I comuni difendono l’acqua del consorzio

Aspresi, montasolini, torresi, confignani, cottanellesi, montebuonesi, catinesi, roccolani, selciani, vaconesi e calvesi:  sono orgogliosi di essere gli utenti – non i clienti – di un consorzio idrico virtuoso e pubblico nato oltre 50 anni fa? O non ne sanno nulla? La risposta era la seconda, prima che il “Consorzio fra i Comuni della Media Sabina per la costruzione e la gestione dell’acquedotto” installasse le fontane distributrici di acqua alla spina. La quasi totalità dei 10.500 abitanti degli undici Comuni proprietari del Consorzio (i dieci reatini di Casperia, Montasola, Torri in Sabina, Configni, Cottanello, Montebuono, Poggio Catino, Roccantica, Selci, Vacone, ai quali si aggiunge il ternano Calvi dell’Umbria), che diventano 15mila in estate, forse non ha mai letto il timido dépliant azzurro con il quale l’ente riassume storia, caratteristiche, piani idrici per il futuro.  Il Consorzio acquedotto Media Sabina è dato per scontato, eppure è un piccolo miracolo che dal 1958 ogni giorno si rinnova nelle condotte che serpeggiano fra colline di ulivi e borghi di pietra, le une e gli altri minacciati ma non ancora vinti dalla cementificazione. Sotto i ponti sono passati moltissimi amministratori di tutte le idee politiche (e magari anche senza) ma tutti hanno tutelato il consorzio, fin dal primo sindaco presidente, “cavalier perito industriale Pietro Pucci”. Interamente pubblico (nel suo simbolo istituzionale la goccia d’acqua è circondata da undici stelle, una per ogni comune proprietario), il Consorzio è anche del tutto autonomo dal punto di vista finanziario: mai ottenuto contributi statali, pochissimi (e sporadici) quelli regionali. Eppure ogni anno è in attivo.

  E da anni non fa mancare l’acqua nemmeno per un giorno. Già: “Quando il gestore e l’utente sono vicini, come sono un Comune e i suoi abitanti, i guasti si riparano subito” spiega Stefano Petrocchi, giovane sindaco di Casperia e vicepresidente del Consorzio; “due anni fa ci fu una grossa rottura, tanto che la fornitura si interruppe in tutti i Comuni. Ma gli operai del Consorzio individuarono il problema e tutto tornò alla normalità dopo un giorno”. Operai che sono un po’ come gli antichi fontanieri, monitorano la rete con occhi di falco; i lavori di manutenzione sono affidati a una ditta esterna della zona per 25mila euro all’anno: Iva compresa, precisa una scheda del Consorzio il quale -valore patrimoniale intorno agli 11,8 milioni di euro- gestisce 140 chilometri di condutture con 39 serbatoi di accumulo, undici stazioni di sollevamento, cinque partitori idrici e alcuni sollevamenti con sistema di funzionamento tramite rete Gsm per non far sprecare acqua. A proposito: spiega Tullio Capanna, dal 1978 ragioniere del consorzio e anche del Comune di Casperia che “le condutture risalgono agli anni 60, quindi possiamo valutare una dispersione di un 5% dell’acqua”. Ecco un’altra stranezza di questo acquedotto: perde pochissimo, la media italiana è stimata intorno al 30%. Anche gli utenti non sembrano spreconi: quelli di Casperia, ad esempio, consumano all’anno fra i 28 e i 32 metri cubi di acqua pro capite, intorno ai 75-80 litri al giorno, circa un terzo della media nazionale (la zona è ricca di pozzi e sorgenti; al tempo stesso c’è chi malgrado il divieto usa l’acqua per l’orto). Come fa il Consorzio a essere in attivo ogni anno – gli avanzi di gestione: 37.000 euro nel 2010, 90.000 nel 2009 servono a lavori di ammodernamento della rete – ? “Nel nostro piccolo, siamo un prova: non è vero che il pubblico non funziona. La gestione è attenta, il personale ridotto ed esperto, per gli amministratori solo il rimborso delle spese e dei permessi; e niente profitti da distribuire” dice il sindaco. Al ragionier Capanna deve sembrare così normale una gestione in attivo che la sua risposta è puramente tecnica: “Facciamo un bilancio preventivo in cui i comuni ci chiedono tot acqua per l’anno successivo e su questa base ponderiamo le spese, tenendoci sulla media delle riparazioni degli anni precedenti; poi seguiamo passo passo i versamenti mensili dei comuni”. Il bilancio annuale, 1.018.000 euro, è eloquente. Unico introito sono le quote dei Comuni, ai quali l’acqua viene venduta al costo di 0,70 centesimi al metro cubo, ovvero 0,0007 al litro. Le spese sono tripartite. Il 30,30% del totale sono “spese generali di funzionamento”. Le altre? Il conto per l’energia elettrica è 420mila euro: far circolare l’acqua su e giù per quelle colline richiede energia, e tanta. Il Consorzio sta avviando consultazioni per trovare qualche forma di energia rinnovabile, il fotovoltaico o le biomasse purché locali. L’altra spesa è la più “particolare”: 289.000 euro sono pagati annualmente all’Acea, fanno 23 centesimi al metro cubo, per la quota di acqua (il resto viene da sorgenti e pozzi locali) che l’acquedotto trae come derivazione dall’acquedotto Acea, il quale a sua volta preleva dalle sorgenti del Peschiera. In precedente, per 30 anni (fino al 1990), la concessione del prelievo (28,5 litri al secondo) fu a titolo gratuito, per decreto ministeriale. Parebbe normale: il Peschiera, grazie al quale Acea disseta e lava Roma, è in provincia di Rieti, ed era giusto “restituire” ai comuni reatini una parte del regalo fatto. La concessione è stata sempre rinnovata ma non è stata più gratuita. Adesso la situazione è paradossale, anche se al Consorzio sono diplomatici e non intendono commentarla: la multiutility Acea (il principale operatore nazionale nel settore idrico e ha le mani in svariate regioni) , società per azioni dal 1998, si fa pagare da un consorzio pubblico reatino per dargli dell’acqua che è reatina.  E in passato anche la Provincia di Rieti aveva contestato il rinnovo tacito della concessione del Peschiera a favore di Acea, come se questa fosse ancora “il Comune di Roma” (titolare della concessione rilasciata negli anni Venti). Comunque vada, il Consorzio ha un sogno nella conduttura: la gestione completa (e sempre in economia) di tutto il ciclo delle acque, compresi i depuratori e le riparazioni nei singoli Comuni, togliendo loro un peso. Intanto […] il Consorzio Media Sabina (www.consorziomediasabina.it), nel 2010 – in uno spiazzo fra i due comuni di Casperia e Poggio Catino – ha installato due fontane che distribuiscono acqua alla spina proveniente da tre pozzi situati a 330 metri di profondità. L’acqua è solo microfiltrata; un dispenser eroga anche acqua frizzante. Prezzo al pubblico: 0,05 centesimi al litro. Le fontane sono in comodato d’uso mensile, per una spesa di circa 1.100 euro, ma il Consorzio riesce a ottenerne un piccolo ricavo di circa 500 euro al mese, vista l’affluenza. Alla fontana si viene in genere con i boccioni da 5 litri, oppure con le bottiglie rese disponibili dallo stesso Consorzio. Certo, viene da chiedersi: “Che bisogno c’è di queste fontane che richiedono automobile e spostamenti quando l’acqua del rubinetto è lì, in casa, a scuola, in ufficio, così comoda e controllata? Le fontane non rafforzano forse l’idea che l’acqua di casa non sia buona?”. È così. Ma i conti vanno fatti con un popolo come quello italiano che, fra i primi consumatori al mondo di acqua privata imbottigliata, non associa il rubinetto né al progresso né al benessere.  Chi si approvvigiona alle fontane distributrici in genere andava a comprare le plasticose acque ferme al negozio o al supermercato: “L’acqua della fontana è più buona e non è clorata ma solo filtrata” dicono. Secondo i calcoli, in nove mesi – da agosto 2010 ad aprile 2011 – le fontane del Consorzio hanno erogato oltre 350.000 litri di acqua, che equivarrebbero a 234.000 bottiglie di plastica in meno.   I commercianti locali sono scontenti? “Finora non abbiamo avuto nemmeno una rimostranza” dicono al Consorzio. Al minimarket di Casperia ammettono che le vendite di acqua sono calate forse del 50%; ma “c’è chi continua a chiederla”. E  un addetto del Consorzio da parte sua osserva: “Secondo me vendere l’acqua in bottiglia è più un disagio che un guadagno”.
(fonte: Altreconomia.it)

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