La povertà è un tema popolare, non populista

Di Vittoria Boni, responsabile welfare Acli dal 2006 al 2012

Ho accolto con molto piacere l’invito del presidente nazionale Roberto Rossini a ricostruire le ipotesi e le tappe iniziali che hanno caratterizzato il cammino delle Acli sui temi legati all’impoverimento e alla povertà.

Suddividerò questo contributo in due parti: la storia, nella consapevolezza che questa è pur sempre legata al vissuto e all’esperienza personale e come tale può risultare parziale; e la conclusione dove esprimerò due personali riflessioni legate all’attuale contesto in continuo mutamento.

La storia, dunque, con quelle che per me sono state le tappe salienti.

Il Dipartimento welfare, di cui ero responsabile, promuoveva nelle Regioni i cosiddetti “Piani Sociali” sostenuti anche grazie al contributo del Patronato Acli. Si trattava di una serie di interventi volti a costruire pensiero sulle politiche sociali ma anche a rispondere alle situazioni di fragilità, di bisogno, di difficoltà presenti nei vari territori. Un’attenta analisi di questo “lavorio sociale” fece emergere un volto inedito della crisi che attanagliava pesantemente persone, famiglie e comunità: ai tanti poveri già presenti si aggiungevano tutti quei cittadini a rischio disoccupazione, posti su fasce intermedie di reddito, il cui potere d’acquisto si erodeva dinnanzi al rincaro dei beni di prima necessità.

Poveri tra i poveri rischiavano di essere giovani e donne, soggetti su cui ricadevano, più che su altri, gli effetti perversi di un’economia globale, assai più fondata sulle speculazioni finanziarie che agganciata all’economia reale. E non era un caso che molte famiglie in difficoltà fossero costituite da giovani coppie con figli, da nuclei monoparentali matriarcali, alle prese con lavori precari e mutui da pagare: per tutti fondamentale risultava l’aiuto della famiglia d’origine. Nacque così un lavoro di ricerca in collaborazione col Coordinamento donne, l’Ufficio Studi e i giovani delle Acli da cui scaturì il libro “Povertà e impoverimento. Giovani e donne attori di un’altra economia”. In quel contesto si comprese come il confronto con le tante storie di vita ci ponesse dinnanzi alla difficoltà di garantire dignità, lavoro e ben-vivere in contesti abitati da categorie obsolete e incapaci di dar conto di una realtà in movimento.

Andavano dunque rimessi nel dibattito pubblico cultura e orientamenti da cui far discendere proposte di welfare orientate al futuro. I rischi di esclusione sociale richiamavano alla responsabilità sia di prefigurare solide ipotesi di politiche sociali in grado di tutelare le persone con interventi promozionali e non solo riparatori, sia alla necessità di riscrivere un nuovo Patto sociale che legasse insieme la responsabilità di ogni persona, della società civile organizzata e delle istituzioni variamente articolate.

Un’ulteriore tappa di questo cammino fu il confronto con il Libro Verde prima e il Libro Bianco “La vita buona nella società attiva” poi, promosso dall’allora Ministro Sacconi che chiamava cittadini, soggetti sociali e istituzionali ad un’interlocuzione pubblica sul nuovo modello di welfare proposto dal suo Ministero. In quel contesto le Acli ribadirono che il welfare delle opportunità sostenuto nei documenti sarebbe stato tale solo se avesse consentito l’inclusione di ogni soggetto nel tessuto sociale e che le opportunità andavano offerte a tutti, a chi non aveva lavoro, a chi aveva un lavoro precario, a chi era disoccupato, a chi era in situazione di povertà. Contestualmente, la povertà, prima che uno status, era un percorso dovuto ad eventi o processi che potevano essere intercettati e contrastati sulla soglia di una povertà assoluta. In quest’area di rischio dovevano essere proposte politiche di prevenzione e promozione delle opportunità, come recitava il libro Verde, con la definizione di misure volte alla valorizzazione delle capacità, all’assunzione di responsabilità e progettualità individuali e collettive e, infine, con la definizione e l’attivazione di servizi pubblici e privati.

