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SS. Pietro e Paolo - Giovedì 29 Giugno 2017
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XII Domenica del Tempo Ordinario

Domenica – 25 giugno 2017 - Anno A
Parola del giorno: Ger 20,10-13; Sal 68; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 10,26-33)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «26Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. 29Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! 32Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Riccardo Donà, accompagnatore spirituale Acli Friuli Venezia Giulia e Acli Trieste


Qualche volta quando camminando per strada incrociamo qualcuno che ha attraversato il Mediterraneo per trovare qui da noi in Europa la salvezza, la pace, il lavoro, la sicurezza, ci viene da pensare, da giudicare, guardando quel viso tanto diverso dal nostro, il colore della sua pelle, i suoi vestiti... "Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli".

Il Vangelo di Gesù di questa XII domenica di giugno ci viene incontro, ci aiuta a ritrovare quel volto di Gesù nostro fratello nel volto di un altro fratello che ci passa accanto e non più anonimo, ma che ora ha un significato più profondo, quel volto non sarà più anonimo avrà un nome.

"Non abbiate paura", non è forse la paura quella che in questo tempo ci angustia quando usciamo da casa? Lo è stato anche per gli Apostoli, ricordiamo la paura che avevano di uscire dal Cenacolo, dopo la Resurrezione del Signore. Per ben due volte Gesù ripete "non abbiate paura", é un incoraggiamento forte ad uscire per le strade, a portare il lieto annuncio "Io sono il Risorto andate e annunciate a tutti che la morte è stata sconfitta".

La resurrezione avviene già qui, quando io Lo riconosco nei miei fratelli poveri, delusi, ammalati, abbandonati, senza lavoro, dentro il nostro cuore avviene un cambiamento profondo, é l'amore che ci trasforma e trasforma tutto l'universo, ci fa sentire pieni di gioia, pace, senza paura, questa ci é stata tolta.

In un'altra parte del Vangelo Gesù ci dice "a chi mi ama mi manifesterò", cioè Lui si mostra, non fisicamente ma nello spirito, é sempre Lui che appare davanti a noi nelle sembianze di questo o quel fratello da amare, non va dimenticato che la fonte della gioia è Gesù, in un mondo dove la gioia è molte volte trasgressione, droga, gioco d’azzardo, sesso libero e sfrenato, finanza giocata sulla pelle dei più poveri. Gesù ci indica la strada della vera gioia nell'incontro con Lui, senza paura, quel lui fratello, altro da noi, che ha appena incontrato senza saperlo un Risorto, ha incontrato uno che ha avuto il coraggio di amare uscendo da se stesso e gli ha trasmesso la gioia del Risorto.

Ma Cristo – ricorda Gregorio – è presente anche nei poveri, per cui essi non devono mai essere oltraggiati: «Non disprezzare costoro, che giacciono stesi, come se per questo non valessero niente. Considera chi sono, e scoprirai quale è la loro dignità: essi ci rappresentano la Persona del Salvatore. Ed è così, perché il Signore, nella sua bontà, prestò loro la sua stessa Persona, affinché, per mezzo di essa, si muovano a compassione coloro che sono duri di cuore e nemici dei poveri». «Sii generoso con questi fratelli, vittime della sventura. Da’ all’affamato ciò che togli al tuo ventre». (San Gregorio di Nissa Vescovo Cesarea di Cappadocia, circa 335 – 395)

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Santissimo corpo e sangue di Cristo

Domenica – 18 giugno 2017 - Anno A
Parola del giorno: Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1 Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Riccardo Donà, accompagnatore spirituale Acli Friuli Venezia Giulia e Acli Trieste


"Io sono il pane vivo disceso dal cielo". Così inizia il Vangelo di Giovanni in questa domenica dedicata all'Eucarestia. Gesù si fa pane per noi, la sua carne deve essere mangiata e il suo sangue deve essere bevuto perché Lui vuole che noi diventiamo come Lui pane vivo, cioè vivente in noi, come Lui per essere poi a sua volta ridistribuito, portato, condiviso con i fratelli più poveri, con i più bisognosi di pane vivo.

Il significato profondo è che portiamo a tutti il pane della speranza là dove la speranza non c'è più, il pane della condivisione dove oramai per egoismo non si condivide più, il pane della gioia dove la gioia è purtroppo un ricordo lontano, il pane del Risorto là dove gli stessi fratelli cristiani non credono più.

