“I have a dream”. Il sogno di Martin Luther King

Martin Luther King (1929-1968)

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia. Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!”

Era il 28 agosto del 1963 e un giovane pastore battista di colore (che l’anno dopo sarebbe stato insignito del Premio Nobel per la Pace) infiammava le coscienze delle donne e degli uomini degli Stati Uniti. Il suo nome era Martin Luther King ed è stato l’emblema di una generazione. Che scendeva nelle piazze e cantava “We shall overcome”, che credeva possibile, con un ottimismo che pareva rasentare l’ingenuità, trasformare il mondo in modo nonviolento, superare ciò che nell’America di soli cinquant’anni fa era considerato normale: fontanelle pubbliche separate per bianchi e neri, balconate  altrettanto separate a teatro e così i posti negli autobus pubblici. La sua eredità, continua a ripetere il reverendo nero Jessie Jackson, con lui sulla terrazza dell’albergo di Memphis dove un cecchino mai individuato lo assassinò il 4 aprile del 1968, “è facile da ammirare, ma difficile da seguire.

Ricordare King soltanto come un sognatore significa fare ingiustizia a lui e alla sua memoria”. In quell’intervento profetico del 1967, noto come la marcia dei duecentomila e con il celebre discorso “I have a dream”,   Martin Luther King sottolineò quattro punti: 1) il militarismo americano avrebbe distrutto la lotta alla povertà; 2) la superficialità americana produce violenza, disperazione e disprezzo per la legge negli stessi Stati Uniti; 3) l’utilizzo della gente di colore per combattere contro altra gente di colore all’estero è una manipolazione crudele dei poveri; 4) i diritti umani andrebbero misurati con lo stesso metro ovunque. Temi di un’attualità straordinaria.

 

Un profeta della nonviolenza nel XX secolo

Eppure bisogna andare oltre l’immagine stereotipata e convenzionale di una figura in realtà molto complessa, che non si può appiattire nell’icona dell’integrazionista nonviolento, moderato e realista, magari contrapponendolo ai leader più radicali del Civil Rights Movement. King fu certamente un profeta della nonviolenza nel XX secolo, certamente si ispirò alle idee gandhiane e certamente concepì un “fronte delle coscienze” composto da bianchi e da neri “insieme”. Tuttavia, soprattutto negli ultimi anni del suo ministero, le sue analisi politiche e persino le sue strategie di lotta si radicalizzarono: la retorica del “sogno americano”, così forte nel 1963 quando pronunciò il suo discorso più famoso a Washington, fece spazio alla denuncia dell’ “incubo” americano per venti milioni di neri, esclusi dalla ricchezza e dalle opportunità garantite ai bianchi che vivevano nel loro stesso paese, il più ricco al mondo. Non a caso in quegli anni recuperò persino alcune idee del suo storico avversario, Malcolm X, soprattutto la convinzione che lo smantellamento del sistema di potere dei bianchi avrebbe richiesto molto tempo ed una dura lotta di massa in cui spesso gli afroamericani si sarebbero trovati soli.

Negli ultimi anni King arrivò a denunciare le storture e le contraddizioni del sistema capitalistico e lanciò un monito politicamente molto rilevante: “America devi nascere di nuovo”! In quegli stessi anni ruppe con l’Amministrazione Johnson, quella che aveva concesso il diritto di voto agli afroamericani, perché aveva realizzato un’ escalation militare in Vietnam; in quell’occasione, molti bianchi moderati gli voltarono le spalle e Martin Luther King divenne Martin Loser King, il perdente.

 

Le radici evangeliche della nonviolenza

Per capire il valore di questa figura occorre andare alle radici evangeliche della sua scelta nonviolenta. Furono decisive, assolute. Non vi è ombra di dubbio che, pur affascinato dalle tecniche gandhiane, King fu sempre un cristiano convinto e la sua prospettiva teologica fu quella dell’agape cristiana, non altro. Come bene ha scritto Paolo Naso nel suo testo “Come una città sulla collina” (Claudiana, Torino 2008)  King fu un cristiano coscientemente inserito nella tradizione del puritanesimo americano. Naso analizza con rigore questo nesso e giunge alla conclusione che la forza spirituale di King ha la sua radice proprio in questo rapporto teologico con la storia, la teologia e la spiritualità dei primi coloni americani che giunsero nel New England con l’idea di costruire la Gerusalemme celeste: abbandonavano la corrotta Babilonia europea per costruire una città di Dio che fosse modello di carità cristiana. È questa è esattamente un’idea che ritroviamo in tutto il percorso teologico e politico di Martin Luther King.

 

La nonviolenza non è rinuncia, è lotta

Un’ultima precisazione. Ancora oggi molti credono che la nonviolenza significhi rinuncia. Per il pastore battista la lotta nonviolenta ebbe obiettivi diversi: a Montgomery nel 1955 servì a lanciare una grande campagna per la desegregazione dei mezzi di trasporto; a Washington, nel 1963, King marciò per ottenere il diritto di voto per oltre venti milioni di afroamericani che ne erano esclusi;  a Birmingham, sempre nel 1963, la mobilitazione nonviolenta servì a denunciare il fatto che, nonostante le leggi della desegregazione e le sentenze dei tribunali, gran parte del Sud restava segnato da pratiche e atteggiamenti razzisti; a Memphis, quando morì, King stava organizzando una grande marcia nonviolenta contro la povertà. Insomma gli obiettivi furono vari e diversi: la nonviolenza fu lo strumento politico e morale per fare breccia nella coscienza degli americani. Una strategia che registrò molti successi: prima del Civil Rights Movement, mai l’America aveva vissuto una stagione nella quale bianchi e neri, democratici e repubblicani, cristiani ed ebrei, musulmani e non credenti avevano partecipato insieme a una serie di grandi mobilitazioni politiche. Era un’America “arcobaleno” che abbiamo visto anche dopo la morte di King, ma non con la stessa continuità e intensità propria degli anni che vanno dal 1955 al 1968.

 

Abbiamo bisogno di estremisti creativi

Anni fa chiesi a Paolo Naso, autore di alcuni testi che aiutano ad andare in profondità nel pensiero di King, cosa possono fare le Chiese per sostenere pensieri e azioni di pace e perché fanno fatica a scegliere, in modo determinato, la via della pace e della nonviolenza? Mi rispose così: “Le Chiese, buona parte delle Chiese, non scelsero la via della nonviolenza neanche al tempo di King, neanche di fronte allo scandalo morale del razzismo e della segregazione. Quando nella Birmingham razzista del 1963 King e i suoi colleghi attuarono il progetto C –confrontation – ossia promossero una serie di mobilitazioni tese a far esplodere la contraddizione di un paese che da una parte aveva abrogato le norme segregazioniste ma che dall’altra lasciava che in molti stati restassero in vigore nei fatti, molti clergymen scrissero una lettera in cui accusavano i leader del movimento di promuovere un comportamento non cristiano, che turbava l’ordine della comunità civile, che  creava divisioni tra i credenti e che, pur nonviolento nella forma, era estremista nei fatti. La risposta di King fu una “lettera dal carcere” in cui chiedeva se, a questa stregua,  non fossero stati estremisti anche il profeta Amos e Gesù, Lutero e Thomas Jefferson:  “Gesù Cristo, era un estremista dell’amore, della verità, della bontà, e in virtù di questo si è innalzato al di sopra del suo ambiente – scrisse. –  Forse gli stati del Sud, la nazione e il mondo hanno un estremo bisogno di estremisti creativi”.

 

Daniele Rocchetti

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