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S. Mariano - Domenica 30 Aprile 2017
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III Domenica di Pasqua

Domenica - 30 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 2,14a.22-33; Sal 15; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35
 
DAL VANGELO SECONDO LUCA (Lc 24,13-35)
 
13Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, 14e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 15Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. 16Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. 17Ed egli disse loro: "Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?". Si fermarono, col volto triste; 18uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: "Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?". 19Domandò loro: "Che cosa?". Gli risposero: "Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba 23e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto". 25Disse loro: "Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! 26Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?". 27E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29Ma essi insistettero: "Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto". Egli entrò per rimanere con loro. 30Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. 32Ed essi dissero l'un l'altro: "Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?". 33Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!". 35Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
 
COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Antonio Cecconi, accompagnatore spirituale Acli Pisa
 
Emmaus, il gesto che salva

Il racconto dell’incontro di Gesù con i due discepoli sulla via di Emmaus è da solo un Vangelo, o addirittura la Bibbia intera. Tanto da poter dire che, se di tutta la Bibbia si fosse salvata solo questa pagina, quel racconto sarebbe bastato a fondare la nostra fede.
Perché ci stanno dentro “Mosè e tutti i profeti” (che è come dire tutto l’Antico Testamento), i prodigi operati e gli insegnamenti impartiti da Gesù che fu “profeta potente in opere e in parole”, la sua passione e la morte in croce (“i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi  l’hanno crocifisso”) e infine la risurrezione, inizialmente raccontata come una chiacchiera di alcune donne senza riscontro effettivo perché “lui non l’hanno visto” e alla fine divenuta esperienza incontrovertibile grazie all’aprirsi degli occhi dei due discepoli – vero e proprio atto di fede – al momento dello spezzare il pane da parte di quell’ospite fin lì sconosciuto, compagno di viaggio sulla via di Emmaus. Una via da ripercorrere a ritroso, quasi correndo e pieni di gioia, per far ritorno a Gerusalemme e confermarsi reciprocamente tra discepoli che la risurrezione non è stato un vaneggiamento, ma il nuovo e definitivo inizio della storia.

Ma c’è anche altro in quel meraviglioso racconto, vero affresco in più quadri di Luca, evangelista-pittore: il volto triste dei due che dichiarano di aver sperato (e quindi di non sperare più), la loro insensatezza e durezza di cuore, la loro disponibilità generosa nell’invitare a tavola con loro uno sconosciuto e per di più straniero. Immagini che quasi in filigrana lasciano trasparire tanto dei nostri vissuti personali, ecclesiali, sociali...

Perché viviamo tempi tristi, tempi di poca a magra speranza se non addirittura di incombente disperazione individuale e collettiva: in Italia come fa a sperare chi ha perso o non ha mai avuto un lavoro?
E che speranza può esserci per quel che resta del popolo della Siria e per tutta una regione medio-orientale sempre più in preda a fuochi di guerra? È speranza quella che spinge a scappare sui barconi nel Mediterraneo, che per molti si tramuta in tomba?

Il viaggio verso Emmaus racconta anche la durezza del cuore di quei due discepoli che in traduzioni diverse sono chiamati anche sciocchi, stolti, ignoranti, ottusi, folli... che poi sono i vari modi di porsi di fronte a un mistero che non si tratta di capire ma solo da accogliere, adorare, contemplare, facendosene invadere e possedere a tal punto da dover resettare il proprio modo di intendere la vita.

Ma accanto alla tristezza che oscura il volto e rende amara l’esistenza, accanto all’insensibilità che chiude la mente e il cuore può esserci tuttavia posto per un gesto semplice, generoso, disinteressato: un invito a tavola, un pane da spezzare insieme, un bicchiere di vino per diventare amici. Ed è il gesto che salva, la carità che può davvero arrivare lì dove non sono naufragate la fede e la speranza. Basta un invito a tavola, l’offerta della condivisione a far incontrare Gesù Risorto, Signore e Salvatore, compagno di viaggio capace di riscaldare il cuore.
 
 
 
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II Domenica di Pasqua

Domenica - 23 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 20,19-31)

19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: "Pace a voi!". 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". 22Detto questo, soffiò e disse loro: "Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati".
24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo".
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!". 27Poi disse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!". 28Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". 29Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".
30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.


COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Antonio Cecconi, accompagnatore spirituale Acli Pisa


In questo giorno il Vangelo racconta quel che avviene la sera di Pasqua nel luogo in cui i discepoli stanno nascosti per paura. Gesù entra a porte chiuse, si pone al centro, augura la pace, mostra le sue ferite di crocifisso, affida ai discepoli una missione analoga a quella conferitagli dal Padre (perdonare i peccati), soffia su di loro donando lo Spirito Santo. I discepoli sono pieni di gioia.

L’episodio si ripete, con alcune varianti, otto giorni dopo. C’è anche Tommaso, che non c’era la volta prima e non aveva voluto credere a quello che gli altri discepoli affermavano di aver visto. Nel nuovo incontro le porte sono ancora chiuse, il saluto di pace è identico ma di diverso c’è che Gesù invita proprio Tommaso a toccare con mano il segno dei chiodi e la ferita al costato. Tommaso tocca e crede, le sue parole sono la formula iniziale di quello che sarà il “Credo” cristiano. Gesù è proclamato non soltanto Signore, ma anche Dio. L’atto di fede di Tommaso è “il vertice del quarto Vangelo. Gesù non è solo il Signore risorto, ma colui che rende vicino e accessibile l’unico e invisibile Dio” (R. Fabris).

Tommaso, ponendo davanti agli appellativi Dio e Signore l’aggettivo mio (“mio Signore e mio Dio!”) non fa soltanto un’affermazione teologicamente esatta, ma soprattutto fa dell’atto di fede un incontro personale che diventa un legame con Gesù. Attraverso quel gesto si apre la strada della beatitudine per tutti quelli che – grazie anche all’iniziale incredulità di Tommaso – potranno credere anche senza aver visto e toccato.

E d’altra parte Giovanni, dopo aver scritto il quarto Vangelo, nella prima della sue lettere dirà di sé e degli altri discepoli: “vi annunciamo quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi e toccato con le nostre mani, ossia il Verbo della vita”.

In entrambi le “apparizioni” – parola da usare con estrema cautela, si tratta di tutt’altra cosa rispetto a quando la Madonna “appare” a Lourdes o a Fatima – la prima parola del Risorto è “Pace a voi!”. Non è un saluto di cortesia, Gesù non dice “Buonasera”. Il suo è un augurio che impegna i discepoli, quasi il manifesto programmatico di quel che dovranno fare da ora in poi annunciando Gesù risorto: la pace è il primo e definitivo frutto della vittoria sulla morte.

Se la morte è sconfitta, allora l’odio, le guerre, le fabbriche di violenza, il disprezzo della vita, l’ingiustizia che si accanisce sui più deboli non avranno l’ultima parola. “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova, le cose vecchie sono passate” afferma Paolo. In questa stagione di morte – il conflitto siriano, il sangue versato degli attentati rivendicati dall’Isis, i morti ammazzati nelle guerre dimenticate sparse nel mondo – tocca ai credenti nel Risorto far diventare vere le affermazioni del Concilio che la pace sulla terra “è immagine ed effetto della pace di Cristo” (GS 78) e che siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova” (GS 80).