Il pane che ci aiuta ad incontrare i fratelli e a sentirli uguali a noi, specialmente coloro che scappando dai loro paesi per motivi vari, guerre, carestie, ci vengono ad incontrare facendoci conoscere la loro cultura, tradizione e religione.
Solo il pane disceso dal cielo ci può far incontrare alla stessa mensa diversi ma uguali, ci identifica, ci rende fratelli fra noi e con Gesù.
Quel pane che discende dal cielo ci aiuta a ritrovare qui in terra e poi nell'eternità il cielo che abbiamo qualche volta perduto sentendoci troppo pieni di noi stessi, troppo ricchi di cose superflue, lontani dai fratelli.

"Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita". Il messaggio è chiaro: non avremo in noi la vita cioè non potremo essere come Lui-Gesù, la pace, la gioia, la speranza di essere dei risorti.

Grazie all’Eucaristia, il cristiano è veramente ciò che mangia!
La nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende altro che a farci diventare quello che mangiamo” (San Leone Magno).

La nostra povera umanità si dilata verso l'eternità mangiando e bevendo del suo adorato corpo che ha lavorato, predicato, amato, guarito, ha patito ed è morto ma è Risorto ed è voluto restare in mezzo a noi nell'Eucarestia per accompagnarci fino alla fine dei secoli.

Il tuo corpo sacro, crocifisso per noi, noi mangiamo. Il tuo sangue prezioso, versato per noi, noi beviamo.
Il tuo corpo sia la nostra salvezza!
Il tuo sangue, liberazione dalle colpe.

(Preghiere dei primi cristiani)

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Santissima Trinità

Domenica – 11 giugno 2017 - Anno A
Parola del giorno: Es 34,4b-6. 8-9; Dn 3,52.56; 2 Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 3,16-18)

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «16Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Cristiano Re, accompagnatore spirituale Acli Bergamo

La festa che oggi la Chiesa celebra ci apre un altro squarcio su chi è Dio, su qual è la sua essenza profonda… la Trinità. Per secoli abbiamo cercato di dimostrare come l’uno stia nel tre e puntualmente abbiamo fatto fatica a tenere assieme teologia e matematica, finendo per perderci dietro a queste cose e perdendo di vista proprio ciò che di Dio avremmo dovuto sapere e che Gesù ci ha fatto conoscere.

E’ molto più comodo, in fondo, lasciare che Dio stia in un “suo” mondo, possibilmente astratto, incomprensibile e irraggiungibile e quindi il più lontano possibile dal nostro. E’ tutto più facile se sappiamo che lui tutto sommato è altro rispetto alla nostra storia. Lo abbiamo fatto così tanto che lo abbiamo reso “qualcosa in più” fino a sostituirlo con una religione di cosiddetti “valori non negoziabili” nei quali finalmente riconoscerci e a partire dai quali poter rivendicare la superiorità di ciò che siamo noi rispetto agli altri e questo a tutti i livelli. Così facendo abbiamo perso la caratteristica più profonda che c’è nel nostro Dio.

Nel suo atteggiamento, nelle sue parole, in ogni suo gesto, Gesù mostra un Dio non immobile, non chiuso in se stesso o nella sua perfezione. Per Gesù Dio non è mai il totalmente Altro, piuttosto lo racconta come un Dio abitato potentemente da una passione: quella di stabilire una comunione, essere in relazione. Un Dio che sceglie e ama abitare tra gli uomini. Un Dio che non indossa i panni di un monarca autosufficiente, ma che si mostra come dono, accoglienza, amore. Un Dio che vive di relazione che non può mai farne a meno. Chissà quante volte ci siamo chiesti chi è Dio? Ecco! Dio è comunione, è comunicazione, è famiglia. Se vuoi pensare a Dio nella sua essenza più profonda pensalo come quelle persone che si vogliono talmente bene da essere divenute una cosa sola. Pensalo come quelle amicizie talmente vere che tra i due si riesce a sentire nello stesso modo. Pensalo come quelle persone che per capire come sta l’altro devono solo guardarlo negli occhi o sentire il tono della sua voce. Pensalo come quel volersi bene che permette di superare tutti gli ostacoli perché sempre mette al centro le cose importanti e che sa bene che mai l’altro volontariamente farebbe qualcosa di male nei tuoi confronti.

