Gregorio Rosa Chávez: un cardinale amico di mons. Romero

Articolo di: Daniele Rocchetti, responsabile nazionale Vita cristiana Acli
 
Una sola sede tradizionalmente cardinalizia, Barcellona, nessun vescovo italiano e nessun curiale tra i 5 nuovi cardinali che papa Francesco ha nominato mercoledì 28 giugno. È assolutamente rivoluzionario il quarto Concistoro di Bergoglio, a distanza di appena sette mesi dal precedente. Tra i cardinali vi è pure Gregorio Rosa Chávez, il primo vescovo ausiliare a diventare cardinale. Mons. Chávez, che ha quasi 75 anni, è stato un amico carissimo di mons. Oscar Arnulfo Romero, assassinato a San Salvador mentre celebrava l’Eucarestia da sicari della destra salvadoregna, il 24 marzo 1980.

Qualche tempo fa, ho avuto modo di incontrare il futuro cardinale e abbiamo parlato a lungo dei suoi rapporti con mons. Romero, la cui beatificazione, fortemente voluta da papa Francesco, è avvenuta il 23 maggio di due anni fa.
 
Come ha avuto modo di conoscere mons. Romero?
«Eravamo della stessa diocesi di San Miguel. Lo ascoltavo alla radio, perché, ogni giorno, teneva un breve programma del mattino. Era adolescente quando lo conobbi e non era ancora vescovo. Diventato più grande, diventammo presto amici. Se legge il suo diario ritrova il mio nome. C’è una pagina intera del suo diario dove parla delle nostra amicizia e per me è un privilegio enorme ricordarlo».
 
Mons. Romero fu “convertito” dai poveri. Quanto è vero questo?
«Più di trent’anni fa, una troupe televisiva svizzera gli fece questa identica domanda. Mons. Romero rispose cosi: “Non direi che sia una conversione ma una evoluzione. Quando ero in provincia guardavo la violenza in modo differente e la mia risposta era piuttosto assistenziale ma quando sono venuto come arcivescovo in città ho scoperto la violenza istituzionale, la violenza strutturale; ho dunque sentito che il Signore mi domandava una risposta più audace perché le sfide erano diverse”.
Romero ha capito, in quel momento storico particolare, ciò che il Signore gli domandava. Non si è seduto sulla sua idea di Dio ma si è messo in cammino, con una radicale forma di povertà, anche se questo poteva significare un cambio profondo nella sua vita. Certamente la morte di padre Rutilio ebbe un valore significativo. Avvenne poco più di un mese dopo l’inizio dell’episcopato di Romero e per l’Arcivescovo fu un profondo choc. Ricordo che qualche giorno dopo l’assassinio, durante la Misa unica, l’Eucarestia celebrata nella grande piazza davanti alla cattedrale, Romero vide migliaia di persone. Vide il loro sgomento e la loro paura e decise che non poteva lasciarli soli. Scoprì un mondo – quello della politica ufficiale – che a parole voleva l’ordine ma in realtà fomentava il disordine. Mons. Romero cominciò allora a dire cosa pensava di ciò che accadeva. Giornali e televisioni tacevano mentre la gente moriva. Lui divenne la voce dei poveri, dei senza voce».
 
Mons. Romero aveva fama di essere “spiritualista”. Alla fine, l’accusa che gli rivolgevano era invece di occuparsi troppo di politica.
«Dopo la terza conferenza latinoamericana svoltasi a Puebla, in Messico, Romero rientrò in Salvador. Lo ricevemmo in cattedrale e lui ci disse: “Puebla ha confermato il mio magistero”. Subito dopo scrisse una lettera pastorale per presentare Puebla alla diocesi. Le sue scelte sono state le scelte della chiesa latinoamericana. Ci ripeteva che “Il Vangelo e il magistero quando si prendono sul serio e non sono affermazioni teoriche mettono in conto il martirio come realtà”. Era un uomo innamorato di Dio ma si accorse che non si poteva amarlo senza fare i conti con le storie concrete degli uomini e delle donne che gli erano stati affidati».
 
Eppure non si può negare che una parte della chiesa salvadoregna abbia remato contro mons. Romero.
«E’ vero. Solo dopo trent’anni tutti i vescovi salvadoregni hanno firmato e sottoscritto una lettera per appoggiare la sua canonizzazione. Per molti anni, non siamo riusciti a trovare un accordo e questo è stato uno degli impedimenti all’inizio della causa. Non dobbiamo dimenticare che quando mons. Romero venne ucciso era un’epoca storica molto polarizzata. Ora la distanza dagli avvenimenti rende chiara la testimonianza evangelica di mons. Romero. Ricordo quando nel 2001, con gli altri vescovi salvadoregni, mi recai in Vaticano per la “visita ad limina” al Santo Padre. Giovanni Paolo II era già allora molto stanco e malato. Pareva non essere attento a ciò che gli raccontavamo. Ad un certo momento, quando uscì il nome di mons. Romero papa Woityla si scosse con forza e gridò: “È un martire. Sì, monsignor Romero è un martire”».
 
Il sangue dei martiri è il seme della chiesa, scriveva Tertulliano. Dopo trent’anni dall’assassinio di mons. Romero, cosa rimane della sua eredità?
«Lei parla di seme. E proprio di seme parlava l’ultima omelia di Romero. In quell’occasione, l’Arcivescovo scelse il brano del Vangelo di Giovanni, al capitolo 12, dove si parla del chicco del grano che solo morendo porta frutto. Mons. Romero fece un commento bellissimo aiutandoci a comprendere che si è cristiani solo donando la propria vita. Costi quel costi. Questa era la logica di Gesù, questa è la logica dei martiri. Le ragioni per le quali si vive sono più grandi della vita stessa. E questo anche in un tempo come il nostro, in cui siamo tenacemente attaccati alla vita. Per questo, il seme di Romero, il seme dei martiri, genera uno sguardo più profondo su Dio e sulla storia. Per questo dobbiamo sempre guardare la loro memoria e tentare di imitare la loro testimonianza».
 
Testimonianza di vita povera, testimonianza di chiesa povera. Quanto sono difficili parole come queste per la chiesa?
«Mons. Romero parlava della Chiesa della Pasqua. Ed è stato anche il titolo di una sua lettera pastorale dove mise un paragrafo, il numero 15, del documento di Medellin che dice che i giovani oggi desiderano una chiesa povera, missionaria e pasquale. Libera di fronte ai poteri economici, politici e sociali; audace nell’impegno nei confronti della storia, per uno sviluppo globale della persona umana. Mons. Romero sognava una chiesa cosi. Una chiesa povera e per questo libera. Con uomini di chiesa poveri e per questo liberi. Lui stesso aveva sempre rifiutato la scorta. Diceva che il popolo non aveva sicurezza e dunque non poteva accettarla per sé. Fu una persona veramente povera. Anche dal punto di vista reale, non solo spirituale. Non dimentichi: quando abbiamo molte cose, molti privilegi, non siamo una chiesa credibile».

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