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S. Isacco - Giovedì 19 Ottobre 2017
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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Domenica - 15 ottobre 2017 - Anno A
Parola del giorno: Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 22,1-14)

1Gesù riprese a parlare ai capi dei sacerdoti e ai farisei con parabole e disse: 2"Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. 3Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. 4Mandò di nuovo altri servi con quest'ordine: "Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!". 5Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; 6altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. 7Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. 8Poi disse ai suoi servi: "La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; 9andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze". 10Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. 11Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. 12Gli disse: "Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?". Quello ammutolì. 13Allora il re ordinò ai servi: "Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti". 14Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti".

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Francesco Pesce, accompagnatore spirituale Acli Roma

Le tre parabole di queste ultime tre domeniche hanno sviluppato progressivamente il tema della denuncia contro le massime autorità religiose che si mostrano ostili al disegno di Dio.
 
Gli invitati non solo non sono venuti perché non avevano tempo per fare festa, troppo occupati a difendere i loro interessi, ma hanno anche ucciso tutti i servi, cioè i profeti. "La festa era pronta, ma gli invitati non ne erano degni; ora andate ai crocicchi delle strade”. Il termine greco indica più precisamente il confine di un territorio, dove le strade romane terminavano e iniziavano le campagne con i loro sentieri.
 
Gesù vuole indicarci di andare verso le periferie, dove vivono gli esclusi, gli emarginati. La missione della Chiesa deve avere nelle periferie il suo centro: "E tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze", tutti, non c’è più un popolo eletto, ma c’è una chiamata universale.
 
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale”. Chi accoglie la chiamata, la deve poi vivere in un cambiamento concreto, a partire dall'eucarestia. L’eucaristia è un modo di vivere, non un rito. Stiamo tutti molto attenti al rischio di ridurre l’eucarestia a una devozione privata, intimistica, in un rapporto esclusivo tra me e il Signore, dove gli altri e il mondo non ci sono più. Il nostro battesimo è un battesimo che ci deve rendere appassionati, incapaci di stare in silenzio davanti alle ingiustizie. L’annuncio del Vangelo è affidato a chi ha questa passione, ed è un annuncio urgente, perché Gesù ricorda che la Scrittura verrà dopo la Giustizia e la Giustizia ancora non c’è.
 
Il Vangelo nella sua potenza può vincere ogni resistenza: anche le nostre schiavitù pesano sulla nostra vocazione; ci impediscono di metterci in cammino verso un'esperienza di liberazione, di passaggio a una vita nuova. Forse accusiamo varie situazioni esterne, ce la prendiamo con qualche faraone di turno: la verità è invece nel riconoscere che dentro di noi c'è la schiavitù, c'è l'ostinazione, c'è il rifiuto a vedere i segni, i miracoli, il passaggio di Dio nella nostra vita. Allora possiamo ricevere tutti i sacramenti che vogliamo, possiamo credere di essere buoni e giusti perché non facciamo il male, ma siamo lontani dal vivere la gioia di questo passaggio di Dio dentro di noi.
 
Non abbiamo sempre compreso che le scelte di fede sono esperienze che vanno vissute dentro la nostra esperienza umana perché sono il segno, la manifestazione dell'agire di Dio in noi. Quando Dio è in noi, pur camminando tra le vicende non sempre facili di questo mondo, è certo che siamo aperti ad una esperienza nuova di libertà che dà una gioia nuova alla nostra vita.
 
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XXVII Domenica del Tempo Ordinario

Domenica - 08 ottobre 2017 - Anno A
Parola del giorno: Is 5,1-7; Sal 79; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 33Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 34Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. 35Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. 36Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. 37Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: "Avranno rispetto per mio figlio!". 38Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: "Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!". 39Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. 40Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?". 41Gli risposero: "Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo".
42E Gesù disse loro: "Non avete mai letto nelle Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d'angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi
?
43Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Francesco Pesce, accompagnatore spirituale Acli Roma

La nostra vigna, la nostra Europa, il nostro mondo, sono davvero come quella descritta da Isaia: ormai i muri di cinta non ci sono più, ormai siamo provvidenzialmente assediati dai poveri, da quelli che sono esclusi.

