Gli effetti sociali e individuali del cattivo lavoro

La riflessione condotta nell'indagine, effettuata dall'osservatorio Acli regione Sicilia, dedicata al fenomeno del lavoro nero e, più in generale, all’illegalità, di cui costituisce una sottospecie, ben evidenzia i problemi e le dinamiche perverse che esso genera nei luoghi in cui è presente. Nonostante l’impossibilità di estendere i risultati a tutto il contesto di riferimento, di cui comunque costituiscono uno spaccato significativo, l’indagine ci ha permesso di ispezionare “dall’interno” il fenomeno del lavoro sommerso, ricostruirne le dinamiche salienti e comprenderne meglio gli effetti rilevanti e pericolosi. 

In prima battuta, dalla lettura dei dati contestuali sembra chiaro che l’economia (a livello aggregato) non trae nessun vantaggio dalla diffusione di queste forme di sfruttamento: quello che per le singole imprese sembra essere un gioco a somma positiva, si traduce nei fatti in depressione economica e difficoltà di crescita e sviluppo. Non è un caso che la Sicilia, nonostante le sue potenzialità, abbia un tasso di crescita delle imprese (nuove registrazioni/cessazioni) ancora al di sotto della media nazionale (0,96% contro l’1,96%).

Se per le aziende l’illegalità non è un affare promettente, per i cittadini il lavoro sommerso risulta essere una vera e propria trappola. Dalle interviste emerge che, per molti lavoratori, la denuncia della propria condizione irregolare sembra tradursi nella violazione di un patto, di un contratto tacito con il proprio datore di lavoro, il quale cerca di assicurarsi le prestazioni di cui necessita, alle condizioni a lui più favorevoli. In più la mancanza di controlli e l’inefficacia delle sanzioni rendono praticamente difficile, se non impossibile, la denuncia alle autorità competenti.

Il problema dell’inefficacia dei controlli rischia di alterare la percezione del diritto/dovere degli imprenditori, i quali, a fronte della loro carenza numerica, spesso finiscono per considerare gli stessi come un’ingiustizia o come opera della cattiva sorte. Una condizione non dissimile dalla deprivazione relativa, ossia quel senso di rabbia e insoddisfazione che coglie chi ritiene di non aver ricevuto la giusta ricompensa, che invece altri attori/colleghi hanno ottenuto. La deprivazione, nella teoria sviluppata dal sociologo Merton, non ha un valore assoluto, ma si definisce nel confronto con i pari. L’essere sottoposti ad un controllo da parte delle autorità, in queste condizioni, fa pensare al datore di lavoro di essere una vittima del sistema, quasi un capro espiatorio, che paga il suo conto con la giustizia a nome di quanti sono nelle sue stesse condizioni.

Del resto, quando i controlli effettuati a seguito di una denuncia vanno a buon fine, non è raro che i lavoratori trovati in condizioni di irregolarità contrattuale parziale o totale vengano prima regolarizzati e poi licenziati. Più precisamente, essi vengono costretti a rassegnare le loro dimissioni: “dimissionati”, per usare un triste neologismo. Solitudine, sensazione di impotenza, incapacità di uscire dalla rete dell’illegalità costituiscono il clima, il background che anima il lavoratore rendendolo, di fatto, simile ad una monade, debole e indifesa, isolata dal resto della società, esclusa dal meccanismo di tutela di cui invece dovrebbe essere oggetto. È in questo frangente che il diritto diviene una concessione: dato che i sistemi previsti per legge non funzionano o mal-funzionano è chiaro che le tutele accordate al lavoratore assumono il senso del regalo fatto dal benevolo datore di lavoro, che spesso non si sente obbligato a regolarizzare i dipendenti.

La negazione dei diritti debilita e sminuisce la carica sociale di un termine così importante come “lavoro”, il quale, fuori dalle regole, sembra perdere di significato e ridursi all’ottenere la remunerazione necessaria per il soddisfacimento di bisogni di sussistenza.  

Il lavoro nero, inoltre, colpisce soprattutto i più deboli, donne e giovani, non soltanto da un punto di vista economico, ma anche sotto il profilo psicologico. Dalle dichiarazioni degli intervistati emergono in modo deciso e chiaro i segni indelebili della sofferenza che il cattivo lavoro “lascia nell’anima” di chi ha subito continue e ripetute vessazioni, senza la possibilità concreta di ribellione. Quel che è più grave è che a volte questo stato di sofferenza favorisce un processo di ri-significazione della realtà, volto a rovesciarne il senso. Quasi come nei processi di dissonanza cognitiva [Festinger 2001], il lavoratore intrappolato nella rete del sommerso tenta di ridefinire la realtà, cercando delle giustificazioni alla propria condizione di sfruttato, impossibile da sopportare psicologicamente se non addolcita da un’inversione semantica. Gli effetti di questo processo sono evidenti quando il lavoratore mostra di considerare il suo sfruttamento un affare anche per se stesso; oppure quando si sostiene che l’impresa non sfrutta il lavoro nero, bensì cerca di rispondere come può all’oppressione fiscale. Questi ragionamenti non sono innocui. Essi rappresentano i puntelli che permettono all’economia illegale di prosperare, sfruttando il consenso popolare e producendo, laddove si diffonde, delle vere e proprie mutazioni antropologiche difficili da scardinare con i normali strumenti in possesso della pubblica amministrazione. Si tratta, in ultima analisi, di una dinamica di contagio sociale, che tende a rafforzarsi autonomamente in assenza di contrasto, il quale deve essere anche di tipo culturale.

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Gli effetti sociali e individuali del cattivo lavoro
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.022
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 2.992
Fonte UNHCR