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S. Alessandro - Venerdì 26 Agosto 2016
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Facciamo festa



Questa domenica di quaresima si chiama Laetare dall’antifona d’ingresso: “Rallegrati Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultare e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione” (Is 66,10-11).

Ai cristiani che fanno penitenza per 40 giorni è offerta, come una pausa di riposo, la consolazione che viene dall’amore di Dio, fondamento della conversione. La parabola del padre misericordioso è strettamente unita alle precedenti della pecora perduta e della dramma perduta così da formare un’unica parabola. Il fuori la casa (la pecora e il figlio minore) e il dentro la casa (la dramma e il figlio maggiore) rimandano ai pubblicani e peccatori che ascoltano Gesù e ai farisei e agli scribi che mormorano di fronte alla comunione che Gesù mostra con i primi. Gesù rivolge questa parabola ai farisei che si ritengono fedeli servitori del Signore, essa è volutamente aperta nel finale perché possa interrogare il cuore di tutti riguardo all’amore del Padre verso i peccatori che fa scandalo.

Uno dei fuochi della parabola è chi dà che cosa a chi.

Il padre si mostra prodigo per tutto il racconto. Egli dà al figlio minore che parte la sua quota di eredità, al contrario di quel nessuno che non gli dava neanche le carrube dei porci. Egli dà al figlio minore che ritorna l’anello e i calzari e fa ammazzare il vitello grasso per fare festa. Al figlio maggiore fa notare come tutto gli appartenga e che non ha bisogno di chiedere per mangiare un capretto con gli amici.

E’ il segno dell’abbondanza e della cura del Padre verso tutti gli uomini: «siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45). Egli non fa differenza tra chi è dentro e chi è fuori, a ciascuno dà ciò di cui ha bisogno per vivere andandogli incontro con fretta premurosa.

Il Padre attende che ciascun figlio possa uscire da una logica di rapporto servile con lui.

Il minore lo mostra quando rientra in sé, ridotto alla fame: da servo in terra straniera chiederebbe al padre di trattarlo come un garzone, pur di tornare a mangiare. A lui il Padre offre l’anello, segno del dominio regale, e il calzare che mettevano i signori e non i servi. Questo figlio passa dalla morte alla vita, perché intuisce che è dal Padre che può riceverla, e riceverla in abbondanza (Gv 10,10): la libertà che si addice al figlio accolto. E’ la vita nuova nata dal perdono che vince la morte. E’ di tutto ciò che si gioisce, pronti a condividerla con chi la comprende.

Anche il maggiore si pensa come un servo, ma lui è rimasto fedele al contrario dell’altro figlio che non riconosce nemmeno come fratello. Se il peccatore non è mio fratello, come posso fare festa con lui che ritorna alla casa del Padre? Il Padre invita il figlio maggiore a riconoscere la gratuità di quanto può usare, ma soprattutto lo invita a riconoscere il minore come proprio fratello. E’ il riconoscerci fratelli nel peccato e fratelli nel perdono ricevuto che ci fa gioire e fare festa.

Possiamo così comprendere e convertirci all’amore di Gesù che fa scandalo: egli riceve i peccatori e mangia con loro, cioè fa eucarestia con tutti noi.

 

6 marzo 2015 - IV Domenica di Quaresima - Anno C

Luca 15,1-3.11-32

In quel tempo, 1 si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».

3 Ed egli disse loro questa parabola: 11 «Un uomo aveva due figli. 12 Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13 Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14 Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16 Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17 Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20 Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21 Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22 Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23 Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

25 Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26 chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27 Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28 Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29 Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31 Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

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Ultima modifica: Giovedì, 18 Febbraio 2016 13:38
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