Ci sono allora quelli che guardano con contentezza a questi popoli che sono arrivati, a questa nuova possibilità di fraternità. Altri vivono in un una paura indotta, un sospetto non certamente cristiano, e vorrebbero restaurare un passato che non c’è più; e ben passato sia. Alcuni tentativi di recuperare una situazione di occidente padrone, o anche di una civiltà cristiana, sono patetici, antievangelici e nascondono solo maldestre manovre di mantenimento di poteri e privilegi.

Siamo comunque in una situazione sociale, politica e anche religiosa divisa, lacerata; è un bene che sia così. In questo modo noi cristiani siamo costretti a fare delle scelte precise; nel mondo ma non del mondo ricorda il Vangelo; potremmo dire in termini moderni, nel sistema ma non del sistema; i cristiani hanno l’obbligo di schierarsi dalla parte degli esclusi, costi quel che costi.

Nel Vangelo di questa domenica, Gesù si rivolge ancora «Ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» (Mt 21,33), cioè a tutti quelli che avrebbero dovuto custodire la vigna. Al contrario, approfittando del loro incarico, hanno tramato soltanto per i loro interessi.

L’autorità è davvero preziosa quando si prefigge di prendersi cura. A volte purtroppo si vedono vignaioli, autorità, poco autorevoli, che si occupano dei propri interessi personali o di famiglia, o di partito o di gruppo di appartenenza, pieni di vanità e di potere; molti mercenari siedono in alto; sono pastori come ricorda il profeta Geremia: che pascolano se stessi e rovinano il popolo di Dio.

«Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio». Non solo il regno di Dio ci viene “tolto”, ma «Sarà dato a un popolo». Sta già accadendo. Sta accadendo a livello di popoli e di nazioni; deve accadere anche a livello delle singole autorità.

Questa sostituzione di popoli e di autorità va intesa prima di tutto come un appello del padrone della vigna, alla conversione. Il Signore ci chiama, non solo a mai trasformare la nostra autorità in potere, non solo a produrre vino buono per tutti e non solo per alcuni, ma in modo particolare e urgente ci chiama a riconoscere i segni dei tempi, la presenza del Suo Spirito in mezzo a noi.

Il Signore ha mandato i suoi servi, che sono i profeti, ai contadini, che sono le autorità religiose di ogni tempo. Molti profeti sono stati rifiutati e anche uccisi; molti profeti sono stati messi ai margini e ripudiati; tutto questo si può riassumere nelle difficoltà che ancora oggi il Concilio Vaticano II produce in tanti cosiddetti conservatori, che vogliono conservare solo la loro ideologia e i loro privilegi.

Anche il Figlio di Dio che è «l’erede» è stato ucciso «fuori della vigna», cioè fuori di Gerusalemme (cf Lc 13,33), ma il Padre lo ha risuscitato.

Chi possiede nella Chiesa autorità, deve vigilare perché è molto semplice ridursi a uomini e donne di potere. «Udita questa parabola i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro» (Mt 21,45). La Parola di Dio meditata e pregata ogni giorno, l’Eucarestia celebrata, ci aiutino a servire la Chiesa e il mondo e non a servirsene.
 

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XXVI Domenica del Tempo Ordinario

Domenica - 01 ottobre 2017 - Anno A
Parola del giorno: Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 21,28-32)

In quel tempo, disse Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: 28«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: "Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna". 29Ed egli rispose: "Non ne ho voglia". Ma poi si pentì e vi andò. 30Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: "Sì, signore". Ma non vi andò. 31Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Francesco Pesce, accompagnatore spirituale Acli Roma

Gesù si trova nel tempio e parla ai «capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» (Mt 21,23); credono in Dio a parole, ma non nelle opere della loro vita. Gesù aveva appena detto che il tempio era stato ridotto ad un mercato e a un luogo di ladrocini. Le autorità si sentono accusate e chiedono a Gesù con quale autorità faccia questo.  Gesù risponde con una domanda: “Prima ditemi voi con che autorità esercitava Giovanni il Battista. Veniva il suo insegnamento dal cielo o dagli uomini?”. Le autorità “non potevano” rispondere a Gesù perché la loro vita non era mai stata libera ed erano incagliate nella religione della sopraffazione e del privilegio.