Bellissimo che per comprendere i grandi misteri di Dio noi possiamo sempre tornare alle grandi categorie dell’essere uomini. Bellissimo che il mistero grande dell’unità d’amore di Dio sia racchiuso dentro alle immagini più vere del nostro essere uomini. Ecco la Trinità; quando hai fatto una vera esperienza di amore e comunione poi non puoi più farne a meno. Dio è colui che non può fare a meno di essere così. Pensate se noi mettessimo il criterio della comunione come grande passaggio di inizio, di indirizzo, come elemento costitutivo e di verifica per tutte le nostre varie attività pastorali, pensate se riuscissimo a rendere la dimensione della comunione una dimensione fondante dei nostri gesti, delle nostre scelte personali, di come stiamo con gli altri, di cosa desideriamo da loro e con loro.

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Pentecoste

Domenica – 4 giugno 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 2,1-11; Sal 103; 1 Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 20,19-23)

19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Cristiano Re, accompagnatore spirituale Acli Bergamo


Più ancora che le porte del cenacolo, quella sera, era chiuso il cuore degli Undici, barricato dentro le proprie convinzioni e riserve, paralizzato dalle proprie paure. C’era qualcosa a cui essi attribuivano un potere superiore a quello del Signore: il timore nei confronti dei Giudei, dice il Vangelo. Le nostre paure, le rigidità che ci immobilizzano e quanto la fede è capace davvero di restituire sguardo e fiducia alla nostra vita e quanto Dio è davvero importante per la nostra vita se poi continuiamo ad avere paura.

Ripenso a tutte quelle situazioni nelle quali c’è un potere paralizzante davanti al quale finisco per concludere: neanche Dio può farci più nulla. Eppure, Dio non si rassegna. Dio non dice mai “non c’è più nulla da fare”. Dio non lo fa mai. Dio ripete sempre: “Ricevete lo Spirito Santo!”. Dalla parte della vita, fino alla fine, anche quando tutto sembra portare i segni evidenti del fallimento. “Ricevete lo Spirito Santo…”.

Cosa può significare celebrare ancora la Pentecoste se non sentirsi ripetere che non è ancora la fine e che Dio non cessa di riversare il suo Spirito e non perché finalmente la situazione sia ideale ma, forse, proprio perché essa sembra allo sbando?

Quella sera il Signore si rese presente – venne Gesù, stette in mezzo a loro – in mezzo a una comunità che conosceva bene fragilità e paure.  A loro consegnò il dono della pace che nulla ha a che vedere con una esistenza al riparo da lotte e tensioni, nulla da spartire col nostro bisogno di starcene in pace… La pace donata dal Risorto, infatti, è quella capacità di riconoscere che se la paura e la fragilità sono evidenti, ben più grande è la fiducia in colui che vince il male grazie a una misericordia e ad una cura insperata.
Non è forse questo il compito della comunità cristiana inviata per essere segno di nuovi inizi, di possibili germogli nella misura in cui si lascia condurre dallo Spirito Santo e non da logiche strategiche che nulla hanno a che vedere con il Vangelo?

Un’altra storia è possibile, dice Dio, ma occorre tanta audacia da parte nostra per farla nascere. Forse dobbiamo tornare ad una dimensione diversa della Pentecoste. Ritornare alla Pentecoste piccola, quella senza clamore. La Pentecoste piccola è un dono unico, singolare, particolare, assoluto direi; dono che ha a che fare con la stessa sostanza di Dio, dono che se accolto può far scaturire lo Spirito della verità, fa nascere in modo naturale tutti i grandi doni, i grandi pensieri di cui ogni uomo è reso capace, se attraversato dallo Spirito e tutto questo dentro ai quotidiani tracciati delle nostre storie. Ecco, la forma della fede e della testimonianza si fonda in modo essenziale su questo. Dio che ha fede in noi e ci dona il suo Spirito e da qui è resa possibile la nostra fede in lui e poi anche voi date testimonianza, perché animati, riempiti dello stesso Spirito di Dio lo spirito del principio.

Il grande salto che il dono dello Spirito ci fa compiere è quello di restituire profondità e verità alle cose della vita, alle relazioni. Il dono di restituire valore divino alle cose degli uomini e tangibilità umana alle cose di Dio.

