Gli dobbiamo molto

Negli ultimi mesi il servo di Gesù Padre Pio Parisi ha vissuto in modo sereno e consapevole il suo transito alla pienezza della vita: ora sarà “nella casa di Dio lungo tutto il migrare dei giorni” (Sal 23). Dobbiamo gioire per questo.

Senza pensare, però, che gli ultimi mesi siano stati facili per Pio. E non solo per la malattia in sé. La sua era una spiritualità nutrita da una grande e tenace fedeltà a Dio e agli uomini. Pio è e resta fratello e padre di molti. Lo si è visto al suo funerale, così intenso e partecipato, nella cappella dell’università di Roma.
Vista con gli occhi del mondo la sua vita quotidiana era molto umile e povera. Era invece molto, molto ricca se vista con gli occhi di una minorità consapevole. Ricca di preghiera, di relazioni, di discernimento personale e comunitario. E ricca di affetti: di amicizie profonde e tenaci, di preghiera condivisa. Non penso sia stato facile, per Pio, prendere commiato da tutto questo. Anche se aveva sentito giungere il suo tempo e, in quel suo modo schivo e quasi timido, aveva trovato il modo di comunicarcelo.

Pio mi mancherà. Mi mancherà molto. Da Pio ho ricevuto molto e molto ho imparato. Anche se non tutto quello che avrei potuto, a causa dei miei limiti. La nostra è stata una lunga amicizia spirituale e, per questo, profondamente umana. In questa città che assomiglia ancora troppo a Babilonia e poco alla Gerusalemme che invochiamo, sento più bisogno che mai di quell’amicizia, di quella preghiera, di quel consiglio…
Sì, questa amicizia mi ha cambiato la vita. E non ebbe un inizio facile, scontato. L’ho incontrato e ascoltato per la prima volta nel 1975 a Rocca di Papa, in un corso di formazione delle Acli. Dopo la crisi del 1971 e il mio allontanamento dall’incarico di capo ufficio formazione della Presidenza nazionale, conservavo una forte diffidenza nei confronti dei preti in qualche modo collegati alla Cei. Stavo vivendo l’esperienza di quel cristianesimo che aveva scelto di vivere con radicalità il rapporto tra fede e politica. Era il tempo in cui eravamo stati spinti a leggere i segni dei tempi; e a considerare i movimenti di liberazione come luogo teologico in cui immergersi per riconoscervi gli anticipi del Regno e lì fare la nostra parte di uomini e di cristiani. E questo ci aveva portati a tensioni crescenti con l’istituzione ecclesiastica e nelle stesse Acli.
L’impostazione di Pio mi apparve molto diversa: partiva da Dio, dalla Parola, in modo che a me sembrò allora troppo deduttivo, poco incarnato nella storia… E invece era semplicemente ben ancorato alle radici essenziali della fede cristiana. Quel gesuita mi si rivelò come uomo fortemente appassionato della condizione e del destino di tutti gli uomini, a cominciare dai più piccoli, poveri, emarginati. E questa passione era nutrita e dilatata proprio dal suo tenere lo sguardo fisso in quel Dio che, per amore delle sue creature, aveva inviato suo Figlio ad immolarsi e a risorgere nel Mistero Pasquale. Fu un vero fraintendimento, il mio. E mi ci volle del tempo per capirlo.
Non posso certo ricostruire qui l’insieme del cammino che, in varie stagioni, ho condiviso con Pio. È giusto, invece, che io ricordi quanto a padre Parisi debbono le Acli. Lo dico con sobrietà ma con profonda convinzione: come si sa tra le Acli e i vescovi ci sono state, per oltre un ventennio, forti incomprensioni. Se alla fine furono superate, lo si deve al cammino corale che le donne e gli uomini dell’associazione seppero fare. E non poco lo si deve a padre Pio.