Gesù racconta allora la parabola che vediamo nella liturgia di questa domenica (Mt 21,28-32). La vigna è immagine del popolo di Israele e vediamo subito un primo figlio che risponde di no all'invito del Signore a lavorare per questa vigna, ma poi si pente: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli, si rivolse al primo e disse: ‘Figlio oggi vai a lavorare nella vigna; egli rispose: 'Non ne ho voglia', ma poi si pentì e vi andò.
“Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: 'Sì signore’”
. Sembra la risposta di un militare al suo superiore. Questo secondo figlio non ha un rapporto con il Padre, ma con un padrone al quale obbedire. “Ma non vi andò”.

Nelle parole di Gesù ascoltiamo la stessa denuncia del profeta Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. Gesù mette a confronto le autorità del Tempio, quelli che occupano i primi posti nella società, con i pubblicani e le prostitute, quelli degli ultimi posti, coloro che erano considerati gli emarginati da Dio. «Pubblicani e prostitute vi passano avanti”.

Voi al contrario avete visto queste cose ma poi non vi siete nemmeno pentiti”. Si possono pentire i figli, non i servi, si pente il figlio prodigo, si pente Giuda il traditore; non si potranno mai pentire quelli che basano la loro vita solo su se stessi e sul proprio potere.

Questa parabola è rivolta in modo particolare a tutti quelli che occupano posti di autorità e di governo; Gesù li mette in guardia circa quello che oggi noi identifichiamo come formalismo, clericalismo, religione ridotta a moralismo.

Noi, a volte, nelle nostre responsabilità abbiamo annunciato parole che non erano dalla bocca di Dio; abbiamo parlato di un’etica borghese, di una metafisica medioevale; abbiamo detto tante cose, dicendo che erano la volontà di Dio, e invece non era vero, erano e sono ancora oggi a volte parole di potere, di ideologia. Abbiamo nelle nostre cattedre, nella nostra stampa cattolica, nelle nostre chiese, nelle nostre associazioni, mistificatori della Parola, persone che hanno scambiato il Vangelo con la cultura, gente che non vuole il dialogo ecumenico e con le altre religioni, anzi vuole il contrario, gente in guerra contro tutti, che giudica il mondo con disprezzo, altezzosa nei suoi privilegi e che pensa che papa Francesco sia un incidente di percorso.

La fede non è competizione, non è difesa di nessuna struttura, non è una vigna circondata da un muro con il filo spinato e gli allarmi, dove si può entrare passando una dogana.
La fede è la risposta all’amore di Dio che vuole che neanche uno solo vada perduto.
 

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XXV Domenica del Tempo Ordinario

Domenica - 24 settembre 2017 - Anno A
Parola del giorno: Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 20,1-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «1Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. 3Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, 4e disse loro: "Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò". 5Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. 6Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". 7Gli risposero: "Perché nessuno ci ha presi a giornata". Ed egli disse loro: "Andate anche voi nella vigna".
8Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: "Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi". 9Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. 11Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone 12dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo".13Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? 14Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: 15non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?". 16Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Francesco Pesce, accompagnatore spirituale Acli Roma


L’immagine della vigna è una costante in tutta la Scrittura e Gesù stesso dirà di essere vite che nutre con la sua linfa di amore, il nostro essere tralci. Gesù è il rivelatore del Padre, che non spadroneggia sulla vigna; è un “padrone” che non guarda prima di tutto ai nostri meriti, ma ai nostri bisogni.

E’ un “padrone” che esce ogni momento per andare incontro con ostinazione alle nostre vite, in particolare a quelle messe ai margini dai grandi progetti di riforma sociale. “Benedetto sei Tu Signore […] dalla Tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo“, diciamo celebrando l’Eucarestia.

Il lavoro però scarseggia, oppure è in nero, o anche spesso è precario e non tiene conto delle esigenze della famiglia, specialmente per le donne.
Per questo dobbiamo vivere il pane e il vino dell’Eucarestia con atteggiamento penitenziale, chiedendo al Signore perdono per quando abbiamo fatto finta di non vedere.
Che cosa non abbiamo voluto vedere? Non abbiamo voluto vedere quelli che sono all’ultimo posto, e siedono ai margini, lontani dal nostro benessere. Abbiamo parlato troppe volte di un’etica borghese, dicendo che era Parola di Dio, invece non era vero; la Parola di Dio non solo parla agli ultimi, ma spesso ha la voce degli ultimi. Abbiamo detto troppe volte parole che vincono, mentre il Vangelo è una Parola che salva.