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Ascensione del Signore

Domenica – 28 maggio 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 1,1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 28,16-20)

In quel tempo, 16gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. 19Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Cristiano Re, accompagnatore spirituale Acli Bergamo

Siamo i suoi discepoli e dunque chiamati ad essere i narratori di Dio nel mondo «Andate… fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli…, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». Non so se capita a voi come tante volte a me di pensare che avremmo più volentieri optato per un’altra soluzione, magari più semplice per tutti. Insomma un poco di sano Regno di Dio con tutti i crismi del caso nel quale tra l’altro noi potremmo sperare non troppo segretamente in un qualche posto di riguardo. E invece no; perché si possa arrivare al dono dell’“Io sono con voi sino alla fine”, il per sempre della resurrezione, c’è bisogno di andare, battezzare, insegnare, costruire relazioni che sappiamo portare Dio nel cuore di chi si ha davanti, nella storia che ci chiede di essere attraversata.

C’è una frase di don Primo Mazzolari che mi fermo a leggere spesso prima del lavoro, “E’ finito il tempo di fare da spettatore sotto il pretesto che si è onesti cristiani…Troppi ancora hanno le mani pulite perché non hanno ancora fatto niente". Vuol dire che non possiamo mai dire: "intanto che il Regno di Dio non sia ancora compiuto, io sto a guardare il cielo; intanto che le cose non vanno come devono andare io guardo il cielo; intanto che la mia comunità, i parrocchiani, i preti, i ragazzi dell’oratorio, si mettono apposto, io guardo il cielo”. Quante volte ho guardato il cielo! È così bello, fermarsi a guardare il cielo. Magari con un poco di nostalgia delle "cose di lassù" e forse perché non ne possiamo più di "quelle di quaggiù"; eppure il Vangelo è chiarissimo dicendoci che dobbiamo saper guardare in terra, guardare la concretezza dell’annuncio perché questo è il nostro tempo; tempo della responsabilità che nasce anzitutto dal “sì” che noi possiamo dire o non dire; dalla fiducia che esprimiamo oppure no.

Per fare questo, occorre, come ci dice il Vangelo, "andare in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato"; occorre, cioè, ritornare alle origini, alle cose importanti, al momento in cui Gesù ha posto lo sguardo su di noi e ci ha conquistato, e lo abbiamo seguito.

Significa partire dalla povertà di questa mia parrocchia, della mia associazione, dal senso di disagio che provo nel vivere in una Chiesa un poco scassata e scostante, magari incoerente. In questa nostra Italia che fatica. Non è una Chiesa muscolosa e super prestante quella che annuncia con verità, ma quella in conversione e nel sincero impegno verso l’autenticità e l’incontro e il servizio all’uomo; "Andate… fate discepoli… battezzate… insegnate".

Ma chi ci può riuscire? Con quali possibilità? Che strumenti abbiamo a disposizione per farlo? Oggi diremmo: «Con quale progetto pastorale? Con quali bilanci preventivi?». Domande che denotano un atteggiamento di fondo, ci dicono che ancora non abbiamo ben capito quale sia il centro della questione. Non dipende tutto da noi con le nostre più o meno sviluppate capacità, ma da Dio! È lui, la forza! È lui, la strategia! È lui, il progetto pastorale! È lui, la possibilità! «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Questa è la nostra "marcia in più".

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VI Domenica di Pasqua

Domenica – 21 maggio 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1 Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».

COMMENTO AL VANGELO     
a cura di don Cristiano Re, accompagnatore spirituale Acli Bergamo

Quante volte ci troviamo dentro alle traversate della vita a chiederci se davvero ci sia una strada possibile, per custodire la speranza. La settimana scorsa Gesù si proponeva come via, verità e vita ed ora, con la forza e la tenerezza che lo contraddistinguono, promette un dono capace di vincere lo smarrimento del non sapere bene da che parte andare col venir meno della guida; un dono capace di vincere la paura delle solitudini che spesso ci sentiamo dentro quando ci sembra di non riconoscerci più in niente e nessuno.

Ecco il dono dello Spirito Paraclito, colui che aiuta a ricordare, a fare memoria per non essere persone che dimenticano di vivere davvero; lo Spirito che ci aiuta a vedere le cose in maniera completa e non solo a pezzettini come spesso facciamo noi rendendo la parte un assoluto, concentrandoci solo sulla nostra parte che spesso è limitata e magari anche non troppo bella. Noi ci guardiamo attorno e non ci ritroviamo più; non sappiamo bene cosa dire e come dirlo. Ecco Dio vede ciò di cui abbiamo bisogno e ciò di cui abbiamo bisogno da sempre e ci regala un aiuto che ci permetta di leggere la grande storia e la nostra piccola storia alla luce della fede.

Le cose che accadono, allora, acquistano una luce diversa, con un orizzonte di riferimento più ampio, una prospettiva di salvezza che Dio realizza creativamente tra le nostre meschinità e piccolezze, al di fuori dei nostri steccati e gruppi dove tutti alla fine la pensano allo stesso modo. Se con un pizzichino di fede lasciamo che sia davvero così, allora, la difficoltà diventa straordinaria opportunità, occasione di annuncio e motivo di cambio vero di vita. Lo Spirito ci rende consapevoli che c’è sempre uno sguardo più alto, uno sguardo di Padre sulla nostra vita, e l’essere custoditi pone in noi una speranza che è più forte di tutto.

Ed è proprio la speranza la vera responsabilità dei cristiani, la base del comandamento dell’amore e noi dobbiamo essere “sempre pronti a rispondere a chiunque ce ne chieda conto” come ci dice San Paolo. “Sempre”, dunque in ogni ambito e momento della vita; “a chiunque”, dunque non a qualcuno sì e ad altri no, ma a tutti. E Inoltre di essa i cristiani devono “rispondere”, cioè divenire responsabili perché la speranza è davvero l’unica vera testimonianza che siamo chiamati a dare al mondo, l’unica testimonianza che possiamo dare dell’amore al quale Dio ci chiama.

Pensate quante volte ci perdiamo dietro al cosa fare, cosa dire, come riguadagnare il terreno perduto. E ci scordiamo che basterebbe forse essere un poco di più uomini di speranza per testimoniare l’amore che il Padre ha consegnato al Figlio perché fosse di tutti i figli. La strada da seguire è il comandamento dell'amore che solo può perforare la spessa corazza che avvolge tanti pezzi delle nostre vite fintamente cristiane e di farci sentire nella verità del Padre che da sempre cambia il cuore degli uomini e della storia volendogli bene.

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V Domenica di Pasqua

Domenica – 14 maggio 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 6,1-7; Sal 32; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 14,1-12)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «1Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: "Vado a prepararvi un posto"? 3Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 4E del luogo dove io vado, conoscete la via». 5Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». 6Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.  7Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: "Mostraci il Padre"? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 11Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. 12In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

COMMENTO AL VANGELO 
a cura di don Antonio Cecconi, accompagnatore spirituale Acli Pisa
 
Mettersi in gioco nell'avventura di Gesù
 
Sono due gli interlocutori di Gesù in questo brano del Vangelo. L’uno è Tommaso, il più concreto e addirittura “materialista” dei dodici, quello che dubiterà della risurrezione finché non avrà toccato con mano. Quanto a concretezza, l’altro non è da meno: quando Gesù, di fronte a una folla affamata, aveva chiesto ai discepoli di dare loro da mangiare, Filippo aveva fatto un rapido calcolo: "Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo" (Gv 6,7).
 
Tommaso, Filippo e gli altri sono a mensa per l’ultima cena. Prima Gesù ha lavato loro i piedi e ora sta facendo appello alla loro fede di fronte al momento decisivo della prova. Fede è fidarsi, aprirsi alla verità e alla bontà di ciò che – per adesso – non si vede e non si tocca, ma forti di un’esperienza già fatta: tutto ciò che i discepoli hanno sperimentato nel tempo trascorso con Gesù. Adesso si tratta di abbandonarsi e mettere in gioco la propria vita, coinvolgersi personalmente nella vicenda del Maestro. Per questo, nei pochi versetti del brano, è chiamata in causa più volte la loro fede. Quello che deve esser chiaro (ma non lo è ancora per Tommaso e per Filippo) è che la fede non è rispondere alla domanda in che cosa si crede, ma in Chi si crede, e quindi di Chi ci si fida, Chi si è disposti a seguire.
 
Chiedendo di sapere la via, Tommaso vuole informazioni sul percorso per giungere a destinazione e a quel punto fermarsi, stare. Ma la via di Gesù è inseparabile dalla verità e dalla vita, si tratta di un insieme dinamico: la verità non si sa ma si vive, il “conoscere” di Gesù – e di tutta la Bibbia – è un verbo che dice un legame non intellettuale ma affettivo, una relazione personale, intima e addirittura amorosa.
Qualcosa di simile lo si ritrova nelle risposte di Gesù a Filippo che vuol vedere il Padre: un vedere materiale, di qualcosa e non di Qualcuno. La sua richiesta (“Mostraci il Padre e ci basta”) è analoga a quella di Tommaso sulla via: non cerca una relazione, ma si accontenta di un contatto, vedere senza il bisogno di incontrare, mantenendo le distanze o addirittura l’estraneità. Qualcosa di statico anziché un’esperienza dinamica.
 
Nella sua risposta Gesù (“Se venendo dietro a me non ti sei accorto di aver già visto il Padre, hai solo perso tempo...”) collega il futuro dei discepoli a quello che hanno già sperimentato vivendo con lui: il suo andare verso le persone con gesti di misericordia, con parole di perdono, incontri che dicono accoglienza, rispetto profondo, percorso di liberazione dal male e dal peccato, cammino verso la vita. Tutto questo è già incontro con il Padre, esperienza del suo amore per l’umanità.
 
E non solo: da questo flusso di vita, di salvezza, di amore donato e ricevuto adesso il discepolo è coinvolto a tal punto da diventarne lui stesso protagonista: capace di compiere le opere di Gesù o addirittura opere più grandi, perché col ritorno di Gesù al Padre il disegno della salvezza è compiuto, adesso sarà la vita dei credenti a mostrarne l’efficacia.
 
È iniziata e ancora continua quella che Emmanuel Mounier chiamò “L’avventura cristiana”: stare nel divenire storico con la certezza di qualcosa che ci riguarda da vicino e reclama il nostro impegno – personale e comunitario, caritativo e sociale, ecclesiale e civile... – ma che è possibile perché ancorato al mistero dell’amore pienamente rivelato in Cristo e accolto in quell’abbraccio d’amore che è la Santissima Trinità.

 

 
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IV Domenica di Pasqua

Domenica – 7 maggio 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 2,14a.36-41; Sal 22; 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 10,1-10)

In quel tempo, Gesù disse: «1In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Antonio Cecconi, accompagnatore spirituale Acli Pisa

Quella del pastore è una delle immagini più antiche e care con cui le prime comunità cristiane rappresentavano Gesù. Coglie un aspetto che, insieme alla verità teologica, dichiara un legame spirituale, umano, affettivo. Naturalmente è necessario fare un salto all’indietro, a ciò che significava la relazione dei credenti col Signore risorto nell’immaginario collettivo di un popolo per il quale la terminologia legata alla pastorizia (pecore, ovile, pascolo...) diceva un’esperienza quotidiana della vita e del lavoro di molti.
 
Proprio dalla terminologia “pastorale” di questa e altre parabole viene un primo importante messaggio: il cristiano vive la sua fede nella storia, il Vangelo non chiede di uscirne fuori, di astrarsi dalla vita quotidiana di cui il lavoro è parte consistente e significativa. Anzi, la Buona Notizia è veicolata proprio da immagini desunte dalla vita affinché si cali nella vita, e in particolare nell’esperienza lavorativa.
 
Basti pensare alle tante parabole con cui Gesù insegna attraverso paragoni e racconti legati ai mestieri del suo tempo, al radicamento nella sua terra: i campi coltivati a frumento, e quindi la semina, la mietitura e il raccolto come pure tutto ciò che riguarda la cura della vigna; il lavoro dei pescatori; le diverse attività domestiche con relativi usi e costumi. E tutto ciò che rivela conoscenza e amore per il territorio, con la sua flora e la sua fauna.
 
È uno dei tanti aspetti – e pensandoci bene non secondario – dell’incarnazione, di Dio-fatto-uomo che assume su di sé, eccetto il peccato, tutto ciò che fa parte della condizione umana, storica e geografica. E che gode dello splendore della creazione, scorgere fin dai piccoli segni – l’agnellino appena nato, il fiore sbocciato, gli uccellini su un albero, i campi che biondeggiano per le messi – il segno della provvidenza divina, da accogliere e vivere non come possesso, ma come dono. 
 