La novità del Cristo pasquale non ha bisogno di parole, ma di uomini e donne che diventano davvero nuovi perché “costruttori di pace”.
 

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Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore

Domenica - 16 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: At 10,34a. 37-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (Gv 20,1-9)
Egli doveva risuscitare dai morti

1Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!". 3Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

COMMENTO
a cura di don Domenico Ricca, accompagnatore spirituale Acli Torino


Il suggestivo dialogo tra ombra e luce vissuto nella liturgia della Veglia, ora – nel solenne giorno di Pasqua – lascia totale libertà ad un linguaggio che canta con forza le altezze della gioia.
C'è consapevolezza che la fede è sempre una proposta, e non la si può imporre mai, a nessuno, secondo lo stile stesso del Cristo; ma la forza dell'annuncio non si fonda su un potere o su una volontà, ma sulla credibilità di una testimonianza che è gioiosa e libera.
L'annuncio è capace di essere convincente, e quindi diviene affascinante e positivamente contagioso, se si racconta; è quanto mai evangelico condividere quello che si è prima vissuto, esperienza capace di dare senso all'esistenza, che rende grondanti di luce (Turoldo) quanti hanno avuto la grazia d'incontrarsi col Signore. La forza della Pasqua ha radice proprio in quest'intreccio: la gioia dell'incontro col Risorto; la libertà consapevole esercitata nei sacramenti; lo spessore comunitario della condivisione e della testimonianza seria, mai gridata, ma sussurrata e dai lineamenti del sorriso.

Celebrare la Pasqua

Una gioia segnata da una fatica. Celebrare la Pasqua – possiamo dircelo – ci chiede una fatica: manca la concretezza di un'immagine! Nel Natale la luce delicata mette a fuoco la carne tenera d'un Bambino, accende l'attenzione sul volto materno di Maria, sulla figura di Giuseppe, su un contesto di "racconto" concreto e dai lineamenti della storia; e nei giorni di Passione viene mostrata la carne ferita, il sangue, i segni del dolore. È esperienza liturgica di contemplazione. Vedere e quindi credere. La Pasqua ci parla di un vuoto... un vuoto carico di senso, e di significato, ma davvero difficile da tradurre non solo in parole, ma anche in una dinamica che possa accendere nel nostro sguardo un'immagine concreta che sia di sostengo alla comprensione intelligente e alla memoria. Si deve ricorrere alle simbologie e ai segni per raccontare un evento che esce dalle dinamiche concrete della storia e delle esperienze degli uomini.

Segni e riti: specchio di tante verità

La liturgia indica nel cero pasquale la presenza del Cristo risorto, segno che coniuga in sé la verità, l'eleganza, il linguaggio della vita.
Pur sempre simbologie. L'uomo, anche credente, soprattutto se appesantito dalla vita e ferito dal dolore, ha bisogno di una presenza che esca dal rito e divenga vita, e che non sia solo immagine ma abbraccio. La nostra umanità, anche nei criteri della fede, rivendica una curiosità che è fondamentalmente buona, e che ci porta a sognare un Risorto nostro, uomo, di cui possiamo indagare il colore dello sguardo, percepire e riconoscere il timbro della voce; percepire nel profumo; toccare nelle esperienze. La gioia pasquale potrebbe apparire mortificata da questi limiti. Un sepolcro vuoto è garanzia della fede. Ma al tempo stesso il vuoto della presenza sembra disorientare. C'è bisogno di entrare in relazione.

L'immagine della Pasqua è la Chiesa vestita a festa. Piace pensare che un'immagine forte ed autentica di Pasqua sia la corsa, affannosa, appassionata ma al tempo stesso elegante, diretta — nelle tinte profonde del bianco e nero — da Pasolini nel suo Vangelo secondo Matteo: i volti dei discepoli, scolpiti nella quotidianità e coi segni del vissuto addosso, sono radiosi, grondano davvero luce e i sorrisi vibrano, mentre corrono, e nel sottofondo i ritmi delle musiche africane rendono questa corsa una danza. È il visivo di una gioia traboccante che è al tempo stesso urgenza di condivisione e di annuncio.

Lo stile celebrativo della Pasqua esce dai riti, non si accontenta di essere solo liturgia, ma diviene stile di vita: è testimonianza gioiosa, educa ad interessarsi delle cose di lassù, accende il buio di una luce nuova, e dà senso all'impegno quotidiano e appassionato dell'esistenza. L'ordine di annuncio di cui parla Pietro nella prima lettura non è un obbligo: diviene una necessità, la conseguenza naturale di chi percepisce nella Pasqua l'esperienza di sentirsi abbracciato e custodito e sente il bisogno di raccontarlo agli altri. Perché agli altri può far bene sentirlo dire.

L'immagine autentica della Pasqua è una Chiesa che celebra, una Chiesa che annuncia, una Chiesa che crede, perché ha visto, e perché continua a vedere nella coerenza dei suoi figli il volto sorridente di Gesù che non muore.

Mi permetto di chiudere con un tratto della lettera di Pasqua del mio Arcivescovo Cesare Nosiglia alle famiglie dell’Arcidiocesi.
“In quel giovane apostolo che Gesù amava e in Pietro (cfr Vangelo di Giovanni di oggi, ancora la corsa dei due), io individuo le nostre comunità, i nostri giovani, che corrono veloci per incontrare il Signore risorto e precedono gli adulti e anziani. Penso anche che sia importante entrare tutti insieme, uniti, nel sepolcro vuoto per vedere e credere. Io, come Vescovo, e voi, genitori e nonni, voi cristiani adulti, che avete creduto per primi, confermate i ragazzi e i giovani, con la testimonianza della vostra vita, nella fede che Gesù è veramente risorto. Tutti lo possiamo fare con verità, perché abbiamo ricevuto la stessa testimonianza dagli Apostoli, da coloro che ci hanno fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Essi non hanno seguito favole artificiosamente inventate, ma sono stati testimoni oculari della potenza del Signore. Quello che hanno veduto e udito, ce lo hanno trasmesso, perché la loro gioia sia la nostra e noi siamo in comunione con loro e con il Padre e Gesù Cristo, mediante il suo Spirito.
… Mai possiamo dirci cristiani fino in fondo. Abbiamo bisogno di vedere e credere con maggiore convinzione e sincerità, perché, anche per un credente, la comprensione della Scrittura e l’accoglienza della testimonianza degli Apostoli, che ci rivela la risurrezione del Signore, restano un punto di arrivo permanente verso cui tendere con la mente, il cuore e la vita”.
 
(Commento liberamente tratto da Servizio della Parola n. 486/2017 - ed. Queriniana Brescia 2017)

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Sabato Santo

Sabato - 15 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: Rm 6,3-11; Sal 117; Mt 28,1-10

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA NOTTE DEL SABATO SANTO
a cura di don Domenico Ricca, accompagnatore spirituale Acli Torino

La Veglia pasquale è l'approdo di tutto il cammino della Quaresima e del Triduo, sintesi celebrativa del cristianesimo in tutti i suoi aspetti. I riti della Veglia pasquale evidenziano maggiormente le diverse dimensioni del cristianesimo: la creazione, la storicità, la scelta di vita, la dimensione sacramentale.

La Pasqua attraversa il tempo così da renderlo tempo di salvezza e trasformare la semplice storia in storia della salvezza. La Pasqua cambia la vita e diventa forma di una scelta. I sacramenti dell'iniziazione esprimono il dono e l'impegno di vivere la Pasqua in tutta l'esistenza.