Questa è la grande testimonianza del “padrone” della vigna; non ha detto parole che hanno fatto vincere la sua azienda, il suo profitto prima di tutto, ma parole che hanno salvato fino all’ultimo; così sono tutti vincitori e non ci sono vittime. Siamo tutti chiamati ad una giustizia superiore, quella della carità.

Non dobbiamo insegnare agli ultimi come si fa a vivere dignitosamente, sono loro che ce lo devono insegnare. La cosa importante è costruire un progetto di vita che parta dalla chiamata del Signore e abbia l’urgenza della liberazione dei poveri. “Vattene via Satana, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini“, dirà Gesù a Pietro.

Come la stiamo pensando la nostra vita? La nostra azienda? Le nostre relazioni? La nostra vita è una cosa che ci stiamo facendo tutta da soli, o è la risposta ad una vocazione, ad un Seguimi? Dobbiamo assumerci il destino degli ultimi; gli altri problemi vengono dopo. Vivere l’Eucaristia è partecipare alla carità di Cristo che si fa Pane e Vino, cioè vita per tutti e per ognuno.

Gesù, ti preghiamo, metti nel nostro cuore non le parole che vincono, ma quelle che salvano.

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XXIV Domenica del Tempo Ordinario

Domenica - 17 settembre 2017 - Anno A
Parola del giorno: Sir 27,30-28,9; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 18,21-35)

21Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». 22E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
23Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa". 27Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
28Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: "Restituisci quello che devi!". 29Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: "Abbi pazienza con me e ti restituirò". 30Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
31Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto. 32Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: "Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?". 34Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Alberto Campaioli, accompagnatore spirituale Acli Firenze


Il tema principale del Vangelo di questa domenica è il perdono: da dare e da ricevere.
Gesù è esigente: «Non ti dico fino a sette ma fino a settanta volte sette»: cioè sempre!
Il perdono è il centro dell’opera di Gesù nel mondo che non è venuto a condannare ma a riconciliare con Dio Padre. Parole di Gesù che possono suonare pesanti: immaginiamo la perplessità di Pietro e degli altri apostoli. Per rendere concreta e attiva questa parola di Gesù c’è bisogno di un aiuto soprannaturale, dello Spirito Santo che Gesù donerà ai suoi discepoli. E’ nel saluto di Gesù risorto ai suoi che erano rintanati nel cenacolo: «Pace a voi!», che il perdono e la riconciliazione, come un fiume che viene da Dio, sono entrati nel mondo. Quel saluto è il perdono di Gesù ai suoi che l’hanno tradito, rinnegato, abbandonato. «Pace a voi. Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi»: apostoli della riconciliazione che l’hanno ricevuta per primi.

Quale apostolo non sarebbe stato Giuda Iscariota se solo si fosse lasciato perdonare da Gesù?!

«A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi». Ecco, è nell’esperienza concreta di essere peccatori perdonati che si radica la salvezza: nell’esperienza di essere amati perché perdonati.

In fondo l’uomo della parabola, debitore di diecimila talenti (una cifra spropositata, qualcosa come 600 tonnellate d’oro) non ha accettato di essere condonato dal debito, ha continuato secondo il suo proposito: «Abbi pazienza e ti restituirò» ed è uscito con l’intento di recuperare tutti i denari di cui era creditore.
Come è difficile lasciarsi perdonare!

Quella di Dio è un’altra economia: l’economia del condono. Anche nel Padre Nostro ce lo fa ridire “… rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
E Gesù anche qui insiste: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15). Chi non usufruisce del perdono difficilmente è disposto a perdonare il proprio fratello e continua a inchiodare gli altri e se stesso alle proprie responsabilità dimenticando che in questa terra noi siamo di passaggio per imparare ad amare e ogni occasione di perdono dato o ricevuto è un’occasione di crescita nell’amore.

Anche a Simone il fariseo che lo invita a pranzo e poi assiste alla scena della donna peccatrice che bagna i piedi di Gesù con le sue lacrime e li asciuga con i suoi capelli, Gesù dice «Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (Lc 7,47).
Ogni volta che ci confessiamo e riceviamo il perdono di Dio noi cresciamo nell’amore e nella comprensione della dimensione dell’amore di Dio che scopriamo ancora più grande, perché ci ha perdonati non solo le numerose volte precedenti ma anche questa ennesima. Anche se sono sempre i soliti peccati vale sempre la pena confessarli.