Il suo non è stato il classico ruolo di mediazione o, peggio, di verifica arcigna, nel rapporto tra Acli e Cei svolto in passato da alcuni assistenti ecclesiastici. Nulla era più lontano dal modo in cui intendeva il suo ministero. Pio non si è mai pensato come inviato di un potere ecclesiastico che vuole ristabilire la presa perduta su una porzione organizzata di fedeli laici. Da noi venne per sua scelta e spinto dalla sua forte vocazione sociale. Venne come un presbitero cui stava a cuore, sopra ogni cosa, il servizio spirituale alla vita cristiana delle donne e degli uomini che abitavano l’associazione ed erano impegnati nella società.
Quel servizio ha sempre avuto al centro il fuoco vivo della fede cristiana: il Mistero Pasquale, la Parola di Dio, la com-passione con i piccoli e i sofferenti, il discernimento spirituale comunitario…
Per questo alla fine fu amato da molti di noi. Ma per questo andò anche incontro a molte incomprensioni: nella gerarchia ecclesiastica e nelle stesse Acli. E ci fu, sull’uno e sull’altro versante, chi tentò di allontanarlo molto prima di quanto poi è avvenuto.
Per capire quanto non pacifica fu la sua vicenda, soprattutto nel corso degli anni ’90, basta rileggere la lettera a mons. Antonelli (allora segretario della Cei) con la quale padre Parisi, nel maggio del 1999, prese commiato dal suo incarico presso la nostra associazione e la Pastorale sociale e del lavoro.
Eppure la Chiesa deve molto a Pio. Il suo ministero incessante ed esigente, aiutò molti di noi a maturare nella fede sotto un duplice segno: una spiritualità quotidianamente nutrita e una laicità consapevole e impegnata.
Padre Pio Parisi non si propose mai come un leader carismatico che pretende di sostituirsi al protagonismo dei laici. Ci indicò sempre il clericalismo come uno dei peccati gravi da contrastare: in noi stessi, prima di tutto. E aiutò molti di noi a vivere in modo più autentico ed essenziale la fede, a stare in modo più adulto nella Chiesa.
Oggi si ripetono le espressioni di rammarico per l’assenza di laici adulti nella fede e in grado di assumersi le proprie responsabilità nell’impegno politico. Pio, forse, era un po’ in anticipo sui tempi. E forse per questo il suo servizio prezioso non fu da tutti riconosciuto. Eppure continuò ad esercitarlo con grande tenacia: per molti di noi fu la goccia stillante che alla fine scava la roccia più dura, la più dura cervice.
Il 1° maggio del 1995, Giovanni Paolo II, nella sua allocuzione in Piazza San Pietro, ci disse che “solo il vangelo fa nuove le Acli”. Molti, anche tra coloro che avevano nutrito dubbi sul ministero di Pio, applaudirono. Ma noi tutti avremmo potuto rispondere con semplicità: lo sappiamo; padre Pio Parisi ce lo ripete da molto tempo. Noi aclisti, però, facciamo ancora fatica a mettere in pratica questa semplice verità. E anche molti vescovi.
Pio Parisi ci spinse – in particolar modo nel ciclo dei convegni di Urbino su “Convertirsi al Vangelo. Vie nuove per la politica” – a tenere insieme il discernimento spirituale sul mondo e sulla storia con quello riferito alla nostra esperienza associativa. Solo così, diceva, potevamo ridurre le distanze che la separavano da un’accettabile fedeltà al Vangelo. Solo così potevamo evitare che la tensione tra fede e concretezza dell’impegno – in sé ineliminabile – finisse col rendere le Acli prigioniere dei meccanismi perversi e delle strutture di peccato che dominano nel mondo (così le aveva definite Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis). Meccanismi e strutture che invece l’associazione, per vocazione e per storia, aveva il compito di contrastare e superare.