La pienezza del tempo

Il mistero pasquale è il compimento del tempo e per questo motivo è l'esperienza di un tempo trasformato. Per rendere la trasformazione che la risurrezione genera nel tempo possiamo pensare all'esperienza della musica che nella sua essenza è in fin dei conti un tempo trasformato.

La liturgia della luce con la quale inizia la Veglia insieme alla ricca liturgia della Parola intrecciano in modo forte la dimensione del tempo. L'anno corrente viene scritto nel cero, le parole del rito parlano del Signore del tempo e della storia. L'annuncio pasquale rende tutti consapevoli che «questa notte», «oggi», è il tempo della salvezza. Il cristianesimo è un modo particolare di vivere il tempo, inaugurato e reso possibile dall'incarnazione e dal mistero pasquale di crocifissione, morte e risurrezione di Gesù.

Il tempo «sa» di eternità perché è stato trasformato dal passaggio del Cristo. La parola Pasqua significa, infatti, passaggio. Potremmo dire che la forma del tempo è il sorpasso: quello della memoria e quello dell'attesa che nascono dal presente. Rileggere la Veglia pasquale e la realtà della risurrezione attraverso il sentiero del tempo significa proporre una piccola mistagogia al silenzio.
Il passato e il futuro, infatti, sono presenti nel mio «presente», ma in modo discreto, silenzioso appunto. Il presente ascolta una parola, quella del passato e del futuro. Soprattutto la parola del futuro è silenzio perché si tratta di ascoltare il rendersi presente del futuro.

Il corpo del Risorto ha le ferite della passione (passato) e la luce della gloria (futuro). Il silenzio nel tempo è il modo di vivere il nostro tempo come un tempo di salvezza nella riconciliazione con il passato e nell'attesa fiduciosa dell'avvenire.

La dimensione del tempo è fortemente presente nel magistero di Papa Francesco laddove (26 novembre 2013) affermava: “Possiamo definirci padroni del momento ma non del tempo, il tempo è di Dio… Non bisogna lasciarsi ingannare nel momento, perché ci sarà chi approfitterà della confusione per presentarsi come Cristo. “E il cristiano è un uomo o una donna che sa vivere nel momento e che sa vivere nel tempo. Il momento è quello che noi abbiamo in mano adesso: ma questo non è il tempo, questo passa! Forse noi possiamo sentirci padroni del momento, ma l’inganno è crederci padroni del tempo: il tempo non è nostro, il tempo è di Dio! Il momento è nelle nostre mani e anche nella nostra libertà di come prenderlo. E di più: noi possiamo diventare sovrani del momento, ma del tempo soltanto c’è un sovrano, un solo Signore, Gesù Cristo. Il cristiano sa aspettare il Signore in ogni momento, ma spera nel Signore alla fine dei tempi. Uomo e donna di momento e di tempo: di preghiera e discernimento, e di speranza. Ci dia il Signore la grazia di camminare con la saggezza, che anche è un dono di Lui: la saggezza che nel momento ci porti a pregare e discernere. E nel tempo, che è il messaggero di Dio, ci faccia vivere con speranza”.
Come non rimandare a quell’affermazione dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium: “Il tempo è superiore allo spazio” (nn. 222-225)?

Il corpo

Il corpo della Pasqua è un'espressione insolita per dire la logica sacramentale della vita cristiana e del cristianesimo stesso. In estrema sintesi possiamo dire che la rivelazione è il corpo dell'esperienza e l'esperienza è il corpo della rivelazione. È impossibile incontrare il Risorto senza il corpo. Il corpo di Dio, cioè l'incarnazione e la risurrezione, sono la forma della rivelazione. Una rilettura «corporea» della Pasqua aiuta a dare una rilevanza esistenziale ai misteri celebrati e ad unire l'azione rituale liturgica con la vita quotidiana.

Utilizziamo l'espressione «corpo di Cristo» per dire tre cose diverse e allo stesso tempo uguali: la vita fisica di Gesù, l'eucaristia e la Chiesa.

È la Pasqua a far nascere questa corporeità cristiana: quella del Verbo fatto carne, quella del pane condiviso e quella di una comunità in cui abita lo Spirito del Cristo. Ugualmente l'espressione «corpo di Cristo» unisce in modo indissolubile l'esteriorità-visibile (Gesù, pane, persone) con l'interiorità-invisibile dello Spirito.

Il corpo ci accompagna nel tempo e ci testimonia continuamente la differenza nel tempo, cioè tra il passato e il futuro. Il corpo è aperto al futuro soprattutto perché è aperto alla novità. Noi entriamo nel corpo della Pasqua attraverso l'esperienza corporea che viviamo nei sacramenti: l'acqua del battesimo, il crisma della cresima, il pane dell'eucaristia. Essere lavati, essere unti, essere nutriti: questo è il corpo di Cristo, il corpo della Pasqua. Vivere la Pasqua significa accogliere un'acqua che ci rigenera, un olio che ci protegge, un cibo che ci nutre.

La Veglia pasquale è la celebrazione liturgica nella quale, più che in ogni altra liturgia, emerge la dimensione cosmica della preghiera cristiana.

Anche la recente enciclica di Papa Francesco Laudato si' (24 maggio 2015) invita, in particolare nel cap. 6, a un'educazione e spiritualità ecologica.
“Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione. La situazione attuale del mondo «provoca un senso di precarietà e di insicurezza, che a sua volta favorisce forme di egoismo collettivo». Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in cui non contraddicano le proprie necessità. Perciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca”.

Il Papa ci esortava infine “E’ sempre possibile sviluppare una nuova capacità di uscire da sé stessi verso l’altro. Senza di essa non si riconoscono le altre creature nel loro valore proprio, non interessa prendersi cura di qualcosa a vantaggio degli altri, manca la capacità di porsi dei limiti per evitare la sofferenza o il degrado di ciò che ci circonda. … Quando siamo capaci di superare l’individualismo, si può effettivamente produrre uno stile di vita alternativo e diventa possibile un cambiamento rilevante nella società”.

(Commento liberamente tratto da Servizio della Parola n. 485/2017 - ed. Queriniana Brescia 2017)

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Venerdì Santo

Venerdì - 14 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: Is 52,13-53,12; Sal 30; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1-19,42

COMMENTO AI RITI DEL VENERDI’ SANTO  
a cura di don Domenico Ricca, accompagnatore spirituale Acli Torino

Il Cristo crocifisso è il centro di tutta la celebrazione che inizia e si conclude in profondo silenzio davanti al mistero della passione e morte del Signore. Tutto è compiuto sulla croce: la rivelazione della Trinità, l'alleanza tra Dio e l'uomo, la vita di Gesù, la nascita della Chiesa. La croce è scandalo e pienezza, paradosso di ogni immaginazione e ideologia che volesse catturare Dio per asservirlo a logiche diverse da quelle della dedizione incondizionata e assoluta. Ascolto, adorazione, comunione sono i tre gesti fondamentali attorno al Signore crocifisso. «Ecco il legno della croce ... ».

La liturgia del Venerdì Santo nella sua essenzialità è suddivisa in tre grandi parti: la liturgia della Parola, l'adorazione della croce e la comunione eucaristica.