 

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Esaltazione della Santa Croce

Giovedì - 14 settembre 2017 - Anno A
Parola del giorno: Nm 21,4b-9; Sal 77; Fil 2, 6-11; Gv 3,13-17

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 3,13-17)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «13Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. 14E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, 15perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
16Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. 17Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Alberto Campaioli, accompagnatore spirituale Acli Firenze


Il brano di Vangelo che meditiamo in questa festa della Esaltazione della Croce fa parte del dialogo tra Gesù e Nicodèmo “uno dei capi dei Giudei” il quale inizia il suo colloquio con Gesù con una importante ammissione: «Sappiamo che sei venuto da Dio come Maestro». Una corretta conclusione di un ragionamento teologico ben condotto!
Ma è troppo poco credere Gesù un grande maestro, venuto da Dio. Gesù vuole portare Nicodèmo a credere che lui è figlio di Dio, che è Dio stesso. E non solo, vuole anche che questo uomo-Dio sia “innalzato da terra”: riferimento evidente alla crocifissione (per noi, non altrettanto per Nicodèmo).
Sì, sono necessarie entrambe queste verità nel cuore perché in noi, come in Nicodèmo, entri la salvezza. Non solo credere che Gesù è Dio ma anche che ci ama al punto di subire tutta la violenza immaginabile e rispondere con amore. Perché questa è la croce: il più cattivo strumento di morte inventato dai persiani perché credevano che se uno moriva con i piedi sollevati da terra non aveva pace nemmeno nell’aldilà. Pensate che cattiveria!

Gesù l’ha trasformato nel segno dell’amore più grande: quello di colui che dà la vita per i propri amici. Anzi, anche per chi ancora amico non è! Ma Dio è amico di ciascun uomo e donna e in Gesù ce l’ha dimostrato.

Gesù sa bene che non basta la predicazione a salvare l’uomo, che c’è bisogno della “prova d’amore”, del dono concreto della vita. Anche quando quei “greci” andarono da Filippo a chiedergli di poter vedere Gesù (Gv 12,20-33), Gesù risponde con un discorso che apparentemente non c’entra nulla, ma che in realtà significa proprio questo: la necessità di Gesù di essere glorificato passando attraverso la passione per attirare tutti a sé.

Senza la croce i discorsi di Gesù resterebbero come un seme che non dà frutto. Di fronte alla sofferenza dell’uomo, di ogni uomo di questo mondo, Dio non fa tanti discorsi, si mette accanto e la condivide. Questo ha fatto Gesù. Ad un certo punto ha smesso di predicare e si è diretto decisamente verso Gerusalemme per morire sulla croce. Quella concretezza di amore che dalla croce inizia subito a conquistare i cuori: il primo quello del centurione romano che vistolo spirare il quel modo disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39). Che cosa aveva visto? Lui che era esperto di crocifissioni aveva visto tutti morire imprecando, maledicendo e odiando i loro crocifissori. Gesù invece è morto amando e perdonando.

Anche noi cristiani, membri della sua Chiesa, che siamo la continuazione della sua presenza nel mondo, siamo invitati da Gesù a fare altrettanto, a metterci accanto a chi soffre e portare insieme a lui la “croce”. E anche a perdonare come Gesù. Quando siamo feriti dalla cattiveria del mondo ricordiamoci di guardare il crocifisso e pensiamo a colui che ha sacrificato se stesso per noi. Questo ci aiuterà ad accogliere il suo Spirito e a rispondere anche noi con amore alla violenza. Questa è la via della salvezza: la sequela di Gesù.
 

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario

Domenica - 10 settembre 2017 - Anno A
Parola del giorno: Ez 33,7-9; Sal 94; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «15Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. 18In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
19In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. 20Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Alberto Campaioli, accompagnatore spirituale Acli Firenze


In questo brano di Vangelo Gesù ci rivela un’altra caratteristica di Dio, del cuore di Dio.
Dio non ama le divisioni: vuole portare l’umanità all’unità nella carità; anche se apparentemente sembra che Gesù dica il contrario quando afferma che se tuo fratello non si ravvede neanche di fronte a un ammonimento che viene da tutta la comunità “Sia per te come il pagano e il pubblicano”.

Sembra che dica: “Sia per te come un estraneo”, uno “fuori”, del quale “disinteressarsi”, invece riflettiamo quale sia l’atteggiamento di Gesù verso i pubblicani e i peccatori: sono quelli per i quali lui è venuto a morire sulla croce, sono quelli a cui dedica le maggiori attenzioni, tanto che i farisei e gli scribi brontolano.

Ricordiamo l’inizio del capitolo 15 di Luca: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro»”. Tanto che Gesù si rivolge a loro e racconta la stupenda parabola del Padre Misericordioso (detta anche del Figliol Prodigo) con cui cerca appunto di convincere i farisei che ha senso dedicare il proprio tempo e le attenzioni ai peccatori e fare festa anche per uno solo che si converta.

Gesù dicendoci di considerare un nostro fratello come un pagano e un pubblicano non ci sta dicendo di disinteressarci di lui ma al contrario di metterlo al centro delle nostre attenzioni per riconquistarlo, perché l’unità sia ristabilita.

Del resto ci ha anche detto “Se dunque tu presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5,23-24).

Anche nel modo in cui approcciarsi al fratello che ha commesso una colpa contro di noi il Signore ci insegna ad avere un certo tatto, rispettando la suscettibilità del fratello: “Va e ammoniscilo fra te e lui solo”: a quattrocchi. Se poi non ascolta, allora con una o due altre persone. Quale attenzione! Non ci dice di partire in quarta e svergognare davanti a tutti, ma piano piano con rispetto.

Tutto il contrario di quello che normalmente facciamo quando qualcuno ci fa un torto! Prima ne parliamo con tutto il mondo e lo mettiamo in cattiva luce e poi, forse neppure mai, glielo diciamo. Ma davvero con l’intenzione di mantenere un buon rapporto con il fratello?

E come è importante che sciogliamo ogni dissenso e ogni contrasto qui sulla terra, perché questo vale per l’eternità: “Tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”.

C’è poi un’altra rivelazione di Dio in questo brano: Gesù ci insegna che il cuore del Padre è così desideroso dell’unità e della comunione di intenti tra i suoi figli che se noi ci mettiamo d’accordo per chiedere qualcosa a Dio nel nome di Gesù, cioè in unità di intenti con lui, Egli ce la concederà. In Giovanni nei capitoli 14-16 per ben 6 volte Gesù ribadisce l’importanza di chiedere nel Suo nome per essere esauditi.
 

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XXII Domenica del Tempo Ordinario

Domenica - 3 settembre 2017 - Anno A
Parola del giorno: Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 16,21-27)

In quel tempo, 21Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. 22Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
24Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. 26Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? 27Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Alberto Campaioli, accompagnatore spirituale Acli Firenze


Questo brano di Vangelo segue quello in cui Pietro risponde alla domanda di Gesù «Chi dite che io sia?» con la professione di fede nella messianicità di Gesù: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Gesù, in risposta a questa rivelazione che Pietro ha ricevuto dal Padre, svela ai discepoli quello che sta per accadere: la passione. La sua sofferenza non è però un incidente di percorso ma rientra nel progetto che Dio gli ha affidato mandandolo nel mondo: rivelare il vero volto del Padre. Dio è Amore, per questo ci attira a sé. Nell’uomo c’è il desiderio profondo di Dio perché c’è il desiderio dell’Amore. Cercare Dio è fare un cammino di crescita nell’Amore, nel dono di se stessi. E’ questa la strada: il dono di sé.

San Paolo nella lettera ai Romani dice: «Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente», questo il culto che il Signore gradisce da noi: il dono dei nostri corpi, cioè della nostra vita concreta. Dio non vuole la morte dei suoi fedeli, ma che imparino ad amare, a fare della vita un dono. E questo è difficile perché umanamente, naturalmente, ci viene di tenere stretta la nostra vita, di tenerla per noi. E’ l’inganno del mondo: sembra che la vita sia qualcosa di limitato e che dura poco e va goduta finché c’è. Lorenzo de’ Medici diceva «…Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza».