Dall’attenzione riconoscente alla responsabilità verso il creato il passo è breve, e non ringrazieremo mai abbastanza papa Francesco per la LAUDATO SI’, enciclica sulla “cura della casa comune” in ordine alla quale – sia come singoli credenti, sia come comunità cristiane – abbiamo non pochi peccati di omissione da farci perdonare.
 
L’altro messaggio che deduciamo da questo e altri brani del Vangelo dedicati al pastore e alle pecore si riferisce a ciò che è diventato linguaggio abituale della chiesa: “la pastorale”, termine con cui si intende tutta la vita e la missione della chiesa, la sua presenza e testimonianza nel mondo. Con uno stile da attuare e verificare in relazione a “quel” Pastore dietro al quale la chiesa cammina, uno stile che non può prescindere dalla cura e condivisione delle “gioie e speranze, tristezze e angosce degli uomini del nostro tempo, soprattutto dei più poveri e di tutti quelli che soffrono” (GS 1).
 
Le immagini dell’entrare e uscire, proteggere, trovare pascolo e sicurezza di vita che risaltano nel Vangelo odierno raccontano una cura che si sviluppa in un rapporto fiducioso, franco, vissuto con una dedizione che si fa insieme tenerezza e rispetto/promozione della libertà, cammino verso la pienezza della vita. Perché questo avvenga – e anche di questo siamo grati al magistero di papa Francesco – coloro che hanno il compito di pastori non possono non essere così attenti e presenti al gregge loro affidato da avere essi stessi “l’odore delle pecore”.

 

 
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III Domenica di Pasqua

Domenica - 30 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 2,14a.22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35
 
DAL VANGELO SECONDO LUCA (Lc 24,13-35)
 
13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: "Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?". Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: "Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?". 19Domandò loro: "Che cosa?". Gli risposero: "Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto". 25Disse loro: "Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: "Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto". Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l'un l'altro: "Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?". 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!". 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
 
COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Antonio Cecconi, accompagnatore spirituale Acli Pisa
 
Emmaus, il gesto che salva

Il racconto dell’incontro di Gesù con i due discepoli sulla via di Emmaus è da solo un Vangelo, o addirittura la Bibbia intera. Tanto da poter dire che, se di tutta la Bibbia si fosse salvata solo questa pagina, quel racconto sarebbe bastato a fondare la nostra fede.
Perché ci stanno dentro “Mosè e tutti i profeti” (che è come dire tutto l’Antico Testamento), i prodigi operati e gli insegnamenti impartiti da Gesù che fu “profeta potente in opere e in parole”, la sua passione e la morte in croce (“i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi  l’hanno crocifisso”) e infine la risurrezione, inizialmente raccontata come una chiacchiera di alcune donne senza riscontro effettivo perché “lui non l’hanno visto” e alla fine divenuta esperienza incontrovertibile grazie all’aprirsi degli occhi dei due discepoli – vero e proprio atto di fede – al momento dello spezzare il pane da parte di quell’ospite fin lì sconosciuto, compagno di viaggio sulla via di Emmaus. Una via da ripercorrere a ritroso, quasi correndo e pieni di gioia, per far ritorno a Gerusalemme e confermarsi reciprocamente tra discepoli che la risurrezione non è stato un vaneggiamento, ma il nuovo e definitivo inizio della storia.

Ma c’è anche altro in quel meraviglioso racconto, vero affresco in più quadri di Luca, evangelista-pittore: il volto triste dei due che dichiarano di aver sperato (e quindi di non sperare più), la loro insensatezza e durezza di cuore, la loro disponibilità generosa nell’invitare a tavola con loro uno sconosciuto e per di più straniero. Immagini che quasi in filigrana lasciano trasparire tanto dei nostri vissuti personali, ecclesiali, sociali...

Perché viviamo tempi tristi, tempi di poca a magra speranza se non addirittura di incombente disperazione individuale e collettiva: in Italia come fa a sperare chi ha perso o non ha mai avuto un lavoro?
E che speranza può esserci per quel che resta del popolo della Siria e per tutta una regione medio-orientale sempre più in preda a fuochi di guerra? È speranza quella che spinge a scappare sui barconi nel Mediterraneo, che per molti si tramuta in tomba?

