“Un paese di persone normali che fanno cose speciali. E che non sono rassegnate”

L’intervento del presidente delle Acli, Andrea Olivero, alla convention “Verso la Terza Repubblica” (Roma, 17 novembre 2012)

Care amiche, cari amici, sono qui, con convinzione e trepidazione insieme, come cittadino appassionato del bene comune, come cattolico che ha fatto dell’impegno sociale e civile la sua ragione di vita, come presidente delle Acli. Oggi è un giorno importante per me, è un giorno importante per tutti noi. Il giorno in cui può cominciare una storia nuova, una storia all’insegna della speranza e della fiducia, del lavorare insieme per il bene del Paese.

La mia associazione incontra e mette insieme ogni anno milioni di persone, in tutto il territorio nazionale, dalle grandi città ai piccoli centri: famiglie, gruppi, cooperative, realtà associative; mamme e papà, giovani volontari e volontari anziani, studenti e pensionati, lavoratori, immigrati, agricoltori, artigiani e professionisti, piccoli imprenditori.

Sono per la maggior parte persone semplici, persone normali, che però fanno cose speciali. Lavorano ogni giorno per il bene del Paese, con onestà e gratuità, generosità e creatività. Un impegno silenzioso, fuori dai riflettori dei media, che tiene unite le comunità e le rende solidali. E’ l’Italia di cui essere fieri, di cui essere orgogliosi.

Questa Italia, queste persone, non sono rassegnate, o non lo sono ancora, forse perché non se lo possono permettere. Hanno ancora voglia, malgrado tutto, di impegnarsi, di partecipare, di essere protagoniste: nella scuola, sul lavoro, nel quartiere, nella propria città. Hanno voglia di riconoscersi in un Paese migliore, in una classe dirigente migliore. Hanno voglia – come ne ho voglia io, come ne avete voglia voi – di una politica finalmente onesta e competente, dialogante e mite, non urlata, ma capace di scegliere e di decidere: senza leaderismi, sopraffazioni, risse e demonizzazioni, senza bugie e sotterfugi. Una politica che abbia il coraggio di dire la verità. E che restituisca all’Italia il prestigio e la credibilità che le compete nel contesto internazionale.

Questa è stata l’esperienza, riconosciuta da tutti, del Governo Monti. Malgrado le tante difficoltà e anche gli errori compiuti. Questo è stato ed è lo stile, in particolare, del presidente del Consiglio Mario Monti, che ha introdotto elementi di forte ed evidente discontinuità con la stagione immediatamente precedente. Non dovremmo mai dimenticarlo. Ed è per questo che credo, noi tutti crediamo, che l’Italia non possa rinunciare nel prossimo futuro ad una risorsa come quella rappresentata dal professor Mario Monti.

Eppure tutto questo non basta. L’esperienza del governo tecnico ha mostrato e sta mostrando inevitabilmente dei limiti. Le persone e le famiglie che ogni giorno incontriamo con le Acli – i disoccupati, i giovani precari, le famiglie povere o impoverite, gli anziani e i malati non autosufficienti – hanno bisogno di attenzioni e risposte concrete che non potranno mai arrivare da un esecutivo meramente tecnico. Per dare risposte, per fare le riforme, per offrire fiducia e prospettive occorre una maggioranza autenticamente politica.

Lo abbiamo detto con chiarezza, insieme alle principali organizzazioni cattoliche del mondo del lavoro, nel secondo recente appuntamento di Todi, dove abbiamo costruito le premesse – con Raffaele Bonanni e altri amici, con cui spero che presto ci incontreremo – della nostra stessa presenza qui questo pomeriggio. (Ed il primo incontro di Todi, un anno fa – lo voglio ricordare con orgoglio – aveva contribuito alla caduta del governo Berlusconi). Occorre un governo capace di integrare l’agenda dei tecnici con un’agenda sociale fatta di questioni precise e proposte concrete.
Ne accenno solo alcune.

Sul piano del lavoro, occorre impegnarsi a costruire piano straordinario per l’occupazione giovanile che coinvolga tutti i protagonisti: governo, istituzioni, imprese, scuola, rappresentanze sociali e sindacali. La logica deve essere quella dell’alleanza e non della contrapposizione. Il metodo quello della partecipazione. Mettendo in gioco, come hanno fatto le organizzazioni che sono oggi qui, il proprio modo di intendersi parti sociali, scegliendo di innovare e proporre un nuovo modello di crescita piuttosto che protestare e difendere l’esistente insieme alle proprie posizioni di rendita. Essere riformatori nel mondo del lavoro è duro. E’ duro fare il mestiere del sindacato – lo diciamo chiaramente perché qui in prima fila c’è l’amico Bonanni – con i lavoratori che rimangono a casa e chiedono gesti concreti e i teppisti che entrano nelle sedi e spaccano tutto.