Gesù è il primo a realizzare questo dono totale di sé. Pietro rifiuta la sofferenza, anche quella di Gesù: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma è proprio questo che Dio vuole, e anche suo Figlio! Gesù è consapevole che Pietro è immerso in questo modo di pensare del mondo. E’ il modo di pensare che l’inganno di Satana ha diffuso nell’umanità. Gesù è venuto a svelare questo inganno e a cambiare il cuore dell’uomo. E’ venuto a rivelarci il Padre, a svelarci che Dio è Amore. Per questo Gesù vuole, deve, andare a Gerusalemme per donare la vita. Non è che gli piaccia soffrire, non desidera soffrire: nell’Orto degli Ulivi pregherà il Padre che se fosse possibile passasse da lui “questo calice”, cioè se fosse possibile salvare l’umanità evitando la sofferenza della croce ben venga. Gesù non desidera patire ma desidera, come il Padre e con il Padre, amarci e trasmetterci la Vita: la sua Vita. E la vita divina è Amore oblativo. Per questo, per amor nostro, è disposto a tutto, anche alla sofferenza della croce e tutto il resto. Pietro pensa come ogni uomo a evitare la sofferenza. Ma se l’Amore sta al di là di essa, finisce con l’evitare l’Amore e con esso la Vita stessa. Quanto è forte questa parola di Gesù: per salvare la vita bisogna donarla, anche se questo può apparentemente sembrare perderla.

Noi cristiani siamo i continuatori dell’opera di Gesù, per questo san Paolo ci dice di offrire i nostri corpi “rinnovando il nostro modo di pensare”. Nella storia, dopo l’ascensione di Gesù, i suoi discepoli, coloro che portano avanti la salvezza del mondo, sono coloro che rinnegano se stessi e vivono l’Amore oblativo.

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Trasfigurazione del Signore

Domenica - 6 agosto 2017 - Anno A
Parola del giorno: Dn 7,9-10.13-14; Sal 96; 2 Pt 1,16-19; Mt 17,1-9

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 17,1-9)

In quel tempo, 1Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Andrea Del Giorgio, accompagnatore spirituale Acli Sondrio

Una delle cose meno intelligenti che un cristiano può fare è accostarsi a un brano noto del Vangelo pensando di sapere già. Il brano della trasfigurazione nel Vangelo di Matteo è un complesso e difficile gioco di allusioni in filigrana. L’anonimo monte, su cui avviene la vicenda narrata, si aggiunge, in Matteo, a quello delle tentazioni, alla montagna delle beatitudini, al monte degli ulivi e a quello in Galilea dove si conclude il Vangelo. Le ipotesi geografiche a proposito del monte Tabor o dell’Hermon, probabilmente, devono essere messe in secondo piano: l’“alto monte” della trasfigurazione è un riferimento al monte Sinai.

Caro lettore del Vangelo rassegnati: mentre cerchi di decifrare lo scritto di Matteo, tieni un dito come segno tra le pagine del libro dell’Esodo. Posa scomoda ma indispensabile.
Gesù sale sul monte alto con tre (due fratelli più uno) dei dodici, come Mosè salì il Sinai con Aronne e i suoi due figli, Nadab e suo fratello Avihu, mentre il resto delle dodici tribù aspettavano sul piano. Il volto di Gesù risplende, come quello di Mosè dopo la visione di Dio. Appaiono Mosè ed Elia entrambi legati al monte Sinai. Compare una nube luminosa, che richiama entrambe le manifestazioni di Dio nel cammino attraverso il deserto, la colonna di nube di giorno e la colonna di fuoco di notte.

I riferimenti sono talmente lampanti per l’ebreo medio che Pietro si lancia in una proposta di sapore biblico: una riedizione degli accampamenti del deserto sotto forma di tre tende da beduino.
L’episodio, così complesso, vuole forse rendere in forma narrativa un’esperienza difficilmente comunicabile con le parole. Una rivelazione della gloria di Dio che passa attraverso il confronto di Gesù con le Scritture, rappresentate da Mosè, che è simbolo della prima parte della Bibbia ebraica, la Torah, e da Elia, i Profeti.

Anche la voce di Dio è un raffinato mosaico che spazia su tutta la Bibbia con una tessera, “questi è il Figlio mio”, tratto dal salmo 2, dalla terza parte delle Scritture ebraiche, gli Scritti, un’altra, “il prediletto”, riferita originariamente ad Isacco e facente parte della Torah, la terza, “nel quale mi sono compiaciuto”, dal profeta Isaia. Siamo davanti ad un’opera d’arte affascinante e bella.