Come tutti gli anni il Venerdì Santo si legge la passione del Signore secondo Giovanni. Un racconto che accentua alcune dimensioni della passione di Gesù, in particolare tre: l'aspetto della regalità di Gesù e la relazione tra croce e gloria, la presenza di Maria e del discepolo amato, e una dimensione d’ironia che attraversa tutto il racconto. Sì, ironia perché la croce è il trono di Gesù.

Il dialogo con Pilato verte tutto sulla questione della regalità e solo l'evangelista Giovanni riporta la critica alla scritta sulla croce e la risposta secca del governatore. Gesù emerge come consapevole del compimento del suo «potere» attraverso la consegna alla morte poiché il suo proposito di «amare fino alla fine» (Gv 13,1) si compie proprio con le sue ultime parole che suggellano la pienezza: «è compiuto» (Gv 19,30).

Troviamo poi la scena intensa del dialogo tra il Crocifisso e sua madre, anche questa è una particolarità del quarto vangelo. Lungo la storia questo episodio è stato letto in molti modi e in ogni caso rappresenta una consegna importante del Signore, quasi un piccolo testamento.

Infine «Ecco l'uomo!»: queste parole di Pilato presentano Gesù al mondo. Inconsapevolmente rivela la profonda identità di Gesù: re, uomo e la verità.

Il Sacrificio

Il sacrificio totalmente capovolto di Gesù. «Offrirà se stesso in sacrificio di riparazione...», così recita il quarto carme del servo di Dio. Il tema del sacrificio è molto scivoloso soprattutto nel contesto attuale, eppure l'espressione «il sacrificio di Gesù sulla croce», il «sacrificio dell'eucaristia», sta al centro del cristianesimo e accompagna la preghiera e la vita della Chiesa fin dal suo inizio.

Viviamo in un'epoca che tende a eliminare l'aspetto sacrificale della vita. Mentre cinquant'anni fa dire che "la vita richiede sacrifici" e "bisogna rinunciare a qualcosa" erano espressioni pacificamente condivise e vissute, ora tutto questo è molto lontano dalla sensibilità immediata di tutti. Ho ancora negli orecchi il richiamo di mia madre quando ripeteva “fai o fate un sacrificio” quando una sua richiesta ci era poco gradita. Eppure dobbiamo riconoscere che lasciare, perdere, rinnegare, rinunciare, dare la vita... sono verbi totalmente evangelici! Viviamo però in una mentalità «antisacrificale», in cui si è ipersensibili a ogni gesto forte e violento, tanto sugli uomini che su qualsiasi altra cosa, inconsapevoli che invece la vita è intrisa di violenza e, infatti, la stessa società che vorrebbe eliminare il sacrificio forse arriva a renderlo il più sofisticato possibile, invisibile, subdolo, a portata di click, soprattutto quando si tratta di sacrificare (posti di lavoro, migranti, deboli, diritti...) e mai di sacrificarsi. E non sono un sacrificio alla propria voglia di potere, di possedere e di sopraffazioni i tanti femminicidi cui stiamo assistendo, il sacrificare la donna, fidanzata, o moglie, quando l’unica pretesa che ha è quella di voler decidere lei della sua vita, del suo amore.

Dentro questa temperie culturale sono molte le strade che da una parte assumono l'ambivalenza del sacrificio in generale e dall'altra evidenziano la particolarità assoluta del sacrificio cristiano come molti autori ci richiamano. Tutti ci riportano alla domanda di fondo: Ma com'è il Dio di Gesù? Domanda che riguarda il volto di Dio. Questa è la posta in gioco della quale il sacrificio è un caso serio. Il "dio del sacrificio" delle religioni, della cultura diffusa, del nostro immaginario è molto diverso dal "Dio di Gesù", si tratta di una conversione del sacrificio, di un totale capovolgimento: dal sacrificare al sacrificarsi. «Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Il volto del sacrificio di Gesù è l'amore. E quale amore?

Un amore incondizionato

Nella consapevolezza dell'universalità della salvezza e della redenzione la liturgia da secoli ha sempre collocato in questa celebrazione la preghiera universale che comprende veramente ogni realtà che rientra nell'abbraccio del Crocifisso. Questa preghiera ci offre indicazioni importanti su come dovrebbe essere la nostra preghiera: universale.

Un’ultima e non secondaria, anzi centrale riflessione è quella sulla Croce. «Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12,32), ecco la profezia di Gesù, il volto universale della croce, poiché «volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37).

Contro ogni riduzione di qualsiasi genere la croce è il luogo di rivelazione del volto di Dio Trinità. Il Golgota qui richiama il Tabor, dove nella trasfigurazione abbiamo assistito a un'epifania di Dio e alla rivelazione di Gesù. Anche il Calvario è luogo di rivelazione. Nel suo più vero significato teologico la croce è l'epifania della bellezza cristiana, la vera icona della bellezza. «Il Risorto è bello quanto il Crocifisso è brutto» (Sequeri).

Infatti «se c'è una bellezza, nell'informe icona negativa del crocifisso, è proprio la rivelazione dell'infinita capacità che Dio possiede di assorbire in sé il negativo. Elevato in alto, il crocifisso attrae a sé ogni violenza: destinata ai suoi discepoli come ai suoi nemici. Nell'abisso senza fondo della vita di Dio, il dolore generato dal male viene assunto e triturato fino alla sua estinzione» (Sequeri).

Chiudo con alcuni tratti di Papa Francesco sulla Croce nella GMG di San Paolo Brasile “Nessuno può toccare la Croce di Gesù senza lasciarvi qualcosa di se stesso e senza portare qualcosa della Croce di Gesù nella propria vita”. Richiamando il “mandato” del Santo Giovanni Paolo II che nel 1984, al termine dell’Anno Santo della Redenzione, proprio ai giovani aveva affidato la Croce perché la portassero nel mondo “come segno dell’amore di Gesù per l’umanità”, Papa Francesco ha ricordato che “da allora la Croce ha percorso tutti i Continenti e ha attraversato i più svariati mondi dell’esistenza umana, restando quasi impregnata dalle situazioni di vita dei tanti giovani che l’hanno vista e l’hanno portata”. Quindi il Papa ha posto tre domande: “Che cosa avete lasciato nella Croce voi, cari giovani del Brasile, in questi due anni in cui ha attraversato il vostro immenso Paese? E che cosa ha lasciato la Croce di Gesù in ciascuno di voi? E, infine, che cosa insegna alla nostra vita questa Croce?”.

Lasciamo prendere anche noi da queste tre domande. Accogliamo l’invito di Papa Francesco nella parte finale della sua meditazione sulla “Via Crucis”: “E tu, come sei? Come Pilato, come il Cireneo, come Maria?” esortando i giovani a fidarsi della croce di Cristo, portando “le nostre gioie, le nostre sofferenze, i nostri insuccessi”. Infine, Papa Francesco ha assicurato che “troveremo un Cuore aperto che ci comprende, ci perdona, ci ama e ci chiede di portare questo stesso amore nella nostra vita, di amare ogni nostro fratello e sorella con questo stesso amore”.