Il Convegno tenuto durante una specifica sessione del Consiglio nazionale delle Acli “Costruire la solidarietà nella crisi” nel gennaio 2010, ci consentì di comprendere ulteriormente la dinamica dei fenomeni delle nuove povertà, non solo riconducibili al dato economico, ovvero alla scarsità di beni e servizi, ma fenomeno sociale e politico, riferito sia all’insieme delle risorse necessarie all’autorealizzazione della persona che alle responsabilità pubbliche per ridurre le disuguaglianze esistenti. Si comprese come in Italia si investisse poco contro la povertà, si investisse poco in servizi e si spendessero pure male le scarse risorse a disposizione. La Social card proposta dal Ministro Sacconi era in quel momento l’unica misura varata nel nostro Paese in tema di povertà assoluta. La analizzammo nei suoi punti di forza (pochi) e nelle sue criticità (molte), anche perché mancavano nello stesso tempo riforme quali quelle degli ammortizzatori sociali, il rafforzamento dei fondi per la non autosufficienza. Decidemmo allora, proprio a partire dalla social card, di provare ad assumere le criticità in essa presenti e di effettuare delle proposte di miglioramento dello strumento e delle politiche di contrasto alla povertà.

Nell’anno europeo della Lotta alla povertà e all’esclusione sociale (2010) ci impegnammo ad avviare l’elaborazione di un Piano nazionale contro la povertà assoluta che, a partire dallo strumento Social Card, ci permettesse con l’aiuto di operatori e dirigenti del Caf Acli, di esperti e studiosi delle politiche sociali e di un’équipe guidata dal professore Cristiano Gori, di individuare proposte di miglioramento della misura stessa. La chiamammo la Nuova Social Card e il Presidente Andrea Olivero ne fece una prima presentazione alla Conferenza Organizzativa di metà mandato (Sentinelle del territorio-Costruttori di Solidarietà) svoltasi a Milano alla presenza del Cardinal Tettamanzi e dei vari interlocutori istituzionali e del Terzo settore.
L’impegno proseguì anche l’anno successivo, nel 2011, con la definizione specifica di un Piano nazionale contro la povertà assoluta, con l’obiettivo di tener vivo un dibattito che riconoscesse il valore sociale del non abbandonare nessuno alle proprie difficoltà e dell’importanza di non derogare a criteri minimi di giustizia sociale e di tutela dei diritti di cittadinanza per tutti. Tale piano fu presentato nello stesso anno in uno specifico Convegno dal titolo “La povertà oltre la crisi” che vide la partecipazione del Ministro Sacconi, dei rappresentanti del Forum nazionale del Terzo settore e di esponenti del mondo politico.

Si posero quindi le fondamenta perché la proposta elaborata dalle Acli fosse condivisa anche da altri esponenti della società civile, ecclesiale e sindacale e affinché si costruisse una vera e propria alleanza di soggetti con lo scopo di mantenere una vigilanza su questo fenomeno e di proseguire nel lavoro di elaborazione e stimolo.

Concludo dicendo che in questi anni il quadro nazionale e internazionale si è fatto più complesso rispetto a qualche anno fa. Affrontammo nel 2010 il tema della povertà in Europa all’interno di uno specifico convegno promosso dalla Fai con il contributo di Eza.
In quell’occasione, si sottolineò come il contesto globale fosse non lo sfondo ma la condizione di possibilità per una rinnovata politica di equità, eguaglianza ed inclusione. La lotta alle disuguaglianze doveva essere prossima ai soggetti ma anche “globale” nella prospettiva.

Ecco, credo che quelle riflessioni siano ancora valide soprattutto considerando che la questione della povertà, che le Acli avevano e hanno continuato in questi anni a porre all’attenzione come tema popolare, rischia di diventare –non solo in Italia- un tema populista che si cita o si richiama per acquisire consenso in vista di una qualche scadenza elettorale. E infine, in questi anni di fatica per molte famiglie, si è acuita la crisi della socialità. Se il tessuto sociale si sfrangia anche la povertà si aggrava. Si ripropone dunque l’antico e nuovo compito delle Acli nel continuare a ricostruire e a tessere legami perché a rischio non è solo la qualità del benessere diffuso, ma la possibilità di una politica partecipata, vitale e rigenerata.

La povertà è un tema popolare, non populista
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morti/dispersi nel mediterraneo nel 2016 5.096
Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR