I figli di immigrati e la loro inclusione nell’Agenda di speranza per il futuro dell’Italia

La ragione per cui sono stato invitato a questo Convegno diocesano è perché durante la Settimana sociale di Reggio Calabria (ottobre 2010) fui proprio io a coordinare i lavori della terza area che aveva come tema «Includere le nuove presenze». In questo gruppo abbiamo raggiunto un’ampia convergenza sul riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli degli stranieri nati in Italia e sull’esercizio della cittadinanza che prevede il diritto di voto, almeno alle elezioni amministrative e  sulla possibilità delle seconde generazioni di svolgere il servizio civile. Abbiamo condiviso il principio che l’immigrazione in Italia è ormai un fenomeno strutturale del Paese e che deve  uscire dalla fase emergenziale.
Un ruolo particolare è richiesto proprio alle nostre comunità ecclesiali, che talora non sono pronte a riconoscere le potenzialità del fenomeno migratorio. La paura dello straniero, il rifiuto ed i pregiudizi non possono trovare casa nella comunità ecclesiale che, anche attraverso i suoi Pastori, è chiamata certamente ad un “di più” di accoglienza, di rispetto e di condivisione. Se è vero che noi, da cristiani nel sociale – come dice la Caritas in veritate di Benedetto XVI – siamo impegnati a portare il principio di fraternità nelle relazioni tra gli uomini e tra i popoli, allora non possiamo poi tirarci indietro e considerare gli stranieri come se fossero degli estranei. Assumere questo atteggiamento sarebbe un vero tradimento del Vangelo.

Aprire allora le porte della politica e dell’economia al principio di fraternità significa promuovere finalmente la civilizzazione della politica e dell’economia.
Ora, applicare gli orientamenti di una politica civile e di una economia civile al delicato problema delle migrazioni, e fare tutto questo da cristiani, significa accettare la sfida dell’integrazione in una prospettiva di speranza e non di chiusura o di scontro di civiltà. Ecco perché diventa legittimo attendersi che tutta la Chiesa, non solo alcuni pionieri coraggiosi (ma isolati), siano in prima fila per riuscire a promuovere una politica dell’integrazione e del riconoscimento in questa non facile battaglia. Non possiamo affermare solo retoricamente, nei Documenti magisteriali, che la fraternità va oltre la solidarietà e la giustizia sociale, e poi arrenderci dinanzi alle derive xenofobe e razziste che la cronaca quotidiana ci mette sotto il naso. In quanto cristiani noi vogliamo qualcosa di più e non di meno di ciò che si può esigere sul piano della giustizia e della solidarietà.
La globalizzazione della mobilità umana che sta riavvicinando i popoli come mai era accaduto prima d’ora appare oggi  un “segno dei tempi”, una sorta di Kairos. E’ vero però che questo “segno” viene messo a dura prova da prospettive teoriche, come quella del conflitto di civiltà, oppure dell’ossessione identitaria che sta portando in vari luoghi al risorgere di nazionalismi e di fondamentalismi.
Parlare delle immigrazioni alla luce della Catritas in veritate è dunque un fatto che va controcorrente. Il cristiano non può mettere tra parentesi il primato del Dio creatore e della fraternità universale. La fraternità ha le sue radici nella struttura ontologica della persona. È una dimensione costitutiva ed essenziale del nostro essere uomini e donne appartenenti al genere umano.
Ha dunque ragione don Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, quando afferma che la costruzione della città dell’uomo passa attraverso l’integrazione. In una società del pluralismo etnico e della mobilità umana é infatti evidente che né il sangue di un popoloil territorio di uno Stato possono costituire il pilastro fondativo di una cittadinanza glocale e interculturale. Non vi è dubbio che il principio di cittadinanza si intreccia con quello di democrazia e dunque con il diritto/dovere di partecipazione dei cittadini al governo della polis.
Allora per il futuro si dovrà compiere uno sforzo di integrazione e ripensare l’identità degli italiani in modo nuovo, tenendo conto delle trasformazioni avvenute negli ultimi decenni. Non possiamo più dire “Italiani si nasce”, ma dobbiamo imparare a dire: “Italiani si diventa”. A me sembra che i temi della nuova cittadinanza e dell’integrazione interculturale rappresentino un binomio che sta assumendo un rilievo dirimente a livello politico, poiché riguarda il progetto dell’Italia di domani.
È necessario avere fiducia nella possibilità di fare in Italia anche meglio di quanto hanno saputo fare finora altri Paesi europei, come la Francia e la Germania. La presenza degli immigrati in Italia è oggi di 5 milioni e mezzo, il 7,2% della popolazione. Essi parlano quasi 100 lingue diverse e appartengono a 190 etnie. Un vero mosaico di popoli, culture e religioni.
Che fare allora? Quali potrebbero essere gli impegno per promuovere una politica di integrazione nel nostro Paese?
a) Anzitutto una scelta chiara per l’intercultura
A mio modo di vedere, i cristiani dovrebbero prendere le distanze da tutte le ipotesi di multiculturalismo separatista e ideologico, perché ogni multiculturalismo è fallimentare e la vera scommessa da vincere è l’interculturalità.
Si tratta infatti di sperimentare fiduciosamente un modello di integrazione interculturale, come da tempo propone la Chiesa, ma che un numero più o meno grande di coloro che si dicono cristiani ignorano, o forse non sono disposti a praticare. Questa visione è basata sul dialogo, sul rispetto della libertà, sulla reciprocità dei comportamenti e richiede anche il riconoscimento del diritto ai simboli culturali e religiosi nella polis globale, come elemento strutturale della cittadinanza.
b) Per una cultura della legalità
La lezione che lo scorso anno ci è venuta da Rosarno e dalla vicenda di Via Padova a Milano è che in Italia dilaga l’illegalità e si diffondono  ghetti e periferie che possono trasformarsi in autentiche polveriere. Non si costruisce un modello di integrazione finche ci si limiterà alla mera gestione dell’emergenza.
La via italiana all’integrazione passa attraverso una politica del riconoscimento e una visione positiva degli immigrati come risorsa per il Paese, se è vero che con il loro lavoro contribuiscono a versare i soldi all’INPS per pagare le nostre pensioni.
Basta allora con l’equazione tra immigrazione e criminalità perché la stragrande maggioranza degli stranieri sono lavoratori onesti, affidabili e indispensabili per il sistema produttivo e sociale. Noi vogliamo raccontare all’Italia un’altra storia dell’immigrazione. Gli immigrati non sono una disgrazia, né solamente una necessità per le nostre aziende, i nostri campi, le nostre case. Essi sono una vera benedizione per il nostro Paese.

c) Una coalizione mondiale per il lavoro decente, anche per gli immigrati
Questo tema del “lavoro decente” e dignitoso è particolarmente caro alle Acli poiché da un decennio lo abbiamo assunto, in seguito alla raccomandazione che Giovanni Paolo II fece nel Giubileo dei lavoratori a Roma nel 2000.
Nella Caritas in Veritate, il concetto di dignità del lavoro viene richiamato e al n. 63, il Papa sottolinea come la parola «decente» applicata al lavoro stia ad indicare «un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: (…) un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa».

d) Una nuova legge sulla cittadinanza
Cambiare la legge sulla cittadinanza diventa allora la nuova frontiera dei diritti nel nostro Paese. La cittadinanza – come ho già ricordato in precedenza – deve essere riconosciuta alle seconde generazioni e agli immigrati che da almeno 5 anni sono regolarmente residenti in Italia e ne conoscono sufficientemente la lingua e la Costituzione. I figli degli immigranti hanno diritto di avere pari opportunità scolastiche e lavorative. Sono loro i nuovi cittadini, per questo bisogna promuovere una cultura dell’accoglienza, del rispetto e dell’integrazione interculturale come “grammatica del con-vivere”.
Può risultare di aiuto al nostro Paese guardare a quanto è stato fatto in ambito europeo in merito alla nuova cittadinanza. Scelte coraggiose sono già state compiute da vari Paesi europei come Danimarca, Svezia, Finlandia e Olanda che hanno deciso di estendere agli stranieri il diritto di voto in occasione delle elezioni amministrative. Nella stessa logica culturale si è mossa anche la Germania – la cui precedente legge era molto simile a quella italiana – che nel 1999 ha cambiato la sua legge sulla cittadinanza, (passando dalla jus sanguinis alla jus soli) rendendola accessibile agli immigrati di seconda generazione. Anche in Italia si avverte da tempo la necessità di rivedere la legge n.91 sulla cittadinanza che risale al 5 febbraio 1992. E’ arrivato il momento di fare questa riforma per diverse ragioni:
–        perché gli immigrati sono una importante presenza di incremento e di ringiovanimento demografico dell’Italia (basti pensare che su 60 milioni di abitanti ben 5 milioni  sono gli immigrati e che ogni anno nascono 60 mila bambini, figli di coppie immigrate);
–        perché gli immigrati già rappresentano una importantissima risorsa economica, se è vero che i lavoratori immigrati sono il 10% e che il PIL nazionale è dovuto per il l’11% all’apporto degli immigrati;
–        perché gli immigrati arricchiscono la popolazione italiana non solo demograficamente ed economicamente, ma anche culturalmente, grazie ai loro valori culturali e religiosi, alle loro lingue e alle loro tradizioni;
–        infine, bisogna continuare sulla strada già tracciata dalla “Carta dei valori” promossa dall’allora Ministro dell’Interno, Giuliano Amato, e costruire insieme agli immigrati e alle seconde generazioni (i “nuovi italiani”) un comune ethos civile, ossia un’etica pubblica dove siano ben definiti i principi e le regole della convivenza civile.
(Reggio Calabria, 24 febbraio 2011Convegno diocesano “Figli di immigrati: i nuovi cittadini”)
 

I figli di immigrati e la loro inclusione nell’Agenda di speranza per il futuro dell’Italia
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