Il viaggio verso Emmaus racconta anche la durezza del cuore di quei due discepoli che in traduzioni diverse sono chiamati anche sciocchi, stolti, ignoranti, ottusi, folli... che poi sono i vari modi di porsi di fronte a un mistero che non si tratta di capire ma solo da accogliere, adorare, contemplare, facendosene invadere e possedere a tal punto da dover resettare il proprio modo di intendere la vita.

Ma accanto alla tristezza che oscura il volto e rende amara l’esistenza, accanto all’insensibilità che chiude la mente e il cuore può esserci tuttavia posto per un gesto semplice, generoso, disinteressato: un invito a tavola, un pane da spezzare insieme, un bicchiere di vino per diventare amici. Ed è il gesto che salva, la carità che può davvero arrivare lì dove non sono naufragate la fede e la speranza. Basta un invito a tavola, l’offerta della condivisione a far incontrare Gesù Risorto, Signore e Salvatore, compagno di viaggio capace di riscaldare il cuore.
 
 
 
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II Domenica di Pasqua

Domenica - 23 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 20,19-31)

19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: "Pace a voi!". 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". 22Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati".
24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo".
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!". 27Poi disse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!". 28Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". 29Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".
30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Antonio Cecconi, accompagnatore spirituale Acli Pisa


In questo giorno il Vangelo racconta quel che avviene la sera di Pasqua nel luogo in cui i discepoli stanno nascosti per paura. Gesù entra a porte chiuse, si pone al centro, augura la pace, mostra le sue ferite di crocifisso, affida ai discepoli una missione analoga a quella conferitagli dal Padre (perdonare i peccati), soffia su di loro donando lo Spirito Santo. I discepoli sono pieni di gioia.

L’episodio si ripete, con alcune varianti, otto giorni dopo. C’è anche Tommaso, che non c’era la volta prima e non aveva voluto credere a quello che gli altri discepoli affermavano di aver visto. Nel nuovo incontro le porte sono ancora chiuse, il saluto di pace è identico ma di diverso c’è che Gesù invita proprio Tommaso a toccare con mano il segno dei chiodi e la ferita al costato. Tommaso tocca e crede, le sue parole sono la formula iniziale di quello che sarà il “Credo” cristiano. Gesù è proclamato non soltanto Signore, ma anche Dio. L’atto di fede di Tommaso è “il vertice del quarto Vangelo. Gesù non è solo il Signore risorto, ma colui che rende vicino e accessibile l’unico e invisibile Dio” (R. Fabris).

Tommaso, ponendo davanti agli appellativi Dio e Signore l’aggettivo mio (“mio Signore e mio Dio!”) non fa soltanto un’affermazione teologicamente esatta, ma soprattutto fa dell’atto di fede un incontro personale che diventa un legame con Gesù. Attraverso quel gesto si apre la strada della beatitudine per tutti quelli che – grazie anche all’iniziale incredulità di Tommaso – potranno credere anche senza aver visto e toccato.

E d’altra parte Giovanni, dopo aver scritto il quarto Vangelo, nella prima della sue lettere dirà di sé e degli altri discepoli: “vi annunciamo quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi e toccato con le nostre mani, ossia il Verbo della vita”.

In entrambi le “apparizioni” – parola da usare con estrema cautela, si tratta di tutt’altra cosa rispetto a quando la Madonna “appare” a Lourdes o a Fatima – la prima parola del Risorto è “Pace a voi!”. Non è un saluto di cortesia, Gesù non dice “Buonasera”. Il suo è un augurio che impegna i discepoli, quasi il manifesto programmatico di quel che dovranno fare da ora in poi annunciando Gesù risorto: la pace è il primo e definitivo frutto della vittoria sulla morte.

Se la morte è sconfitta, allora l’odio, le guerre, le fabbriche di violenza, il disprezzo della vita, l’ingiustizia che si accanisce sui più deboli non avranno l’ultima parola. “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova, le cose vecchie sono passate” afferma Paolo. In questa stagione di morte – il conflitto siriano, il sangue versato degli attentati rivendicati dall’Isis, i morti ammazzati nelle guerre dimenticate sparse nel mondo – tocca ai credenti nel Risorto far diventare vere le affermazioni del Concilio che la pace sulla terra “è immagine ed effetto della pace di Cristo” (GS 78) e che siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova” (GS 80).

La novità del Cristo pasquale non ha bisogno di parole, ma di uomini e donne che diventano davvero nuovi perché “costruttori di pace”.
 

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