Molti reagirono in modo negativo a questa radicalità evangelica. Noi, dicevano, siamo un’associazione di impegno sociale, non un movimento ecclesiale. Seguire questa via vorrebbe dire rendere meno competitiva l’associazione nell’agone sociale e politico, meno capace di promuovere i suoi progetti e i suoi corposi interessi. Un realismo di buon senso, in apparenza. Ma che rischiava di lasciarci prigionieri delle logiche ingiuste e spesso aberranti di una dinamica sociale e politica in crescente difficoltà.
Nonostante questi dubbi, un notevole passo avanti sembrò compiuto, dopo un impegnativo percorso di “rigenerazione”, con il nuovo patto associativo solennemente sottoscritto, nella primavera del 1996, da tutti i delegati al congresso di Napoli.
Quanto di quel “nuovo inizio” siamo poi riusciti a portare a compimento? Pio ha sofferto per questo. E le Acli ne portano la loro parte di responsabilità. Certamente la porto io che in quel tempo ero il presidente nazionale dell’associazione. È giusto riconoscerlo in questo momento, mentre salutiamo il passaggio a nuova vita di un uomo di Dio che fino all’ultimo ha avuto le Acli nel cuore.
Il cammino che lui ci ha proposto era senz’altro controcorrente. Si stava inaugurando, allora, la stagione che avrebbe visto la cattolicità italiana spinta ad un nuovo protagonismo (insieme a padre Parisi partecipai allora al convegno ecclesiale di Palermo, dal quale partì l’impulso). Quel protagonismo fu teso ad affermare il cristianesimo come religione civile e la stessa Chiesa come forza culturale, sociale, e perfino politica.
Se vediamo però cosa ne è derivato ai cattolici e alla Chiesa, costretta oggi a riconoscere e contrastare le logiche di peccato che feriscono il suo stesso corpo, possiamo forse ammettere che quel cammino di radicalità evangelica era senz’altro scomodo (non lo è forse sempre, il Vangelo, per chi ama le logiche del mondo?) ma era anche profetico.
C’è, qui, un nodo non sciolto che coinvolge l’insieme dell’azione dei cristiani nella storia: puoi animare “le cose del mondo secondo Dio” se ti metti davvero alla sequela del Crocifisso Risorto. Se comprendi che l’efficacia della tua azione non dipende dalla potenza organizzativa, culturale, politica che riesci a mettere in campo ma dipende dalla Sua potenza. Dipende quindi dal tuo renderti disponibile a farti raggiungere dalla Sua grazia. E allora sì, sarai in grado di testimoniare con efficacia, per quel che ti è dato, l’amore nella storia. E questo non ti farà potente tra i potenti ma piccolo tra i piccoli: perché di essi è il Regno dei cieli.
Sì, Pio mi manca e mi mancherà. Resta intensa, però, e viva la sua testimonianza. E resta la possibilità di continuare ad attingere al suo insegnamento. Ciascuno potrà tenere vivo il dialogo con lui nel proprio cuore; oppure nella comunità fraterna che attorno a lui si è radunata negli anni. E chiunque lo vorrà potrà attingere alla memoria di quanti gli sono stati più vicini. Cominciando dai più “piccoli” che lo hanno circondato di affetto e di cura fino all’ultimo.
C’è poi il nutrito deposito dei suoi scritti e dei testi del discernimento comunitario da lui animato. Le fonti non mancano: libri, sussidi e riviste delle Acli e, soprattutto, il sito dell’Associazione Maurizio Polverari che da diversi anni mette on line i testi delle letture della Parola e del discernimento spirituale.
Coltivo la speranza che la morte di Pio, il moto di commozione e di partecipazione che l’ha accompagnata, spingano ora la Presidenza nazionale delle Acli a riconoscere anche pubblicamente, con una iniziativa adeguata, tutto il valore del suo servizio nella nostra associazione. Lo dobbiamo a Pio. Ma lo dobbiamo soprattutto alle nostre Acli e alla nostra Chiesa.
                                                                                 Franco Passuello

Gli dobbiamo molto
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
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