(Commento liberamente tratto da Servizio della Parola n. 485/2017 - ed. Queriniana Brescia 2017)

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Giovedì Santo

Giovedì - 13 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: Es 12,1-8. 11-14; Sal 115; 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI  (Gv 13,1-15)
Li amò sino alla fine

1Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. 2Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, 3Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. 6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: "Signore, tu lavi i piedi a me?". 7Rispose Gesù: "Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo". 8Gli disse Pietro: "Tu non mi laverai i piedi in eterno!". Gli rispose Gesù: "Se non ti laverò, non avrai parte con me". 9Gli disse Simon Pietro: "Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!". 10Soggiunse Gesù: "Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti". 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: "Non tutti siete puri".
12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: "Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.

COMMENTO
a cura di don Domenico Ricca, accompagnatore spirituale Acli Torino


II Giovedì Santo è un giorno-cerniera perché da una parte chiude la Quaresima e dall'altra apre il Triduo pasquale. E’ giorno-soglia in cui insieme si esce e allo stesso tempo si entra. Ed è l'eucaristia la soglia che unisce il cammino della Quaresima con il Triduo. L'eucaristia come compimento della vita di Gesù «che amò i suoi sino alla fine», come suo testamento a noi che siamo chiamati a fare lo stesso «in memoria di lui», nell'attesa della sua venuta. L'eucaristia viene così "commentata" dai testi biblici della liturgia soprattutto in tre suoi aspetti: il memoriale (prima lettura), il rito (seconda lettura), l'essenza cioè l'amore che è servizio (Vangelo). Ma l'eucaristia, ogni eucarestia, è già e sempre celebrazione del mistero pasquale e quindi al Giovedì Santo si celebra, come sempre, la Pasqua.

Il come fa la differenza

Sì, certamente l'amore, il perdono e altre grandi parole appartengono all'esperienza umana, ma l'esistenza di Gesù ha un volto preciso e inconfondibile a queste dimensioni. Il tutto sta in un avverbio essenziale, il come: «... come io ho fatto a voi» (Gv 13,15). L'esempio è quello di Gesù dato a tutti e che, nella forma di riferimento essenziale, appunto «il come». Il Dio di Gesù è il Maestro, il Signore, il Dio che lava i piedi agli uomini perché loro possano fare altrettanto. La fatica di Pietro davanti al gesto di Gesù esprime esattamente la fatica davanti a un Dio diverso da come lo immaginiamo.

Il gesto della lavanda dei piedi viene sempre incorniciato nella grande parola del servizio, anche se essa è assente dal testo evangelico. Ma siccome la parola “servizio” rischia di diventare una parola abusata, buona per tutte le stagioni, allora Gesù ci vuole precisare che l’essenza del Suo amore sta nel come. In altri termini è il “come” che fa la differenza. Pertanto la "religione" di Gesù è la critica e condanna totale di ogni forma di religione che dimentica il servizio ai piedi dell'uomo come criterio di verità! Essere cristiani, cioè cercare di vivere come il Cristo, significa mettersi al servizio dell'uomo, con i piedi per terra, per mettere in piedi nuovamente l'umano, soprattutto quando è ferito, sporco, bloccato.

Il come è la tenerezza di Dio. Anche se da diversi anni si assiste a una riscoperta di questa dimensione dobbiamo a molte parole di Papa Francesco la valorizzazione "per il grande pubblico" della tenerezza. «L'autentica fede nel Figlio di Dio fatto carne è inseparabile dà dono di sé, dall'appartenenza alla comunità, dal servizio, dalla riconciliazione con la carne degli altri. Il Figlio di Dio, nella sua incarnazione, ci ha invitato alla rivoluzione della tenerezza» (Evangeli Gaudium 88).

Pertanto partendo dalla liturgia del Giovedì Santo declinare la tenerezza è una possibilità che può aiutare a introdurre un nuovo lessico nella comunità cristiana sia approfondendolo sia evitando i possibili fraintendimenti. La tenerezza è un atteggiamento adulto, anche se è proprio il ricordo del nostro essere bambini o l'incontro con un bambino, che affiora al solo sentire tale parola.
La tenerezza è una virtù dolce, ma tutt'altro che debole. Questa è una differenza importante e il gesto di Gesù verso i discepoli è certamente dolce, ma ugualmente di una forza e anche di un'aggressività evidente.

Il Papa invita a rileggere i dieci comandamenti, non come "norme" o prescrizioni, ma come espressione della "tenerezza" di Dio e della Chiesa, quella "tenerezza di madre" che aiuta i cristiani a diventare "adulti", a vivere con responsabilità una vita piena.

Continuando noi possiamo dire che solo l'adulto può provare tenerezza perché ha provato la fragilità e quindi sa avere uno sguardo particolare su di essa. La tenerezza è accorgersi della fragilità e prendersene cura in vista di un futuro. Ci sono dei piedi sporchi, ma la tenerezza di lavarli significa accorgersi della fragilità che sta nell'esperienza della fatica e nel guardare a un cammino che può riprendere.

La tenerezza è una virtù etica che ci parla di "come agire", "come fare", ma insieme a questo rivela la qualità della nostra relazione con la realtà. La tenerezza infatti coglie uno spazio tra ciò che è e ciò che potrebbe esserci, tra il presente e il futuro. La tenerezza coglie la fragilità di ciò che esiste, lo vede minacciato, ma, invece di cedere alla nostalgia oppure al risentimento o alla rassegnazione, diventa meraviglia e stupore per qualcosa che si rivelerà nel futuro nella forma della promessa e del dono.

La tenerezza è un'etica del presente, il presente nella sua fragile stabilità di una ferita da curare qui e adesso, senza rimorsi per le ferite precedenti e senza ansia per quelle future.
La tenerezza infine dice l'unità della vita ed è dimensione integrale in cui si intrecciano insieme senza separazioni o contrapposizioni una visione della realtà e una cura della realtà, una qualità di relazione e atteggiamento e una qualità di azione e prassi.

(Commento liberamente tratto da Servizio della Parola n. 485/2017 - ed. Queriniana Brescia 2017)

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Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Domenica - 9 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (26,14-27,66)

In quel tempo,26,14uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti 15e disse: "Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?". E quelli gli fissarono trenta monete d'argento.16Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnarlo. 17Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: "Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?". 18Ed egli rispose: "Andate in città da un tale e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"". 19I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. 20Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. 21Mentre mangiavano, disse: "In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà". 22Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: "Sono forse io, Signore?". 23Ed egli rispose: "Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. 24Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito! Meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!". 25Giuda, il traditore, disse: "Rabbì, sono forse io?". Gli rispose: "Tu l'hai detto". 26Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: "Prendete, mangiate: questo è il mio corpo". 27Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: "Bevetene tutti, 28perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. 29Io vi dico che d'ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio". 30Dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 31Allora Gesù disse loro: "Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti:

percuoterò il pastore
e saranno disperse le pecore del gregge.

32Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea". 33Pietro gli disse: "Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai". 34Gli disse Gesù: "In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte". 35Pietro gli rispose: "Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò". Lo stesso dissero tutti i discepoli. 36Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare". 37E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. 38E disse loro: "La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me". 39Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!". 40Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: "Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? 41Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole". 42Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: "Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà". 43Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. 44Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. 45Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: "Dormite pure e riposatevi! Ecco, l'ora è vicina e il Figlio dell'uomo viene consegnato in mano ai peccatori. 46Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino". 47Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: "Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!". 49Subito si avvicinò a Gesù e disse: "Salve, Rabbì!". E lo baciò. 50E Gesù gli disse: "Amico, per questo sei qui!". Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. 51Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. 52Allora Gesù gli disse: "Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. 53O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? 54Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?". 55In quello stesso momento Gesù disse alla folla: "Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. 56Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti". Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. 57Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. 59I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; 60ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, 61che affermarono: "Costui ha dichiarato: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni"". 62Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: "Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?". 63Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: "Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio". 64"Tu l'hai detto - gli rispose Gesù -; anzi io vi dico:

d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo
seduto alla destra della Potenza
e venire sulle nubi del cielo".

65Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: "Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; 66che ve ne pare?". E quelli risposero: "È reo di morte!". 67Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, 68dicendo: "Fa' il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?". 69Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: "Anche tu eri con Gesù, il Galileo!". 70Ma egli negò davanti a tutti dicendo: "Non capisco che cosa dici". 71Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: "Costui era con Gesù, il Nazareno". 72Ma egli negò di nuovo, giurando: "Non conosco quell'uomo!". 73Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: "È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!". 74Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: "Non conosco quell'uomo!". E subito un gallo cantò. 75E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: "Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte". E, uscito fuori, pianse amaramente.

27,1 Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. 2Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato. 3Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d'argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, 4dicendo: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente". Ma quelli dissero: "A noi che importa? Pensaci tu!". 5Egli allora, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. 6I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: "Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue". 7Tenuto consiglio, comprarono con esse il "Campo del vasaio" per la sepoltura degli stranieri. 8Perciò quel campo fu chiamato "Campo di sangue" fino al giorno d'oggi. 9Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d'argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d'Israele, 10e le diedero per il campo del vasaio,come mi aveva ordinato il Signore. 11Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: "Sei tu il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Tu lo dici". 12E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. 13Allora Pilato gli disse: "Non senti quante testimonianze portano contro di te?". 14Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. 15A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. 16In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. 17Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: "Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?". 18Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. 19Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: "Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua". 20Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. 21Allora il governatore domandò loro: "Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?". Quelli risposero: "Barabba!". 22Chiese loro Pilato: "Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?". Tutti risposero: "Sia crocifisso!". 23Ed egli disse: "Ma che male ha fatto?". Essi allora gridavano più forte: "Sia crocifisso!". 24Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: "Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!". 25E tutto il popolo rispose: "Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli". 26Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. 27Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. 28Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, 29intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: "Salve, re dei Giudei!". 30Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. 31Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo. 32Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. 33Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa "Luogo del cranio", 34gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. 35Dopo averlo crocifisso, si divisero le suevesti, tirandole a sorte. 36Poi, seduti, gli facevano la guardia. 37Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: "Costui è Gesù, il re dei Giudei". 38Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. 39Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo 40e dicendo: "Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!". 41Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: 42"Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d'Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. 43Ha confidato in Dio;lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: "Sono Figlio di Dio"!". 44Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. 45A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. 46Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: "Elì, Elì, lemà sabactàni?", che significa: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". 47Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: "Costui chiama Elia". 48E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. 49Gli altri dicevano: "Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!". 50Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. 51Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, 52i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. 53Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. 54Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: "Davvero costui era Figlio di Dio!". 55Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. 56Tra queste c'erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo. 57Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. 58Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. 59Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito 60e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all'entrata del sepolcro, se ne andò. 61Lì, sedute di fronte alla tomba, c'erano Maria di Màgdala e l'altra Maria. 62Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, 63dicendo: "Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore, mentre era vivo, disse: "Dopo tre giorni risorgerò". 64Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: "È risorto dai morti". Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!". 65Pilato disse loro: "Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete". 66Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.


COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Aldo Celli, accompagnatore spirituale Acli Arezzo


La passione ci fa contemplare Gesù coerente fino all’estremo.

Gesù ha speso la sua vita ad annunziare e testimoniare, con opere e parole, il Padre, un Dio “altro”: che non condanna, non esclude, anzi usa tenerezza verso gli ultimi, gli scartati, i peccatori; un Dio impaziente di perdonare; che non si lascia imprigionare dalla religione del tempio; che vuole l’uomo e la donna liberi, in piedi, creativi, in comunione fraterna, senza discriminazioni di genere, di cultura, di razza, capaci di coltivare speranze grandi, universali.

Questo suo messaggio avrebbe dovuto trasformare questo mondo nel Regno di Dio.
Affascinante proposta, rispondente alle attese profonde di ogni persona!

E all’inizio suscitò grande entusiasmo. Ma ad un certo punto Gesù si rende conto che è pericoloso solidarizzare con gli ultimi, senza subire la reazione dei potenti e dei privilegiati.
Avverte intorno a sé la crescente ostilità, soprattutto della casta sacerdotale; mette in conto la possibilità di una morte violenta. Non cercava il martirio: non volle mai la sofferenza né per sé, né per gli altri: tutta la sua vita era stata dedicata a combattere malattia, emarginazione, disperazione.
Di fronte alle minacce non mitiga il suo messaggio; preferisce morire piuttosto che tradire la fedeltà alla sua missione.

Nella sua coscienza sarà emersa l’inquietante domanda: come poteva il Padre, che gliela aveva affidata, lasciare che la sua missione finisse nel fallimento?
Gesù conferma la totale dedizione al progetto di Dio, nella certezza che, attraverso il dono di sé, il Regno avrebbe raggiunto la sua pienezza.

Gesù è morto come era vissuto: coerente fino alla fine e affidandosi al Padre.

Quel grido: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato” dice la solitudine di Gesù che sperimenta, dopo quello dei discepoli, anche l’abbandono di Dio.
E’ l’eco del grido dell’infinità di “poveri cristi crocifissi” che chiedono: “Perché ci hai abbandonati?”.
Ma è anche invocazione a quel Dio che si fa presente dentro l’esperienza, ogni esperienza umana, e garantisce uno sbocco anche nella tragedia estrema, della morte.

Gesù ha una certezza: il Padre, avrebbe garantito, comunque, la continuità del suo messaggio; non sa in quale modo sarebbe avvenuto. Sa che a Lui è richiesta la fedeltà, la coerenza fino in fondo; il resto lo rimette nelle mani del Padre.

E’ per la sua fedeltà assoluta che il sogno del Regno di Dio non si è spento, anzi è risorto con Lui nella comunità dei suoi amici.

Cari amici, abbiamo bisogno di guardare a Gesù per trovare il coraggio di essere più coerenti: dare ascolto alla coscienza, prendere sul serio il Vangelo, rimanere fedeli agli altri con i quali ci siamo compromessi nella famiglia, nella comunità cristiana, nella società.

La dedizione al bene comune, al Vangelo, può costare solitudine, incomprensione.

La viva memoria di Gesù ci rende partecipi della sua pasqua, disponibili a fare la nostra parte per l’affermazione del Regno di Dio.

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V Domenica di Quaresima

Domenica - 2 aprile 2017 - Anno A
Parola del giorno: Ez 37, 12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (11,1-45)

In quel tempo, 1un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 2Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: "Signore, ecco, colui che tu ami è malato".
4All'udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato". 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: "Andiamo di nuovo in Giudea!". 8I discepoli gli dissero: "Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?". 9Gesù rispose: "Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui".
11Disse queste cose e poi soggiunse loro: "Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo". 12Gli dissero allora i discepoli: "Signore, se si è addormentato, si salverà". 13Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. 14Allora Gesù disse loro apertamente: "Lazzaro è morto 15e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!". 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!".
17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 18Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri 19e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà". 23Gesù le disse: "Tuo fratello risorgerà". 24Gli rispose Marta: "So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno". 25Gesù le disse: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?". 27Gli rispose: "Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo".
28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: "Il Maestro è qui e ti chiama". 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: "Dove lo avete posto?". Gli dissero: "Signore, vieni a vedere!". 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: "Guarda come lo amava!". 37Ma alcuni di loro dissero: "Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?".
38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: "Togliete la pietra!". Gli rispose Marta, la sorella del morto: "Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni". 40Le disse Gesù: "Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?". 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: "Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato". 43Detto questo, gridò a gran voce: "Lazzaro, vieni fuori!". 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: "Liberàtelo e lasciàtelo andare".
45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Aldo Celli, accompagnatore spirituale Acli Arezzo


A Betania una casa di amici, un ristoro nella stanchezza. E’ bello che anche Gesù apprezzi l’amicizia, anzi ne abbia bisogno. L’amicizia con Gesù e di Gesù non preserva dalla malattia, dalla morte. E perché non interviene subito e parte due giorni dopo l’annuncio della malattia?

Non è certo indifferente: per due volte si dice: “si commosse profondamente”. E il verbo greco indica perfino sdegno di fronte all’ingiustizia della morte. E “scoppiò in pianto”. Il pianto di Gesù è segnalato solo due volte: qui presso il sepolcro di Lazzaro e mentre scende dal colle degli Ulivi alla vista di Gerusalemme (Lc 19,41).

La tragedia della morte e la intravista distruzione della città commuovono Gesù.
Dio è impotente e debole nel mondo e solo così egli è al fianco e aiuta. Dio non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza … Solo un Dio sofferente può aiutare …. I cristiani stanno vicini a Dio nella sua sofferenza. Questo li distingue dai pagani” (Bonhoeffer).

E dà un segno della presenza del Dio “amante della vita”: ridà la vita all’amico Lazzaro. Più che di “risurrezione”, si tratta di “rianimazione”; infatti Lazzaro torna sì in vita, ma per morire di nuovo. Poiché la risurrezione è una vita sottratta al potere della morte per sempre, coinvolgimento nella pasqua di Gesù, di Lui che afferma: “Io sono la risurrezione e la vita”.

E noi crediamo che Lui sia “risurrezione e vita”?
La domanda: “Credi tu questo?”, oggi è rivolta a ciascuno di noi.
E io riesco a rispondere come Marta: “Sì, Signore, io credo”?

Noi vogliamo credere in Gesù risorto che ci comunica la sua risurrezione. Questa fede fonda la nostra speranza. E ci libera dalla paura della morte. “A causa della morte noi, gli uomini, siamo come una città senza mura” (Epicuro).

Il senso di insicurezza, di precarietà, spinge a costruirci baluardi, difese con cui ci illudiamo di proteggerci dalla morte; e così imprigioniamo la vita. La fede nella risurrezione libera, fa “risorgere” la vita.

Il grido: “Lazzaro, vieni fuori!”, risuoni in ognuno: “Lascia il tuo sepolcro per vivere intensamente, appassionatamente la vita che ti è data; esci da condizioni di morte e mortifere: rassegnazione, apatia, egoismo, insignificanza”.

Siamo chiamati ogni giorno a risorgere, a fare pasqua, a passare dalla morte alla vita. “Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli; solo chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14).

E risuoni l’invito: “Liberatelo e lasciatelo andare”. Invito a compiere gesti di attenzione, che sciolgano chi è legato da bende di sfiducia, scetticismo, disperazione.

Il miglior servizio che noi cristiani possiamo rendere al mondo di oggi è la testimonianza della nostra passione per la vita, della non rassegnazione alle troppe potenze di morte.

Il Signore risorto è con noi e continua a compiere, nei nostri gesti di fiducia, solidarietà, servizio, “segni” di risurrezione e di vita.

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IV Domenica di Quaresima

Domenica - 26 marzo 2017 - Anno A
Parola del giorno: 1Sam 16,1b.4a. 6-7. 10-13a; Sal 22; Ef 5, 8-14; Gv 9,1-41

DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (9,1-41)

In quel tempo, Gesù 1passando vide un uomo cieco dalla nascita 2e i suoi discepoli lo interrogarono: "Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?". 3Rispose Gesù: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. 4Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. 5Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo". 6Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco 7e gli disse: "Va' a lavarti nella piscina di Sìloe" - che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

8Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: "Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?". 9Alcuni dicevano: "È lui"; altri dicevano: "No, ma è uno che gli assomiglia". Ed egli diceva: "Sono io!". 10Allora gli domandarono: "In che modo ti sono stati aperti gli occhi?". 11Egli rispose: "L'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: "Va' a Sìloe e làvati!". Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista". 12Gli dissero: "Dov'è costui?". Rispose: "Non lo so".

13Condussero dai farisei quello che era stato cieco: 14era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. 15Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: "Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo". 16Allora alcuni dei farisei dicevano: "Quest'uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato". Altri invece dicevano: "Come può un peccatore compiere segni di questo genere?". E c'era dissenso tra loro. 17Allora dissero di nuovo al cieco: "Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?". Egli rispose: "È un profeta!".

18Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. 19E li interrogarono: "È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?". 20I genitori di lui risposero: "Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; 21ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l'età, parlerà lui di sé". 22Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. 23Per questo i suoi genitori dissero: "Ha l'età: chiedetelo a lui!".

24Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: "Da' gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore". 25Quello rispose: "Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo". 26Allora gli dissero: "Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?". 27Rispose loro: "Ve l'ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?". 28Lo insultarono e dissero: "Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! 29Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia". 30Rispose loro quell'uomo: "Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. 31Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. 32Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. 33Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla". 34Gli replicarono: "Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?". E lo cacciarono fuori.

35Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: "Tu, credi nel Figlio dell'uomo?". 36Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". 37Gli disse Gesù: "Lo hai visto: è colui che parla con te". 38Ed egli disse: "Credo, Signore!". E si prostrò dinanzi a lui.

39Gesù allora disse: "È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi". 40Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: "Siamo ciechi anche noi?". 41Gesù rispose loro: "Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: "Noi vediamo", il vostro peccato rimane".


COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Aldo Celli, accompagnatore spirituale Acli Arezzo

Al centro di questa IV domenica di Quaresima c’è Gesù che proclama: “Io sono la luce del mondo”.
E prima ancora gli occhi.

Innanzitutto quelli spenti del cieco fin dalla nascita. Intorno a lui, cieco fisico, tanti ciechi nello spirito.
I discepoli, accecati dalla religiosità che lega la malattia al peccato: “Chi ha peccato lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. C’è chi pensa ancora così?

Ci sono poi gli occhi dei “vicini”: curiosi, fanno chiacchiera, restano alla superficie dell’evento.
Categoria numerosa anche oggi!

E gli occhi dei custodi della legge. Per loro il sabato viene prima dell’uomo; mentre per Gesù “Il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato”. Vedono in quell’uomo solo il peccatore: “Sei nato tutto nei peccati”.
E processano in nome di Dio il cieco e Gesù.

Talmente sicuri della loro verità (“Noi sappiamo”, ripetono tre volte), non si lasciano interrogare dall’evento: nulla hanno da imparare tanto meno da un mendicante cieco (“insegni a noi?”). Si accaniscono a condannare, espellere, scomunicare: “lo cacciarono dalla sinagoga”.

E Gesù: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato, ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane”. Monito severo per quanti, anche oggi, anche nella Chiesa, presumendo di “sapere” sempre e tutta la verità, condannano, escludono in nome di Dio.

