I pontefici e le Acli: Giovanni Paolo II nel 1991

L’incontro del Papa con Gioventù Aclista del gennaio del 1983 possiamo ora vederlo come preludio della grande udienza del 7 dicembre 1991, nell’ambito del XVIII Congresso Nazionale (Roma, 4-8/12/1991), che segna la piena riconciliazione delle Acli con il Papa e la Chiesa.

Il tempo della lacerazione viene definitivamente risanato, si riaprono tutti gli spazi della comunicazione ecclesiale e, da parte del Papa, giunge alle Acli un nuovo “riconoscimento”. Erano trascorsi venti anni da quando Paolo VI, il 19 giugno 1971, aveva pronunciato quella “deplorazione” nell’ambito dell’Assemblea generale della Cei che, da quel momento, privava le Acli del consenso della gerarchia.

Per il nostro movimento furono venti anni di attraversamento nel deserto prima del grande abbraccio col Pontefice, alla presenza del Presidente e del Segretario della Cei, del Segretario di Stato Card. Sodano, dei Vescovi responsabili della Commissione per i problemi sociali e il lavoro. Questo incontro veniva dunque ad assumere un chiaro significato simbolico e risanava una ferita storica.

La data del 1991 aumenta il carattere simbolico di questo avvenimento, poiché segna esattamente cento anni dalla Rerum novarum di Leone XIII, la prima enciclica sociale dei tempi moderni che sarà celebrata da Giovanni Paolo II con la nuova enciclica Centesimus annus.

Ecco i passaggi principali del discorso di Giovanni Paolo II che ha parlato delle Acli come movimento di formazione e testimonianza:

Certamente un movimento è cristiano perché ispira le sue scelte sociali, economiche, sindacali e politiche al Vangelo e alla Dottrina sociale della Chiesa, ma lo è pure perché, come movimento, intende formare la mentalità ed educare la vita spirituale dei soci, affinché trovino in Cristo la guida sicura per affrontare i problemi della vita moderna. La formazione cristiana deve costituire, così, l’obiettivo prioritario di tutto il movimento e deve trovare il suo logico collegamento con le strutture ecclesiali della pastorale sociale e del lavoro. Nello sforzo di essere un autentico movimento cristiano avete davanti a voi numerosi e gravi problemi che richiedono vaste competenze, fede salda, amore generoso ad ogni uomo, ma soprattutto a quello più debole.

Poi ha affrontato i problemi dell’economia e del mercato, perché sia al servizio del bene comune:

Una precisa conoscenza dei meccanismi di mercato vi consentirà di unirvi all’opera delle forze sociali e dello Stato, perché il mercato sia effettivamente al servizio del bene comune (Centesimus annus, n.35), il quale esige certamente l’esistenza della libera iniziativa, ma richiede che sia realizzata per l’uomo e in modo umano. Da ciò deriva il dovere di favorire la libera iniziativa e una politica economica che procuri lavoro per i disoccupati, soprattutto se giovani (Ib., n.43).

Giovanni Paolo II chiese attenzione particolare per gli immigrati e per i poveri

La presenza degli immigrati vi darà modo di verificare questo orientamento e di praticare un’accoglienza fattiva e cordiale con forme di dialogo aperto anche all’annuncio di Cristo.

[…] Lavorando seriamente per il bene comune, impegnatevi soprattutto per i popoli più poveri, che hanno diritto alla vostra solidarietà in forza del principio della destinazione universale delle risorse della terra: con il metro di questa solidarietà il Signore giudica le vostre persone, le vostre azioni e le comunità a cui appartenete.

Infine il Papa concluse riprendendo la Gaudium et spes per ricordare la finalità del lavoro nell’associarsi all’opera di salvezza di Cristo:

Come afferma la Costituzione pastorale, Gaudium et spes, «con il lavoro l’uomo provvede ordinariamente alla vita propria e dei suoi familiari, comunica con gli altri e rende servizio agli uomini suoi fratelli, può praticare una vera carità e collaborare con la propria attività al completarsi della divina creazione. Ancor più: sappiamo che, offrendo a Dio il proprio lavoro, l’uomo si associa all’opera stessa redentiva di Cristo, il quale ha conferito al lavoro una elevatissima dignità, lavorando con le proprie mani a Nazareth» (n.67) – Dal discorso di Giovanni Paolo II alle Acli – Roma, 7 dicembre 1991.

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