Oggi, però, nei confronti della bellezza, che esprime la gloria di Dio e porta a scelte forti di dono della vita, abbiamo un problema: se i nostri avi, di fronte ad un calice d’oro sapientemente cesellato o ad un paramento liturgico solennemente ricamato, si riempivano gli occhi e sospiravano «Che bello!», oggi per dispetto o vanità, a seconda delle sensibilità, pensiamo «Chissà quanto costa?».

«Quale bellezza salverà il mondo?». Oggi ad affascinare e salvare da un’esistenza sprecata tra consumi e affanni è la bellezza della vita di discepoli che, nonostante i loro limiti e il loro peccato, non si adeguano alle ingiustizie e all’individualismo, ma si impegnano per un mondo più giusto e trasmettono un riflesso del fascino della vita donata del Maestro.

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XVII Domenica del Tempo Ordinario

Domenica - 30 luglio 2017 - Anno A
Parola del giorno: 1Re 3,5.7-12; Sal 118; Rm 8,28-30; Mt 13,44-52

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (Mt 13,44-52)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: 44«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
47Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
51Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Andrea Del Giorgio, accompagnatore spirituale Acli Sondrio


Gesù ha prima parlato in parabole alle folle sulla spiaggia, poi è rientrato in casa per continuare il discorso con i discepoli.
Qui il Maestro tratteggia altre due immagini per mostrare le tante sfaccettature dell’idea di regno dei cieli: un uomo, forse un contadino, e un mercante; uno trova un tesoro senza cercarlo e, in maniera non del tutto onesta (la preoccupazione di Gesù non è qui quella morale), lo nasconde e compra dall’ignaro proprietario il campo; l’altro fa della ricerca della perla preziosa l’attività e la professione di tutta una vita e quando la trova è pronto a vendere tutto per averla.

Gesù con queste parabole non offre un insegnamento che fornisca alla società e alle famiglie un minimo di moralità, di valori, di indicazioni di corretto comportamento. Non è qui questione di buona educazione e di belle tradizioni di una volta o di campanilismi e identità, magari da rivendicare ed esibire contro qualcuno. La sapienza di Gesù non è prudenza e moderazione, ma audacia e anticonformismo: il regno è ricerca e tesoro, capacità di cogliere l’attimo, di rischiare e scegliere, di farsi criticare da moderati e benpensanti per inseguire una felicità, per rispondere ad un “seguimi” che spinge a cambiare se stessi e il mondo.

Gesù propone poi un’altra immagine, ambientata sul mare di Galilea che si fa sentire appena oltre l’uscio della casa. «Il regno dei cieli è una rete che raccoglie ogni genere di pesci», ... e subito scatta lo sguardo di intesa tra quattro degli ascoltatori a cui sembra di risentire la profezia del Maestro, «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini», e di rivedere reti, barche e famiglie lasciate quel mattino sulla riva. Lo stesso sguardo che dice «sta parlando di noi» passa tra i cristiani di qualche tempo dopo, mentre ascoltano le prime versioni del testo di Matteo: il regno, come le prime comunità cristiane che non senza fatiche e perplessità abbattevano muri e pregiudizi secolari, è aperto a tutti, nessuno è escluso in partenza.

Solo in seguito il racconto, riprendendo quello del grano e della zizzania, si trasforma in una parabola di separazione e di giudizio finale dove i pesci buoni (quelli conformi alle regole alimentari ebraiche) vanno nei canestri e quelli cattivi (gli impuri, senza squame e pinne, che gli ebrei non possono mangiare) gettati via.

Il discorso in parabole si conclude con un autoritratto geniale: «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». L’ultimo redattore, chiamato da qualche biblista “Matteo lo scriba”, mette la sua firma e la sua testimonianza. La cosa nuova non è solo il Vangelo di Gesù, ma anche la storia dello scriba che è divenuto discepolo.
E una nuova pagina viene scritta anche ora: la buona notizia sei tu che leggi questa pagina di Matteo, è il dubbio che già sta facendosi strada dentro di te … non varrà forse la pena di rischiare e rimettersi in gioco per fare di Dio il re, il tutto della tua vita?
 

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