E i genitori? Anch’essi ciechi: non hanno coraggio di esporsi, lasciano il figlio senza difesa, rappresentano bene i compromessi dei tanti sottomessi a chi detiene il potere, preoccupati solo di sé.

In questa generale cecità, “Gesù, passando, vide un uomo cieco”. Avverte la muta richiesta del cieco, non resiste al richiamo della sofferenza. E trasgredisce il sabato. E guarisce il cieco.

E questi, come passa dalla cecità fisica alla vista, passa in tre tappe alla progressiva scoperta di chi è Gesù: “l’uomo chiamato Gesù”, “un profeta”; in fine alla domanda: ”Tu credi nel Figlio dell’uomo?”, risponde: ”Credo, Signore!” e si prostra. Il “peccatore”, l’”ignorante” ha il coraggio di testimoniare che l’unica luce per lui rimane quel maestro di tenerezza, compagno di ogni discriminato e oppresso.

Siamo consapevoli che gli occhi di Gesù vedono, che gli occhi di Dio vedono? Nelle penose vicende nostre, della storia, a volte abbiamo l’impressione che Dio non veda.

“Gesù vide”: su questa umanità è rivolto il suo sguardo di tenerezza, misericordia, perdono.
“Gesù passa e vede”, vede ciascuno di noi, che siamo ciechi, vuole illuminarci perché possiamo riconoscerLo e credere.

Ripete: “Tu credi nel figlio dell’uomo?”. Potessimo con verità rispondere: “Credo, Signore!”.

Nella nostra cultura dell’immagine è facile fermarsi alle apparenze.
Chiediamo il miracolo degli occhi, per cogliere “la luce divina che si fa tangibile e attingibile nel cristallo degli esseri” (T. de Chardin).

Chiediamo di assumere gli occhi di Gesù per vedere, come Lui, con predilezione, i piccoli, gli esclusi, gli scartati.

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III Domenica di Quaresima

Domenica - 19 marzo 2017 - Anno A
Parola del giorno: Es 17,3-7; Sal 94; Rm 5,1-2,5-8; Gv 4,5-42
 
DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (4,5-42)

In quel tempo, 5Gesù giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: 6qui c'era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: "Dammi da bere". 8I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora la donna samaritana gli dice: "Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?". I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. 10Gesù le risponde: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva". 11Gli dice la donna: "Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest'acqua viva? 12Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?". 13Gesù le risponde: "Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna". 15"Signore - gli dice la donna -, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua". 16Le dice: "Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui". 17Gli risponde la donna: "Io non ho marito". Le dice Gesù: "Hai detto bene: "Io non ho marito". 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero".19Gli replica la donna: "Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare". 21Gesù le dice: "Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità". 25Gli rispose la donna: "So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa". 26Le dice Gesù: "Sono io, che parlo con te". 27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: "Che cosa cerchi?", o: "Di che cosa parli con lei?". 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29"Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?". 30Uscirono dalla città e andavano da lui. 31Intanto i discepoli lo pregavano: "Rabbì, mangia". 32Ma egli rispose loro: "Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete". 33E i discepoli si domandavano l'un l'altro: "Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?". 34Gesù disse loro: "Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: "Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura"? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica". 39Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: "Mi ha detto tutto quello che ho fatto". 40E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: "Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo".

 
COMMENTO AL VANGELO
a cura di don Marco Cagol, accompagnatore spirituale Acli Padova
 
“Dammi da bere”. Appena giunto al pozzo, Gesù pronuncia queste parole umanissime e realissime: non poteva non avere sete, a quell’ora e con quel caldo. 
 
Con queste parole Gesù entra in relazione con la donna Samaritana, che era venuta al pozzo furtivamente. Quella donna non voleva incontrare nessuno, e certamente avrebbe preferito che nessuno le rivolgesse la parola. La sua risposta fa capire che non aveva gradito quella umanissima richiesta da parte di quel Giudeo, e forse non tanto per la dichiarata motivazione sulla differenza di “stirpe”, ma per la vergogna di essere vista e per la paura di essere riconosciuta. 
E forse, ancor più profondamente, perché quelle tre parole, in fondo, facevano venire a galla una sensazione: quella di essere continuamente tormentata da una sete, inspiegabile, indecifrabile, non del tutto riflessa. Anche dentro di lei, una voce misteriosa continuava a gridare “dammi da bere”. Ma era un grido muto, incapace di rivolgersi a qualcuno o a qualcosa di definito, senza speranza.
E infatti poco dopo, quel grido prende finalmente voce e trova un destinatario: “dammi tu da bere! Estingui per sempre questa sete che mi tormenta, e che non so bene da dove viene e cosa cerca!”.
 
Ma che sete aveva quella donna? La sete di uscire dalla sua condizione ambigua, di illusione, di menzogna. Sete di dirsi finalmente la verità, e di ritrovare autenticità di relazioni e di vita. 
 
E’ una sete profonda nel cuore di ogni persona, questa. Ma sempre noi corriamo il rischio di non trovare chi questa sete la disseti. Anzi: facciamo sempre i conti con qualcosa o qualcuno che alimenta le nostre illusioni, e che nelle illusioni vuole lasciarci soli per poterci vendere consolazioni; che ci spinge nella menzogna di bisogni fittizi; e che per far questo ci confonde sul bene e sul male. C’è sempre qualcosa o qualcuno che ci guadagna con le nostre illusioni, con le nostre solitudini e con le nostre menzogne. 
 
Siamo chiamati ad essere accorti, ad esser vigili, a trovare parole di verità che ci facciano uscire dalle illusioni e dalle menzogne; qualcuno che vinca la nostra solitudine forzata (simile alla solitudine della donna al pozzo), che è la più forte alleata delle illusioni e delle menzogne. Che ci aiuti a ritrovarci nella nostra umanità, ad aprirci al volto del fratello e della sorella per rimettere i nostri piedi nella terra dell’autenticità.
 
In fondo, la sete della Samaritana, era sete di Dio. Sì, di Dio, molto semplicemente, o molto arditamente. La donna Samaritana si chiede dove e come adorare Dio… un moto profondo del suo cuore, un desiderio forse inespresso e irriflesso, risvegliato dalle parole di quel “profeta”. 
 
Anche questa è una sete profonda nel cuore dell’uomo. La narrazione del nostro tempo tenta di oscurare questa sete, di relegarla all’irrazionalità dell’uomo. Certo, spesso il simulacro di Dio è (stato) usato per imporsi sugli altri, come forma di potere. Ma questa non è una motivazione sufficiente per dire all’uomo che Dio non c’è, o che se c’è l’uomo non ne ha bisogno. Il cuore umano cerca l’infinito, ed è inquieto se non riposa in Dio. La relazione con  Dio permette all’uomo di dare il giusto posto alle altre relazioni, e a non farsi egli stesso dio verso qualcuno, o viceversa schiavo di altri dei.
 
La dimensione religiosa è essenziale anche per la costruzione del bene comune: Papa Francesco ce l’ha ricordato nella sua ultima enciclica Laudato Si’ a proposito della questione ecologica oggi così rilevante per il futuro stesso dell’umanità: «Se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa con il suo linguaggio proprio» (LS 63). Miope quella civiltà che vuole oscurare l’esperienza religiosa e il sapere che ne deriva, o anche solo relegarlo al rango di subcultura. È civiltà destinata alla decadenza.
 
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