legate alla crisi Greca; paralizzata dai governi nazionali occupati più a mantenere la stabilità interna e custodire gli andamenti dell’economia, piuttosto che ampliare un orizzonte. Allora di fronte a grandi questioni che iniziano a coinvolgere il vecchio continente, come l’immigrazione o i conflitti in Medio Oriente, non si riesce a trovare un’azione condivisa e chiara.

4. Giustizia e pace si baceranno

Piero Pisarra conclude gli interventi culturali dell’Incontro di studi per allargare l’orizzonte e connettere le questioni globali con le disuguaglianze locali e l’impegno per ridurle. Non possiamo distogliere lo sguardo sulle continue guerre che attraversano il mondo e la nostra storia, sulla corsa agli armamenti che non si pone limiti. Le sofferenze dei profughi ci richiamano alle nostre responsabilità. La nostra umanità chiede di non abituarci alle immagini di dolore che quotidianamente trasmettono i media. Non possiamo diventare insensibili. Le contraddizioni nei Paesi da cui provengono i tanti immigrati ci mostrano che tra l‘ingiustizia e la guerra non esiste un rapporto automatico di causa ed effetto. Nell’ingiustizia si radicano l’insicurezza e la paura, che generano conflittualità. Pisarra osserva che la crisi globale è la costatazione del fallimento del paradigma neoliberista: i benefici della logica del profitto, estesa a ogni criterio di giudizio, non sono superiori ai danni generati. Oggi paghiamo le conseguenze di una politica ridotta ad ancella del mercato. La stessa voglia di pace è soffocata dai distinguo della realpolitik. Giustizia e pace si baceranno è un’immagine utopica di cui non dobbiamo aver paura, ma che abbiamo il compito di testimoniare a partire dalla nostra ispirazione cristiana. La Pira avvisava: «il politico che tiene gli occhi fissi sulla superficie non vede cosa avviene nel profondo».

Il nostro tempo ci imprigiona in piccole utopie che mirano alla soddisfazione dei desideri per alimentare i consumi, tendiamo a sbarazzarci delle grandi utopie. Ma Paolo VI ricordava che “La storia alla fine si arrende all’utopia”. Senza coltivare sane utopie demoliamo l’entusiasmo e fermiamo la storia. La vita cristiana è nella congiunzione di cose che sembrano opposte inconciliabili, nella debolezza della fede in ricerca, non nell’ontologia forte che in passato ha costruito, accanto alle cattedrali, le prigioni. La speranza cristiana è figlia della debolezza del risorto; come suggeriva Emanuel Mounier siamo testimoni di un tragico ottimismo. La nostra speranza è un ossimoro. Pisarra evidenzia che l’Apocalisse ci insegna che Gerusalemme e Babilonia sono intrecciate come il grano e la zizzania. Siamo chiamati a vivere in entrambe, ma abbiamo il compito di mantenere la speranza del cristiano che rivela la presenza di Dio nella storia.

La chiusura dei lavori ha visto la partecipazione della Ministro Maria Elena Boschi, che ha mostrato l’attenzione del Governo italiano verso le Acli e ha ribadito il sostegno all’iniziativa del Reddito di inclusione sociali, di cui le Acli sono promotrici.

Giustizia e pace si baceranno. Sintesi dell’Incontro di studi delle Acli
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
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