Ed è duro fare gli imprenditori, in un Paese che per troppo tempo ha privilegiato la rendita al lavoro, che non ha creduto nell’innovazione e nella ricerca, che non ha fatto della qualità la sua bandiera.

Il tema della famiglia

Voglio qui portare i valori che mi sono e ci sono più cari come cattolici: la tutela e la promozione della vita, a partire da quella più fragile e indifesa, la famiglia fondata sul matrimonio e aperta alla generatività, la libertà di educazione. Li presento sotto forma di proposte, laicamente fondate, volte al benessere personale e sociale e alla garanzia dei diritti inalienabili di ogni persona. So bene che qui vi sono persone che provengono da culture differenti e portatrici di altri valori. Ma, lo dico con chiarezza, il nostro incontro parte dalla serenità di poter essere interamente noi stessi in questo progetto, senza nascondimenti, in un confronto laico e leale.

In questo contesto si capisce l’urgenza con cui chiediamo da anni scelte strategiche in favore delle famiglie, che continuiamo a sfruttare come salvagente del welfare che non c’è, mentre i risparmi si erodono e i redditi scivolano verso il basso. E’ necessario, per invertire la rotta, il varo di una riforma fiscale che favorisca le esigenze di spesa reali delle famiglie italiane, a partire da quelle con figli e redditi bassi. La modifica alla legge di stabilità approvata dalla commissione bilancio va in questa direzione, inserita all’interno di nuovo patto fiscale dello Stato con i cittadini, le famiglie e le imprese fondamentale per rilanciare la crescita, l’occupazione, i consumi, e contrastare l’evasione fiscale.

Il Welfare

Noi siamo per la riforma del welfare, non per il suo smantellamento. Vogliamo uno stato più efficiente, meno invadente e più società: un welfare non assistenziale ma neanche residuale. Un nuovo welfare promozionale, che aiuti le persone responsabilizzandole e mettendole nella condizione di poter scommettere su se stesse.

Al primo posto di questo welfare, non posso non citare due questioni, due emergenze. Il contrasto alla povertà e la tutela della non autosufficienza. Quando oggi ci sono in Italia 8 milioni 173 mila persone in condizione di povertà relativa e 3 milioni e 415 mila persone in condizione di povertà assoluta, noi siamo l’unico paese dell’Unione, con la Grecia, a non avere una misura universale di contrasto alla povertà assoluta.

Stiamo seguendo in queste ore la vicenda drammatica di un gruppo di malati di sla che sta mettendo a repentaglio la propria vita per protestare contro la cancellazione – operata dal precedente governo – dei fondi per la non autosufficienza. Il Governo è intervenuto generosamente ma ancora non si è trovata una mediazione. La situazione non deve degenerare. Ma l’emergenza ci dice drammaticamente che dobbiamo assolutamente impostare in Italia un piano serio per la non autosufficienza.

Terzo Settore

Non esiste nuovo welfare, non esiste neanche nuova economia, senza un grande e autonomo Terzo Settore. Un patrimonio straordinario di questo Paese, una tradizione italiana di cui essere orgogliosi, pilastro di un nuovo modello di economia civile e responsabile, frontiera di una nuova presenza dello Stato e della società accanto agli ultimi, per la loro promozione umana e sociale. 475mila organizzazioni, 750mila occupati, 5 milioni di volontari, 50 milioni il bacino di utenza, 67 miliardi di euro il valore economico. Per l’autonomia di questo settore è necessario stabilizzare quanto di buono è stato fatto, a partire dal 5 per mille e la deducibilità delle donazioni al mondo non profit. Ma non basta: bisogna considerarlo vero soggetto sociale, con cui confrontarsi, e non solo esecutore di politiche fatte lontano dai problemi e senza tener conto delle comunità.

Il tema Cittadinanza

In Italia ci sono circa 900mila minori stranieri. Oltre 500mila di loro sono nati nel nostro Paese. 600mila frequentano le nostre scuole insieme con i nostri figli. Lamiia è una bambina undicenne di Reggio Emilia, figlia di genitori marocchini. Quando un giorno prende 10 in grammatica, la maestra le dice: “Lamiaa sei stata bravissima, hai superato gli italiani!” Ma lei si arrabbia e risponde con orgoglio: “Ma io sono italiana!” Ecco, non concedere la cittadinanza italiana a Lamiia non è solo una ingiustizia, ma anche un atto di cecità e di autolesionismo. Noi dobbiamo scommettere su Lamiia, dobbiamo scommettere su chi scommette sull’Italia, su chi investe sul futuro del nostro Paese, su chi ama questo nostro Paese.

In fondo, amiche e amici, è il motivo per cui noi stessi siamo qui. È la nostra stessa scommessa. Sul futuro dell’Italia, sul futuro di un’Italia migliore.

“Un paese di persone normali che fanno cose speciali. E che non sono rassegnate”
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Fonte UNHCR
morti/dispersi nel mediterraneo nel 2017 3.081
Fonte UNHCR